I Balcani di fronte all’Europa

Può sembrare paradossale, eppure è davvero difficile parlare di Europa, oggi, senza parlare di conflitti e, a maggior ragione, parlare di Europa senza parlare di Balcani, in particolare i cosiddetti “Balcani Occidentali”: l’Europa del Sud Est.

Senza nascondere un certo imbarazzo nell’individuare il tema di aggancio, per questo che intende essere il primo di una serie di pezzi dedicati all’Europa del Sud-Est, al suo complesso profilo e alle sue innumerevoli contraddizioni, mi torna tuttavia alla memoria il tema di un recente Caffè Europa, tenuto a Napoli, in compagnia con gli amici del Movimento Federalista Europeo.

Il tema era (è) quello dell’Unione Europea, del suo ruolo di cooperatore e risolutore dei conflitti nel Vecchio Continente e del senso del Premio Nobel per la Pace 2012, recentemente assegnato, lo scorso Dicembre, proprio alla Unione Europea, per il ruolo svolto dall’architettura comunitaria nell’impedire la ricomparsa della guerra nel Vecchio Continente e nell’avere messo a freno gli appetiti storici delle potenze europee che, nel corso del Novecento, in un lasso di appena trent’anni, erano state capaci di provocare due guerre mondiali, diverse decine di milioni di morti, la tragedia impareggiabile della Shoah.

Tra l’altro, mi capita di scrivere questo pezzo proprio il 27 Gennaio, Giornata della Memoria delle persecuzioni e della Shoah causate dai regimi nazifascisti del nostro continente, e facilmente potrebbe capitare di deviare, lungo questa direzione, dal tema principale. Che invece vuole essere quello della responsabilità storica dell’Europa, soprattutto nel contesto storico e politico dei Balcani Occidentali e, insieme, quello della valutazione sull’efficacia della Unione Europea nella soluzione delle controversie e nella prevenzione della guerra.

In effetti, visto da Strasburgo, il Premio Nobel sembra non fare una piega: si pensi alla lunga storia della costruzione europea, al modo come le potenze erano uscite dalla catastrofe della seconda guerra mondiale, al processo di messa in condivisione delle risorse strategiche della industria bellica di Francia e Germania (attraverso la CECA, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio) e, infine, la lunga storia della costruzione comunitaria, passata attraverso il Trattato di Roma e il Trattato dell’Eliseo (di cui è recentemente ricorso il cinquantesimo anniversario), la Comunità Economica Europea e oggi l’Unione Europea.

Visto da Belgrado, però, quel Premio Nobel ha molte meno ragioni e, certamente, molti meno sostenitori: alla vigilia della conferma del processo di adesione della Serbia e dell’assegnazione di una data, che probabilmente sarà accordata entro il prossimo Giugno 2013, per l’avvio ufficiale delle trattative per l’adesione alla Unione Europea, circa il 45% dell’opinione pubblica serba, a quanto risulta dai più recenti sondaggi, esprime un giudizio positivo dell’Unione e reputa prioritario per il proprio Paese l’ingresso nella Comunità.

Eppure l’attuale leadership serba (una sorta di coabitazione, non sempre semplice in verità, tra il Presidente della Repubblica, il nazionalista Tomislav Nikolic, e il Presidente del Consiglio, il socialista Ivica Dacic) ha rivendicato la strategia del “sia il Kosovo, sia l’Europa” come propria bussola, strategia che ha consigliato, tra le altre cose, di aprire, per la prima volta dopo la guerra del 1999, un vero e proprio tavolo negoziale, con la mediazione dell’Alto Rappresentante della Politica Estera e di Sicurezza Comune dell’Unione Europea, la britannica Catherine Ashton, tra il premier serbo Ivica Dacic e il premier dell’auto-governo kosovaro Hashim Thaci.

Un processo negoziale problematico ed irto di difficoltà ma che, per la prima volta dopo anni, potrebbe portare a una soluzione possibile l’empasse kosovaro e, con esso, il vero e proprio, storico, rompicapo balcanico.

di Gianmarco Pisa (IPRI-Istituto Italiano di Ricerca per la Pace, rete CCP-Corpi Civili di Pace)

Gianmarco Pisa

Osservatorio "La terra dell'inaccessibile". Un punto di vista alternativo, e di prima mano, su aspetti, vicende e contraddizioni dell’Europa del Sud-est, i Balcani appunto, per etimologia, “terra dell’inaccessibile”, eppure così vicini e determinanti anche per le storie di casa nostra e le vicende dell’integrazione e del senso stesso dell’Europa.
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