Giornalisti curdi repressi: quando la Turchia deve essere raccontata ed i premi non devono sottomettersi agli sponsor

La Turchia e la sua repressione non sono scoppiate improvvisamente a Gezy Park. Bisogna lasciare i fari accesi su tutti i casi che attanagliano i curdi presenti in questo Paese. Tuttavia i vari osservatori sembrano sempre più interessanti agli articoli piuttosto che alle persone. Soprattutto quando si celebra, come dovrebbe fare e fa il Premio Alpi, con soldi che provengono da chi necessita di visibilità, come Unicredit in questo caso. C’è bisogno di volti patinati, di platee e non di riflessioni.

Zeynep Kuray è una giornalista turca che nel suo Paese ha dovuto subire la prigione, il linciaggio, perché impegnata semplicemente nel suo lavoro da cronista, a snocciolare le riga di vite impigliate in negazioni dei diritti, come quelli dei curdi in Turchia. La vita, il lavoro e la prigionia di Zeynep Kuray  sono state raccontate dal giornalista italiano Marco Cesario, nel suo libro “Sansur”, la cui lettura ha reso sensibile la giuria del Premio Alpi, che ha quindi deciso di riservare un premio speciale alla giornalista.

Nonostante Zeybep non sia più costretta al carcere, vive ancora sistemi restrittivi per la sua libertà e dunque non può lasciare la Turchia. Per questo il giornalista Marco Cesario ha chiesto di poter ritirare per lei il premio alla kermesse, che si svolgerà a Riccione il prossimo settembre. Tuttavia la direzione del Premio ha comunicato che tale procedura non può essere accettata, per questioni di visibilità. Certo. Perché il premio ha bisogno di una faccia, non di un’esistenza, perché lo sponsor Unicredit deve consegnare la targa col suo nome marchiato su dinanzi a fotografi e curiosi.

Chiediamo in maniera informale, di scrivere alla direzione del Premio Alpi affinché la menzione speciale ed il relativo premio siano comunque riservati a Zeynep Kuray, nonostante lei non possa ritirare fisicamente il premio. Sarebbe un segnale da parte di chi si dichiara essere osservatorio di buon giornalismo, per tutti quelli che vengono schiacciati. Come Hamdiye Çiftçi, giornalista che dal 2008 vive un vero e proprio boicottaggio, fatto d’intimidazioni, denunce e detenzione. Tutto questo per aver documentato le violenze della polizia contro il quattordicenne Cüneyt Ertuş.

La giornalista Hamdiye Çiftçi ha scontato per questo due anni di carcere, perché colpevole di aver fatto addirittura i nomi dei poliziotti che ruppero il braccio al minorenne. Naturalmente per i pubblici ufficiali non ci sono state condanne. La violenza contro il quattordicenne si consumò durante le celebrazioni del capodanno curdo, il Newroz, che si stavano svolgendo a Colemêrg, nel 2008. L’arresto della giornalista è rientrato nell’operazione che coinvolse più di venti operatori dell’informazione appartenenti al movimento politico filo curdo KCK, ritenuto dalle autorità turche troppo vicino al PKK. Si attendono notizie sui nuovi provvedimenti che spettano ad Hamdiye, però il giornalismo, gli osservatori, i sensibili in generale non possono sempre e solo seguire la scia degli impulsi sensazionalistici, fatti di applausi o sgomenti estemporanei.

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