Gli ultras, Port Said e un verdetto ancora in ballo

Andrea Leoni

Nell’inizio della rivoluzione del 2011 uno zoccolo duro dei manifestanti era costituito, al Cairo, dagli ultras dell’Al-Ahly, la squadra locale della capitale. Hanno giocato un ruolo fondamentale alla caduta di Mubarak, continuano a ricordare, ma ora sotto l’era Morsi, gli ultras non hanno preso una posizione netta anche se i loro tamburi continuano a rimbombare anche durante gli scontri.

L’Al-Ahly è la prima squadra del Cairo ed è un po’ come il Milan o la Juventus per gli italiani, i loro ultras sono molto caldi e furono molto attivi nelle prime proteste. Il calcio qui è il primo sport ed è molto seguito, come in Italia, gli ultras, sono organizzati, colorati e gli scontri contro la polizia erano frequenti (ora il campionato si svolge a porte chiuse). I murales e le scritte ultras riempiono le vie e talvolta, soprattutto a Port Said, si incontra qualche rimando all’Italia “Brotherood in Curva Sud” campeggia nella strada vicino al palazzo presidenziale al Cairo, “Libertà”, “Curva” o termini simili in tutta Port Said. Ad oggi i tifosi dell’Al-Ahly, organizzano presidi, come quello che fu al ministero degli Interni, ma un po’ si sono defilati ufficialmente come gruppo anche se la loro presenza in piazza è costante.

I loro nemici storici, oltre a quelli di Ismailia, sono quelli, gli ultras Green Eagles, della squadra di Port Said l’Al-Masry Club, la squadra fondata dopo la prima rivoluzione, quella del 1919. La rivalità è enorme, ogni volta non era solo un derbySuccede quindi che, durante il campionato egiziano, la Egyptian Premier League, l’1 febbraio del 2012, sono in molti a seguire il match tra le due squadre odiate l’Al-Masry e l’Al-Ahly, ma nessuno ha il minimo sentore di cosa stia succedendo. 

Dai racconti di chi alla partita era presente quella sera i controlli non c’erano: “C’era un clima di caos generale, tutti potevano entrare con coltelli, spranghe e bastoni senza che ci fosse nessun controllo. Si poteva entrare senza biglietto e per una partita del genere era una cosa stranissima” raccolta un giovane ragazzo. Uno striscione esposto dal settore locale, scritto in inglese, recitava: “stiamo per uccidere tutti”. La partita inizia con una mezz’ora di ritardo, la squadra locale subisce è in svantaggio e a pochi minuti dal termine inizia il putiferio: un vero e proprio gruppo organizzato inizia ad attaccare i tifosi e i giocatori ospiti con spranghe, coltelli e bastoni. Il bilancio è tragico: 74 i morti, molti per colpi da arma da taglio, altri per commozioni cerebrali, un migliaio i feriti. In tutto questo caos, come poi i video testimonieranno, i poliziotti presenti rimangono solo a guardare, non riescono o non vogliono contenere i gruppi di violenti che attaccano giocatori e tifosi dell’Al-Ahly, alcuni sostengono che la stessa polizia abbia aperto le barriere che separavano le due tifoserie. Successivamente il capitano dell’Al-Masry pubblicamente attacca la polizia e il suo operato, l’allenatore dell’Al-Ahly dice che il massacro era orchestrato. Chi c’era dietro la mattanza non si può ricercare dietro agli ultras locali, ma piuttosto si deve ricondurre a gruppi di criminali pagati da qualcuno e con il benestare e l’accordo della polizia. 

Port Said è una città militarizzata e sembra che tutto fosse già previsto: si doveva confezionare la vendetta agli ultras che resero Tahrir la piazza della Rivoluzione e i militari avevano un conto in sospeso. Avviene l’1 febbraio del 2012, il primo anniversario di tragici fatti del 2011 a Tahrir, quando dei criminali a cavallo, fecero irruzione nella piazza picchiando violentemente chi vi si trovava.

Le prime sentenze si sono pronunciate il mese scorso e contro dei giovani “presi a caso” nella tifoseria dei Green Eagles: 21 di loro dovranno subire la pena capitale. Nelle proteste davanti ai cancelli, però si inscena un’altra protesta che viene repressa dalla polizia in maniera violenta: 27 i morti. La polizia dice che qualche persona sarebbe stata fatta evadere dal carcere: “cosa che non sta ne in cielo ne in terra, noi sappiamo che ci sono nove porte da oltrepassare all’interno del carcere e come avremmo potuto fare? Una bugia bella e buona per sparare a innocenti” si difendono i cittadini di Port Said. Durante la lettura delle sentenze la polizia spara indiscriminatamente colpendo a morte anche persone che non rientrano neanche nella civile protesta che si stava inscenando.

Ora Port Said è in subbuglio, è da giorni che molti cittadini chiedono verità e giustizia e subiscono ancora la violenta repressione della polizia. A guidare le proteste ci sono gli ultras locali che rimbalzano su facebook le notizie, le richieste e gli appuntamenti. Gli stessi che hanno organizzato un piccolo presidio, stile Tahrir, in una delle piccole piazze a pochi passi dal carcere e non troppi dallo stadio. La partecipazione è costante e numerosa: operai, ultras, studenti come anche lavoratori del canale e pensate, qualche militare, ieri, si è aggiunto alle proteste. Fra pochi giorni, il 9 marzo, saranno lette le altre sentenze sulla strage. I presupposti per un’altra Rivoluzione ci sono tutti: stavolta, però, da Port Said.

 

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