Giordania: gli islamisti di ritorno dalla crisi in Siria

La guerra in Siria sta complicando la posizione anche della vicina Giordania, alle prese con il ritorno in patria degli islamisti giordani. Un grattacapo per Amman, che malgrado la vicinanza agli Stati Uniti, non vuole deteriorare le relazioni con il governo di Bashar al-Assad.

Soltanto il mese scorso, il quotidiano libanese Daily Star informava che i combattenti salafiti giordani presenti in Siria sarebbero tra i 700 e i 1.000, per lo più arruolati nel Fronte al Nusra, gruppo militante radicale attivo contro il governo di Bashar al-Assad.

Diversamente dai salafiti del decennio scorso, per lo più legati al progetto di al-Qaeda di una guerra santa globale, questa nuova generazione sarebbe molto più interessata a combattere in conflitti locali, spostando la propria azione contro i leader di paesi arabi contrari alla loro affermazione. Come la Siria di Bashar al-Assad, la cui crisi interna si è rivelata un adeguato terreno di prova per i combattenti giordani post “primavere arabe”: non soltanto per la facilità di ingresso, attraverso dei confini fino a poco tempo fa scarsamente pattugliati, ma anche per la prospettiva di creare in Siria una base da cui lanciare future offensive contro altri governi ostili, primo fra tutti quello giordano.

Non è un mistero infatti la posizione censoria di Amman nei riguardi dell’islamismo militante, così come i piani di lotta congiunta a fianco di Israele e Stati Uniti contro simili movimenti.

Le esternalità negative della crisi siriana rischiano di complicare la vita al Regno Hashemita di Giordania. Che avrebbe iniziato, come informa recentemente l’agenzia di stampa Reuters, a prendere sostanziali contromisure contro i jihadisti giordani, i quali, dopo aver combattuto per alcuni anni in Siria, starebbero ritornando nel loro paese d’origine, disillusi o stanchi di una guerra che si sta prolungando più del previsto.

Stanno aumentando infatti le incarcerazioni in Giordania di questi ex combattenti, che attualmente sarebbero più di un centinaio. I jihadisti di ritorno, sebbene non accusati di cospirazione contro il proprio paese, sarebbero condannati al carcere per atti non autorizzati dallo stato e considerati lesivi delle relazioni con la Siria. Una posizione, quella di Amman, che sembra essersi irrigidita negli ultimi tempi, rispetto alla maggiore tolleranza dimostrata negli anni scorsi.

Le incarcerazioni avverrebbero in applicazione delle stesse leggi anti-terrorismo emanate da Amman contro i militanti che nel 2003 si erano spinti a combattere in Iraq dopo l’invasione a guida statunitense.

Inoltre, la Giordania avrebbe rinforzato in modo consistente il pattugliamento dei 370 chilometri di confine con la Siria: ne è prova il bombardamento del 16 aprile scorso da parte dell’aeronautica giordana ai danni di alcuni veicoli guidati, secondo il portavoce del governo giordano, da combattenti siriani, che sarebbero entrati nel territorio del Regno Hashemita in un tentativo di fuga dalle forze governative siriane.

Una situazione che complica la posizione della Giordania, paese che si trova in mezzo a importanti vicini come Arabia Saudita e Israele, ma anche ad alleati come gli Stati Uniti, e che al contempo non vuole rinunciare ai rapporti con il governo di Damasco, un partner commerciale in tempo di pace sempre molto attento a evitare il dilagare degli islamisti.

Una situazione che tuttavia stanno vivendo anche altre potenze della regione. Primo fra tutti, Israele, che nel timore di una vittoria dei movimenti islamisti sunniti in Siria, ma anche dell’allargamento dell’azione del movimento sciita Hezbollah, avrebbe già attuato interventi oltreconfine.

O come l’Arabia Saudita, che dopo la spaccatura con il Qatar sarebbe tornata a più miti consigli, riguardo all’utilizzo di islamisti nella crisi siriana: Riad avrebbe infatti recentemente proibito ai propri cittadini di combattere all’estero, di donare denaro a qualsiasi fazione siriana o di simpatizzare con le idee dei militanti coinvolti.

Giovanni Andriolo

Osservatorio: "Il Grande Gioco: Nord-Africa e Asia Centro-Occidentale". Dal Marocco all'Afghanistan, passando per Iran e Penisola Araba: è questo il terreno in cui si sta combattendo la guerra poco religiosa nel cuore del mondo islamico. La posta in gioco? Egemonia regionale e controllo delle risorse energetiche. Un grande Risiko nella regione cuscinetto tra tre Continenti che coinvolge, più o meno ufficialmente, tutte le maggiori potenze del mondo.
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