I detenuti della Dozza di Bologna e la loro redazione giornalistica

Lorenzo Giroffi @loregiro

La dimensione carceraria è vissuta sempre come un tabù dalla società. Troppo pochi gli interrogativi sulla vita che scorre dentro un sistema teoricamente funzionale a sopperire qualcosa che la libertà personale ha distorto. Le condizioni delle prigioni italiane sono note, i moniti di Europa e società civile sono incessanti, ma nonostante ciò resta sempre fuori agenda e discussione lo sviluppo di alternative valide all’abbandono ed all’esclusione dei carcerati. L’intimità di chi è colpevole e la vita di chi ha sbagliato meritano la dignità di tutti, naturalmente con il rispetto della pena da scontare e la libertà da riconquistare, seppur quella del desiderio resta sempre libera e proprio con questa l’associazione “Il Poggeschi per il Carcere” ha voluto intraprendere un percorso all’interno della Casa Circondariale Dozza di Bologna.

Ilaria Avoni, Valentina Rizzo e Nicola Rabbi (nel video segnalato) ci hanno raccontato della propria esperienza, fatta d’interazione con i detenuti, affinché questi possano uscire dalla routine ed immergersi in un lavoro giornalistico, visto che il progetto (Ne vale la pena) è incentrato proprio sulla creazione di un giornale che parla di e dal carcere. Il Poggeschi per il Carcere alla Dozza di Bologna ha riunito detenuti sparsi da varie alee della struttura: quelli vogliosi, ma anche semplicemente curiosi e decisi ad abbandonare l’apatia con la quale sono costretti a vivere.

Esperienze di giornali dal carcere sono state più volte intraprese in Italia, questa volta però tutti gli articoli non vengono raccolti in maniera tradizionale e quindi stampati, fermandosi magari a lettori della stessa struttura od ai conoscenti all’esterno, ma vengono pubblicati sul sito di informazione BandieraGialla, creando quindi una vastità dei fruitori.

Scrittura ed evasione sembra un binomio sin troppo banale, ma in realtà, leggendo gli articoli (qui) dei detenuti, si palesa, oltre l’incredibile profondità di alcuni, la voglia di comunicare al di là dei codici imposti dall’universo parallelo della “prigione”, costituendo così degli espedienti narrativi inevitabilmente attraenti.

“Ne vale la pena” non ha alcuna voglia di svolgere funzione utile alla redenzione o di riformulazione della coscienza, semplicemente è felice di far ascoltare voci lasciate nella cantina della società, per pigrizia, forse pregiudizio, ma soprattutto perché tutti noi siamo ormai abituati ad una prospettiva sociale sempre troppo ristretta.

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