Giro tra le discariche di Lazio e Campania, in attesa della grande manifestazione di Napoli

Lorenzo Giroffi

La luce sparata in queste settimane sul ciclo dei rifiuti, legale ed illegale, ha un doppio fascio. Imbarazzanti gli approfondimenti su un pentito che dà consigli e che paradossalmente dirige lo sdegno popolare. Entusiasmante invece la voce amplificata dei comitati cittadini che dopo anni di lavoro nell’ombra trovano un minimo di feedback con i media e possono spalancare il sapere accumulato in questi anni di resistenza, anche se ora è il tempo di tenere assieme le cause e non giocare a chi ha il logo più bello.

In questo scenario si è inserita l’Associazione A Sud, che, assieme al CDA (Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali) ed all’Ejolt (Environmental Justice Organizations, Lialibities and Trade), ha avuto il merito di far del concetto di biocidio un’analisi empirica. La camorra non è lontana, i rifiuti non sono circoscritti e l’Italia non è un Paese sviluppato.

A Sud all’interno di una settimana di conferenze sul tema, ha organizzato il biocidio tour in Lazio e Campania. L’intento è stato quello di dare una visuale live del termine biocidio, ovvero la selezione da parte dei sistemi di potere di alcune aree geografiche, sacrificate per far risparmiare le grandi industrie, creare le connessioni tra politica e business criminale, ammalare terreni, persone ed animali di quei posti.

LAZIO: ROMA NON  DEVE DIMENTICARE LA CRISI RIFIUTI 

Il tour di è partito da Malagrotta, sito che ha accolto indifferentemente la spazzatura di Roma. Qui si è vista sorgere una collina, lì dove c’era solo un’enorme cava, riempita da spazzatura: l’ottavo colle di Roma.

A Sud nel suo biocidio tour ha messo assieme una delegazione di attivisti, ricercatori, giornalisti,  procuratori, provenienti da tutto il mondo perché, come dichiara Marica Di Pierri dell‘associazione:”Il sud non può riguardare solo chi subisce”.

Il rischio è quello di generalizzazioni o ammasso di pietismi stereotipati, come quando i grossi network internazionali girano immagini nella provincia di Caserta parlando di Napoli, lasciando alla camorra, oltre che la libertà negli affari con ed in mezzo mondo, anche una sommaria identificazione del proprio quartiere generale. Meglio quindi affidarsi a chi bene conosce i territori.

Il comitato No Malagrotta racconta la storia di questa discarica, che dagli anni ‘70 si è insediata all’interno di un raggio comprendente cave, cementificio, bitumificio ed inceneritori. Il sito di stoccaggio Malagrotta, che non ha mai diversificato i rifiuti, è stato chiuso lo scorso 30 settembre, dopo sette anni di proroghe, per inadempienze strutturali ed incapacità ad accogliere altra spazzatura. Quel che resta è il trasporto di combustibile dei rifiuti in altre parti d’Italia, l’inquinamento in tutta l’area e la proposta dal Commissario Speciale all’emergenza rifiuti della Regione Lazio, Goffredo Sottile, di far partire la costruzione di una nuova discarica a Malagrotta, a seicento metri dal sito appena chiuso. Il comitato No Malagrotta giudica tale proposta sciagurata, perché sarebbe solo un ampliamento di un sito che ha già fatto danni alla Valle Galeria (Nord di Roma). Le proposte alternative naturalmente sono di una riconversione dell’area e di tutto il ciclo dei rifiuti, perché la differenziata ed il riutilizzo dei materiali è l’unica strada percorribile. Un’indagine scientifica realizzata dall’Università La Sapienza di Roma ha rilevato che quest’eventuale realizzazione comprometterebbe le falde acquifere, costituendosi come una vera e propria discarica galleggiante. Il TAR del Lazio ha approvato tale ricerca, ma ha concesso al Co.La.Ri. (consorzio di proprietà dell’imprenditore Manlio Cerroni, che già gestiva il sito chiuso) di commissionare esso stesso un altro ente scientifico per un’ulteriore confutazione.

Il tour di A Sud si è spostato poi verso Colleferro: altro epicentro di contaminazioni. Un’indagine epidemiologica del 1997 dimostrò il rischio fatto toccare agli abitanti dell’area. I caronti in questa terra sono interpretati dai comitati Unione Giovani Indipendenti e da RETUVASA. 

Qui ha operato l’industria chimica Caffaro, interrando i propri fusti tossici, e dove agiscono linee di inceneritori, fatte partire senza le autorizzazioni dell’Asl.

Il fiume Sacco che arriva fino alla provincia di Frosinone ha tracce di sostanze inquinanti che sono ormai impossibili da debellare: soluzione unica e poco realistica è quella di dragare tutto il corso d’acqua. Questo fiume bagna i campi che vengono poi coltivati.

CAMPANIA:  CONTINUATELA A CHIAMARE EMERGENZA 

La Campania; i  rifiuti speciali nelle terre coltivate per i mercati di tutta Europa; semi concimati dai rifiuti di tutto il continente; tossicità respirate dagli abitanti di una terra svenduta. Un business appena finito, per cui saranno necessari altri spazi di analisi e per cui potrebbero aprirsene altri.

Santa Maria La Fossa e San Tammaro, nomi forse lontani dalle orecchie di chi sente parlare di emergenza rifiuti, ma posti simboli di dove si è toccata con mano l’incapacità di gestire il ciclo dei rifiuti in Campania. A seguito dell’emergenza scoppiata nel 2001 qui sono state tirate su Ferrandelle e Maruzzella, discariche che hanno accolto ecoballe: rifiuti tenuti assieme senza alcuna distinzione ed ammassi di scarti buttati in fosse senza alcuna copertura. Discariche ritenute d’interesse nazionale, quindi bloccate ad ogni controllo cittadino, perché militarizzate. In questa provincia si sta lavorando alla costruzione di una centrale a biomassa ed una a gas, per questo i comitati No Gassificatore a Capua ed il Comitato per  l’Agro Caleno: No Centrale a Biomasse avevano organizzato un viaggio verso la prefettura di Caserta, per chiedere alle istituzioni delucidazioni su tali progetti. Il giorno prima dell’iniziativa sono stati però diramate diffide e fermi alle ditte dei pullman che avrebbero dovuto portare nel capoluogo di provincia gli attivisti.

A parte i cumuli di spazzatura per strada bisogna affondare le mani nei terreni contaminati, nelle discariche che nascondono in tutta la Campania sei milioni di ecoballe, con la consapevolezza che ogni ecoballa pesa una tonnellata.

La delegazione internazionale si è diretta a Giugliano, provincia di Napoli, cittadina ormai nota per la discarica Resit e dove le soluzioni si sono incanalate verso la costruzione di un altro inceneritore, osteggiato dal comitato No Inceneritore a Giugliano. In questi campi, compromessi dal percolato e dai rifiuti di industrie chimiche made in Italy e non solo, si coltivano i prodotti del mercato ortofrutticolo italiano, che varcano anche i confini nazionali e che sono utilizzati dalle più importanti multinazionali di surgelati. Una delle proposte dei  comitati cittadini è quella di predisporre tutta l’area a “No Food” e preservare i saperi dei contadini con la coltivazione in serra fuori terra, con la tecnica idroponica. Tutto ciò è necessario data l’incidenza dei tumori e dei casi di tiroide, aumentati del 70%.

Nel panorama del biocidio, la delegazione ospite di A Sud deve ben presto dimenticare le cartoline del Colosseo o della Torre di Pisa, per guarda quest’Italia e non pensare che sia solo una parte di essa:

come è possibile che questo accada in Italia? Questa è la parte peggiore del Paese e dell’Europa? Ad alcune di questi interrogativi verrebbe da rispondere: “No, questa è Europa, come lo è Gjackova , Brixton, Casoria, ecc…

Antonio Gustavo Gomez, procuratore della corte di Trucman in Argentina, che con FLP avevamo già seguito in un’altra iniziativa di A Sud, afferma che le popolazioni di questi posti devono far riferimento al proprio codice penale, che contempla il disastro ambientale e che quindi può impugnare i responsabili. Swapan Kumar Patra, ricercatore dell’Università Jawaharlal Nehru di New Delhi, che studia le questioni ambientali nei Paesi in via di sviluppo, confessa:”Pensavo che tale tipo di proteste riguardasse solo i Paesi emergenti, non quelli già sviluppati, ma mi devo ricredere. L’unico aspetto positivo di questa triste vicenda è l’unione nella lotta di tutte queste persone”.

Il biciodio tour si conclude a Terzigno, all’interno del Parco Nazionale del Vesuvio, che deve convivere con le discariche Cava Sari 1 e 2, costruite a 50 metri  dalle abitazioni, colluse con tristi affari e che durante gli anni dell’emergenza riceveva 300/400 camion al giorno, provenienti da più parti del mondo, alcune volte privi anche di targhe. Le bonifiche che son state fatte in questi territori hanno riguardato semplicemente spostamento di rifiuti, come il materiale portato a Terzigno da una discarica chiuso per rischio di disastro ambientale: Lo Uttaro di Caserta. I comitati cittadini di Mamme Vulcaniche, La Fenice Vulcanica e Fiume in Piena sono certi che la gestione delle bonifiche debba partire da controlli efficaci dal basso, per evitare che si creino altri business poco utili alle persone già vittime di scempi.

Il biocidio tour è stata una delle tappe di avvicinamento verso la grande manifestazione di domani, sabato 16 novembre a Napoli #FiumeinPiena

First Line Press quest’anno si è occupato di ambiente, realizzando un video-reportage sul possibile utilizzo dei cementifici nel ciclo dei rifiuti “Eppur si brucia: cementifici e rifiuti” ed il dossier “Soprusi, ambiente devastato, lotte, Italia, multinazionali e mondo” scaricabile gratuitamente nell’area download del nostro sito.

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