Gli equilibri internazionali sul filo della questione siriana: il G20 in Russia cambia agenda

Le verità e gli interessi della comunità internazionale sul disastro siriano verranno presto allo scoperto, perché dopo tanta pretattica, sembra che si stiano delineando. L’appuntamento del G20 in Russia, a San Pietroburgo , avrà sicuramente un suo focus su tale scenario.

Il Kosovo, la Libia, la Siria (solo per citarne alcuni),  tutti interventi che fanno venire voglia di mostrare i muscoli a vicenda e studiare gli effettivi interessi nella varie zone. Succede poi che s’intreccino anche interessi strettamente legati a problemi di questo o quel Paese, come possono essere i diritti delle minoranze o rapporti  con alleati strategici nello scacchiere geopolitico. In effetti il  G20 che si svolgerà tra oggi e domani aveva nelle sue intenzioni dibattiti in merito alla crisi finanziaria ed alle eventuali soluzioni, ma le minacce statunitensi e la ricerca di prove sull’utilizzo di armi chimiche del regime siriano da parte di Germania e Francia faranno di certo spostare il tiro del meeting.

Il Senato statunitense ha già approvato un possibile intervento armato in Siria della durata di 60 giorni, con possibile proroga, a seconda degli svolgimenti, di altri 30. A tal proposito deve ancora esprimersi la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti d’America (United States House of Representatives),  anche se il presidente Barack Obama ha voluto precisare, a margine della votazione, che sarà preso sempre e comunque come monito principale la decisione unanime degli organi internazionali.

Come una storia che si ripete senza il pudore della vergogna, la guerra , che comunque già sta devastando la Siria, è appesa alla ricerca delle famigerate armi chimiche, che secondo l’intelligence statunitense sarebbero state usate dall’esercito del regime di Bashar Al Assad, alle porte di Damasco, il 21 agosto scorso, causando più di mille e quattrocento vittime. Il presidente Assad ha sempre negato ogni utilizzo di armi chimiche da parte dei suoi militari, anzi ha rilanciato accusando i ribelli di averlo fatto, armati appunto dalle forze occidentali. La Russia al momento mantiene un rapporto assolutamente diplomatico, senza volersi sbilanciare. Da una parte il suo presidente Vladimir Putin si dice sorpreso dell’impiego di armi chimiche dell’esercito centrale siriano, perché in questa fase in netto vantaggio rispetto i ribelli, sia per controllo di territorio, che per uomini, dunque tende a non credere alle informazioni statunitensi, ma dall’altra però dichiara di essere pronto ad un’entrata militare in Siria.

La paura di tutti gli attori della vicenda è l’intervento via terra, per la possibile impreparazione a rappresaglie.

Mentre si discute ed il G20 in Russia contempla possibili soluzioni, bisogna fare i conti con i numeri stilati dalle Nazioni Unite, che parlano di centomila vittime in Siria dall’inizio delle proteste (maggio 2011) e la diaspora siriana si segnala già come la più grande crisi di rifugiati a seguito del genocidio del Rwanda del 1994. Sono più di due milioni i siriani con lo status di rifugiati e più di quattro milioni quelli scappati dal proprio Paese e riparatisi principalmente in Giordania, Libano, Egitto e Turchia, ma da qualche settimana anche in Europa.

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