I beni culturali arabi alla prova delle presunte “primavere”

Dal Maghreb alla Siria, passando per Egitto e Iraq:
qual è lo stato del patrimonio storico-artistico a seguito
delle rivolte? Intervista all’archeologo Paolo Brusasco

Professor Brusasco, una prima domanda astratta dal contesto: ritiene possibile che un popolo sia danneggiato dalla distruzione o la mercificazione del suo patrimonio culturale?

«Certamente sì. Proprio questo è il punto: bisogna abbandonare la visione obsoleta che i beni culturali rappresentino semplici oggetti, “pietre prive di vita”, la cui distruzione non interessa il presente e gli eredi attuali del passato. Al contrario, presente e passato sono legati in maniera inscindibile: come spiego nel mio libro, i beni culturali sono l’espressione diretta dell’animo umano, delle passioni e della vita di quegli uomini che li hanno creati. Quindi forgiano le coscienze  delle odierne popolazioni che continuano a fruirne. Si pensi, per esempio, al valore sociale, aggregativo, delle antiche moschee o delle chiese bizantine che vengono tuttora “vissute” dai popoli mediorientali. La loro distruzione è una perdita incalcolabile per il tessuto sociale moderno. Di più: salvare i beni culturali dei popoli minacciati da guerre e rivolte equivale non solo a metterne al sicuro il retaggio culturale, ma la loro stessa esistenza, dal momento che purtroppo spesso le guerre sono finanziate in maniera significativa dal contrabbando delle antichità trafugate. Emergenza umanitaria e salvaguardia culturale quindi coincidono, sono due aspetti della stessa realtà. Sarebbe un grave e imperdonabile errore scindere i due problemi».

Nel suo libro Tesori Rubati un capitolo è dedicato ai danni che hanno subito i beni archeologici dei paesi coinvolti nelle cosiddette primavere arabe a partire dal 2011. Il titolo è emblematico, “Primavera araba e autunno dei beni culturali”: ce lo spiega?

«Il processo di democratizzazione cui miravano i rivolgimenti politico-sociali che definiamo “primavere arabe” ha toccato un nervo scoperto delle varie società del Medio Oriente: il rapporto conflittuale, e in molti casi dettato da motivi di propaganda ideologica, che esiste tra patrimonio culturale e identità nazionale. Le distruzioni e i saccheggi occorsi dalla Tunisia alla Libia, dall’Egitto alla Siria, per tacere dell’Iraq, sono espressione tangibile di questa imposizione ideologica del retaggio nazionale da parte di regimi che facevano un uso sin troppo spregiudicato dell’archeologia. In molti casi, il filtro del regime si è imposto tra i cittadini e il loro passato come una lente deformante. Tuttavia, senza un sincero anelito di identificazione col passato, la primavera, il “rinascimento del pensiero”, si è trasformata in un “autunno della cultura” dove le antiche icone vengono percepite dalle masse come simboli di regime da decostruire e razziare».

Partiamo dal primo paese coinvolto nelle rivolte, la Tunisia: in che modo è stato danneggiato il patrimonio artistico locale?

«Accanto alle mafie e ai comuni saccheggiatori, troviamo in Tunisia la mercificazione del patrimonio culturale da parte del deposto regime di Ben-Ali e dei suoi notabili: tesori sottratti a siti archeologici e musei – come un centinaio di reperti di epoca romana mancanti dal museo del Bardo, una delle più antiche istituzioni museali africane e ricchissimo di mosaici romani e cristiani. Tuttavia, per merito del  funzionario Fathi Bejaoui dell’inp (Istituto Nazionale del Patrimonio),  la Commissione nazionale di indagine, diretta dal noto archeologo zedineBeschaouch – nuovo ministro dei Beni culturali e della Salvaguardia del patrimonio -  ha sequestrato una collezione di oltre 200 reperti, tra i quali si contano  splendide colonne e superbi fregi marmorei di età romana, reimpiegati nell’arredo  della lussuosa villa al mare della figlia dell’ex presidente. Purtroppo, anche a Cartagine – la “delenda Carthago” di Catone il Censore –il celeberrimo sito punico, ricostruito dai romani nel 146, dopo la terza guerra punica, si è assistito a un dissesto dell’archeologia: la città è stata interessata da un piano di sviluppo urbanistico del tutto incontrollato, che ha visto la fioritura nella sua area perimetrale  di sontuosi quartieri residenziali, abusivamente edificati nel ventennio di governo dai massimi dirigenti del Paese. Vanificando quindi gli sforzi di archeologi come Azedine Beschaouch, che con uno scavo decennale negli anni settanta del Novecento ne aveva permesso l’inserimento nella lista dei siti Patrimonio mondiale dell’unesco nel 1979».

Poco dopo inizia la rivolta in Egitto, uno dei paesi più famosi al mondo per il suo patrimonio archeologico: quali i danni principali?

«In Egitto, dopo un periodo iniziale di transizione in cui le distruzioni erano decisamente più limitate, si deve purtroppo registrare un’ accelerazione esponenziale dei saccheggi in questo ultimo anno, parallelamente al deteriorarsi delle condizioni di stabilità politica. L’Unesco è recentemente intervenuta lanciando un appello, di concerto con le dogane internazionali e l’Interpol, per intercettare centinaia di reperti depredati da siti archeologici e musei. In particolare, di estrema gravità sono le razzie avvenute al Mallawi National Museum di Minya, 300 chilometri a sud del Cairo, distrutto e derubato da bande criminali il 14 agosto 2013. I danni sono catastrofici: sottratti oltre mille reperti archeologici che datano dall’Antico Regno al periodo islamico. Il peggiore assalto a una istituzione museale dopo il saccheggio dell’Iraq Museum di Baghdad nell’aprile 2003, dove sparirono oltre 15000 preziosi oggetti. Inoltre mafie specializzate nel contrabbando di antichità operano impunemente in siti dell’importanza di Saqqara, Abusir, Abu Rawash, Beni Suef, e molti altri ancora,  con tonnellate di tesori egizi depredati e trasferiti temporaneamente in nascondigli sicuri, in attesa di essere messi in commercio.  Secondo Carol Redmount, la direttrice della missione dell’Università californiana di Berkeley, nell’importante sito di El Hibeh, del Terzo Periodo Intermedio, è attiva una banda criminale armata di stampo mafioso (in connivenza con la polizia locale) che impiega bulldozer e dinamite alla ricerca dei preziosi corredi d’oro della necropoli dell’ xi secolo a.C., distruggendo  anche il tempio cittadino e i principali insediamenti urbani. Né è risparmiata dai saccheggi da parte degli abitanti del vicino villaggio di Sheikh Abada anche la celebre Antinoe, edificata nel 130 d.C. nel Medio Egitto dall’imperatore romano Adriano in onore del suo favorito Antinoo, sul Nilo, in prossimità del luogo in cui il giovane trovò la morte».

Situazione più complessa in Libia, dove più che di rivolte si è trattato di guerriglia con successivo bombardamento della NATO: brevemente, quali sono i danni?

«Il rapporto dell’Unesco, unitamente a informazioni pervenutemi dal collega, archeologo libico, Hafed Walda – consigliere del Dipartimento di Antichità della Libia – registrano un incremento considerevole dei saccheggi dei siti archeologi e quindi del traffico illegale di opere d’arte, soprattutto a opera di bande armate provenienti dai confini con il vicino Egitto. Per arginare il fenomeno Walda prospetta un programma di cooperazione internazionale e di addestramento dei quadri del Dipartimento di Antichità della Libia. Meno drammatica la situazione invece per quanto riguarda i danni militari diretti dovuti al bombardamento della Nato e la supposta costruzione di una base militare da parte del regime di Gheddafi nell’antica Leptis Magna e Sabratha, fiorentissimi centri punico-romani».

Nel caso egiziano e libico ci sono stati esempi di azioni popolari rivolte alla protezione del patrimonio? Quali?

«Sì, in situazioni sporadiche ciò è avvenuto. Caso emblematico è il cordone umano di oltre duemila persone che si era formato in piazza Tahrir nelle prime ore dopo il saccheggio del Museo del Cairo, la notte del 28 gennaio 2011, durante le iniziali insurrezioni popolari in Egitto. Un immenso scudo umano a protezione del santuario dell’archeologia egiziana, segno di fermo e sincero attaccamento popolare al retaggio faraonico rappresentato dall’istituzione. Ma anche in Libia ci sono segnali che la popolazione collabora con gli specialisti del Dipartimento nella difesa del patrimonio culturale.  Del resto, testimonianze in questo senso, anche se meno palesi, sono manifeste anche in Iraq e in Siria».

Questo conferma che le popolazioni stesse sono consapevoli dell’importanza del patrimonio culturale?

«Sì. Soprattutto in quei villaggi ubicati in prossimità dei siti archeologici, dove la popolazione ha servito come maestranze di scavo nelle missioni internazionali, abbiamo una risposta di sincera difesa del retaggio culturale, che è anche una rilevante fonte di reddito per tali popoli».

Passiamo alla Siria. Lei ci parla del caso della moschea Omayyade di Aleppo come esempio di strumentalizzazione del patrimonio a fini propagandistici da parte di entrambe le parti, governo e antigovernativi: ci spieghi.

«Lo splendido minareto della moschea Omayyade di Aleppo, edificato nel 1094 d.C. dal principe selgiuchide Malik Shah e Patrimonio mondiale dell’umanità per l’Unesco, è stato abbattuto nell’aprile del 2013 dai colpi di mortaio e dalla bombe dell’esercito di Assad, per snidare i cecchini ribelli che si erano asserragliati nella moschea. Un copione che si ripete in molti monumenti e siti che sono strumentalizzati ai fini della propaganda delle parti in guerra. In Siria, purtroppo, gli straordinari castelli crociati, le chiese bizantine, le antichissime moschee e i siti archeologici sono utilizzati come campi di battaglia, diventano quindi scudi culturali dietro i quali l’esercito nazionale e la varie fazioni di ribelli si nascondono per sferrare l’ennesimo attacco all’avversario in un vicendevole scambio di successive accuse. È un modo per delegittimare agli occhi del mondo – che ben conosce l’importanza storica di questi monumenti – l’avversario politico del momento. Questa spettacolarizzazione della guerra è certo stimolata dall’era digitale di Internet che permette una immissione in presa diretta delle immagini più raccapriccianti. Non è forse questo uso strumentale dell’archeologia una dimostrazione tangibile della valenza attualizzante e simbolica dei beni culturali?»

Mosaico colpito da mortaio, Grande moschea omayyada dei damasco-2013

Brevemente, quali gli altri danni al patrimonio dei siriani?

«Impossibile enumerarli tutti, siamo nell’ordine di migliaia di siti danneggiati: si tratta di un disastro epocale, pari, se non superiore, a quello dell’Iraq durante e dopo la seconda guerra del Golfo del 2003. Parlano i puntualissimi rapporti e le immagini del Dipartimento di Antichità Siriano (Dgam), aggiornati all’aprile 2014, e vari blog specialistici, come quello del gruppo di espatriati siriani Le patrimoine archéologique syrien en danger. Tutti e sei i siti dichiarati Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’Unesco sono stati trasformati in teatro di scontri – la città vecchia di Aleppo, Damasco,  Bosra, Palmira, il Krak dei Cavalieri con il Castello di Saladino e gli antichi villaggi romano-bizantini della Siria del Nord –  e in luoghi di saccheggi di tesori archeologici (Palmira soprattutto). Inoltre, in aggiunta alle ormai note razzie dei mosaici romani nel sito ellenistico di Apamea, avvenute già nel 2011-2012, va registrato un incremento sistematico dei saccheggi a partire dal 2013-2014 – depredazioni che secondo il direttore del Dgam Abdul Karim “sarebbero perpetrate da mafie internazionali provenienti dall’Iraq, dal Libano e dalla Turchia”.  In particolare, due centri di primaria importanza come Mari e Dura Europos, sul medio Eufrate siriano, sono vittime di spoliazioni ad opera di bande di terroristi armati (dai 300 ai 500 uomini)che, nel primo, hanno razziato e obliterato gran parte delle meraviglie architettoniche del palazzo amorreo mariota del III-II millennio a.C., mentre a Dura – lo splendido snodo commerciale  in cui convivono tratti ellenistici, partici e romani – l’80% dell’area archeologica ha subito devastanti saccheggi che spaziano dai Templi di Bel, di Azzanathkona, di Artemide, di Adone e di al-Hamiya alla casa di Lysias all’agorà e alle terme, dalla sinagoga alla domus ecclesiae cristiana.  Assai recente, inoltre, il fenomeno iconoclastico della distruzione sistematica da parte di gruppi islamici estremisti come Isis (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) degli idoli pagani:  proprio come i Buddha di Bamiyan vennero fatti esplodere dai talebani in Afghanistan nel lontano 2001, le icone della tradizione dell’arte figurativa ellenistico-romana e cristiano-bizantina della Siria sono annichilite con colpi di mortaio e dinamite, in nome di una intransigente, quanto non filologica,  revisione del Corano. Per esempio, a soffrire maggiormente sono stati i bei rilievi scolpiti con motivi animali che decoravano la necropoli romana di Shash Hamdan, nella provincia di Aleppo, ma anche le tombe rupestri di età romana ad al-Qatora, con le statue intagliate sul fianco della valle ridotte in miseri frammenti. Ma assai inquietante è, infine, un fenomeno nuovissimo: l’installazione di campi di addestramento terroristici all’interno di celeberrimi siti archeologici come la città protosiriana e amorrea di Ebla del III-II millennio a.C. –scoperta da Paolo Matthiae dell’Università La Sapienza di Roma; o ancora nel Castello di San Simeone stilita, un venerabile luogo di culto della cristianità siriana.  E anche la costruzione di gallerie sotterranee nella città vecchia di Aleppo (Patrimonio Unesco) da parte di terroristi ribelli, che minacciano di far esplodere la celebre cittadella medievale minandone le sostruzioni. Uno scenario quindi apocalittico che difficilmente potrà restituire ai siriani, e a tutta l’umanità, la ricchezza di uno dei patrimoni culturali più straordinari di ogni tempo e luogo».

Esistono movimenti o organizzazioni di sensibilizzazione al tema della protezione del patrimonio culturale siriano?

«In questo scenario di instabilità e guerra, il Dgam siriano sta facendo del suo meglio per cercare di salvare il salvabile. Ma non è facile. Di concerto con il piano Emergency Safeguarding of the Syrian Heritage project lanciato dall’Unesco lo scorso 1 marzo 2014, con una sovvenzione dell’Unione Europea di 2,5 milioni di euro, il Dgam ha promosso già a partire dal 2013 una campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica nazionale e internazionale sul tema dell’importanza di salvaguardare il patrimonio culturale della Siria, non solo per i siriani ma per l’intera comunità internazionale. Un piano che sta già dando i suoi frutti, con migliaia di cittadini siriani che collaborano fattivamente con i funzionari del Dgamper la tutela di siti e musei, ma che deve necessariamente essere implementato a livello politico con una cessazione delle ostilità e con un monitoraggio da parte delle dogane e dell’Interpol per frenare il flusso di reperti archeologici che sono regolarmente contrabbandati attraverso le frontiere del paese. A questo proposito, desidero chiudere con un appello: tutti noi possiamo contribuire a fermare lo scempio dei saccheggi, evitando di acquistare oggetti siriani commercializzati sui siti telematici o nelle case d’asta: per esempio, una stele neoassira del IX secolo a.C., scavata illegalmente a Tell Sheikh Hamad, l’antica Dur-Katlimmu, è stata sequestrata dai funzionari del Dgam e dell’Interpol  in una pubblica asta tenutasi da Bonhams a Londra, lo scorso 3 aprile 2014. È questa la via da seguire».

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Giovanni Andriolo

Osservatorio: "Il Grande Gioco: Nord-Africa e Asia Centro-Occidentale". Dal Marocco all'Afghanistan, passando per Iran e Penisola Araba: è questo il terreno in cui si sta combattendo la guerra poco religiosa nel cuore del mondo islamico. La posta in gioco? Egemonia regionale e controllo delle risorse energetiche. Un grande Risiko nella regione cuscinetto tra tre Continenti che coinvolge, più o meno ufficialmente, tutte le maggiori potenze del mondo.
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