Giordania: nuovo venerdì di protesta contro il governo, la «primavera araba» ripartirà da Amman?

La Giordania del re Abdullah II è scesa in piazza anche questo venerdì nella capitale Amman e in tanti altri centri del Paese. Queste proteste antigovernative vanno ad arricchire il grande fermento popolare in atto in questo momento nel mondo arabo, messo in mostra ad esempio già dall’Egitto e dalla Tunisia nei giorni scorsi.Le agitazioni vanno avanti già da qualche settimana (è il terzo venerdì consecutivo della «rivolta di novembre» partita il giorno 16) e hanno registrato anche violenti scontri tra forze dell’ordine e manifestanti in tutto il regno, con lanci di pietre da un lato e lacrimogeni dall’altro, e persino qualche morto. Oggi nella sola Amman sono stati in migliaia a sfilare dopo la preghiera collettiva di metà giornata. Negli stessi luoghi, in particolare nella centrale piazza al-Dakhiliyya, erano presenti anche svariati manifestanti con cartelli e striscioni a favore dell’attuale regime, in una situazione molto tesa caratterizzata dalla massiccia presenza della polizia e dalla chiusura di molte strade, il che ha reso la capitale letteralmente “blindata”.

Per cosa si manifesta?

Il motivo scatenante della rivolta è prettamente economico: l’aumento dei prezzi del carburante sussidiato (gas per cucina, riscaldamento, benzina per l’auto etc.) in una misura che varia dal 30 al 50% a seconda del tipo di combustibile. Tale decisione è stata presa dal gabinetto del primo ministro Abdullah Ensour, il quarto ad avvicendarsi in un solo anno, per far fronte al solito problema che tutti i poteri costituiti accampano ultimamente come giustificazione per questo genere di misure che graveranno sulla popolazione: il crescente debito pubblico. Tuttavia nel Paese sono in crescita esponenziale povertà e disoccupazione, e questo insostenibile aumento del prezzo dei carburanti compromette seriamente la sopravvivenza dei giordani. Si diffonde esponenzialmente, quindi, anche il malcontento. Già a settembre il solo annuncio di un probabile aumento ha portato a sollevazioni popolari che hanno causato la rimozione dell’allora in carica Primo ministro, che assieme al suo governo in Giordania viene nominato direttamente dal re.

Quello che i manifestanti però domandano a gran voce è anche, però, la riforma del sistema di potere presente in Giordania. L’opposizione propone forti emendamenti per porre fine all’era della monarchia assoluta, caratterizzato dallo strapotere del sovrano. C’è anche addirittura chi domanda, e questa è una novità assoluta nelle proteste giordane, lacacciata del re e la fine della stessa monarchia. La famiglia reale al potere nel Paese gode di una forte legittimazione che gli deriva dal suo vantare discendenze dirette da Maometto (come nel caso del Marocco), e questo è uno dei motivi per cui finora difficilmente il regno hashemita (dal nome, appunto, del clan degli Hashemiti di cui faceva parte il Profeta dell’Islam) è stato messo in discussione.

Da chi è formata l’opposizione?

A organizzare le masse di gente insoddisfatta dall’accanimento del regime politico c’è un variegato schieramento di forze. Tra queste possiamo ricordare i liberali, le forze laiche e della sinistra, una componente di movimenti islamici più radicali come quello salafita e anche i Fratelli Musulmani giordani. Presenti fin dagli anni ’30 del Novecento come branca direttamente legata al movimento nato in Egitto, dal 1992 (grazie alla legge che ha permesso l’esistenza del pluripartitismo) hanno anche un braccio politico nel Fronte d’Azione Islamico. Con una grande diffusione nella classe media del Paese e un’imponente struttura di Stato sociale parallelo (sostituendo o compensando la carenza di servizi sanitari, educativi, sociali etc. forniti dal Regno), godono di vasto consenso e finora non hanno mai messo in discussione il Regno che ha assicurato loro, in cambio dell’appoggio, grosse concessioni in termini di interessi economici e posti di potere. Ma evidentemente adesso la situazione è diventata insostenibile, e per una forza di quello che in Occidente viene chiamato «islam moderato» potrebbe essere l’occasione giusta per arrivare al potere, così come è successo in Egitto e Tunisia.

Curiosa è infine la presenza tra gli oppositori del regime anche di ex agenti dei servizi segreti, che hanno emanato un comunicato ufficiale di denuncia della corruzione che sta avanzando inesorabilmente nelle strutture del potere.

Una nuova fase della primavera araba può partire da Amman?

Fedele alleato degli Usa nella regione mediorientale, la Giordania è già stata lambita dal vento di protesta che ha caratterizzato l’inizio del 2011. Le sollevazioni del gennaio di questo stesso anno nel regno hashemita hanno portato alle dimissioni del Governo e alla promessa, finora non mantenuta, di elezioni democratiche che vadano a sostituire la nomina regia del governo. Poi lo scoppio della cruenta ribellione nella vicina Siria, tutt’ora in atto,  ha attirato su di sé l’attenzione sia degli attivisti politici sia della monarchia, che ha pubblicamente dichiarato la necessità della caduta del regime di Bashar al-Assad.

Le scene che vengono da questa parte di Medio Oriente ci danno per certi versi l’impressione di essere di fronte allo stesso già visto copione, nel mondo arabo come anche in Europa e nelle Americhe. Crisi del debito e forti problemi economici e sociali, un governo più o meno autocratico che reagisce con provvedimenti che colpiscono direttamente la popolazione ed in più usa il pugno duro quando c’è qualcuno che alza la voce in senso contrario. La grave compromissione della sopravvivenza quotidiana e le aspirazioni di libertà e democrazia della gente riusciranno a produrre un reale cambiamento di potere? La Giordania, come pare stia già avvenendo nell’ultimo mese, diverrà un nuovo scenario di rivolte che faranno cadere i regimi? Nella regione (oggi più che mai una polveriera per la presenza dei delicatissimi conflitti in Palestina e Siria) si avrà un nuovo governo islamico che segnerà un reale cambio di passo sia a livello interno sia per gli equilibri internazionali, con gli Stati Uniti che vedranno sfuggirsi dalle mani un ulteriore alleato? O si passerà dopo poco dalla primavera all’autunno, come sembra accada a Tunisi e sulle rive del Nilo? A tutti questi scottanti interrogativi che gli osservatori si pongono non è possibile ovviamente ancora dare risposta, ma sta di fatto che è importante seguire gli sviluppi di cosa succede ad Amman e dintorni per capire anche il futuro del Medio Oriente.

 

Maggiori approfondimenti nell’articolo apparso oggi sul giornale panarabo al-Hayat e tradotto dal sito Al-Monitor, e nel topics del New York Times sulla Giordania.

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