I minatori sudafricani in lotta nel mezzo di una guerra tra sindacati

Andrea Leoni

Torna alla ribalta il caso dei minatori sudafricani proprio dopo che, pochi giorni fa, un sindacalista del NUM (National Union of Mineworkers) è stato assassinato a colpi di pistola, come lo stesso sindacato filogovernativo ha reso noto: “uno dei nostri membri è stato attaccato a colpi di arma da fuoco in un nostro ufficio nella miniera Lonmin della Western Platinum”. Subito le notizie che sono circolate sono quelle di un omicidio mirato (è stato colpito anche un altro sindacalista che era con lui) e si è fatto subito cenno, ovviamente, alla vera e propria guerra che i due sindacati NUM e AMCU (Association of Mineworkers and Costruction Workers) stanno combattendo. Il caso ha avuto l’eco internazionale, perché, come ricorderete la lotta dei minatori iniziata lo scorso anno ha dovuto subire dei momenti tragici: i 34 morti in una protesta in cui si richiedevano aumenti salariali.

Lotta che non si è arrestata neanche davanti alla violenza perpetrata dalla polizia e i minatori che vi partecipano sono sempre più numerosi. Proprio lo scorso mese nella regione di Rustenburg, vicino Johannesburg, migliaia di minatori di tre miniere di cromo sono scesi ancora una volta minacciosi per le strade, dieci sono rimasti feriti a seguito dei proiettili di gomma sparati dalla polizia (secondo le fonti degli agenti di sicurezza). Nei giorni successivi, a seguito di questo sciopero non autorizzato, la multinazionale svizzera Xstrata ha licenziato mille minatori che poi si è dichiarata disposta “a collaborare con le autorità per risolvere la situazione in maniera pacifica e assicurare la sicurezza dei suoi dipendenti” (?).

Andiamo per ordine però. Lo scorso anno era il 16 agosto quando i minatori scesero per le strade di Marikana, si protestava contro la crescente disuguaglianza di un Paese, tra quelli della sigla Brics, in cui un’economia in via di sviluppo doveva significare un aumento del PIL e quindi anche condizioni di vita migliori per tutto il Paese. Così non è stato, e neanche quando i mondiali di calcio del 2010 vi hanno avuto luogo. Così i minatori hanno protestato anche per un aumento salariale, contro la crescente disoccupazione, per delle condizioni di vita migliori e contro il mai placato razzismo che pervade la società sudafricana (in questi giorni si vive un’altra ondata di razzismo dopo l’uccisione di un somalo). Così si è arrivati ad un 16 agosto di proteste che è sfociato nel giorno in cui si è tornati a quella violenza degli “anni dell’apartheid”: la polizia sparò sulla folla e uccise 34 manifestanti. I fatti di quel giorno ancora non sono stati chiariti e una commissione d’inchiesta governativa è “impegnata” a risolvere le varie controversie a cui però non potrà più prender parte un altro sindacalista dell’AMCU assassinato tre giorni prima della sua testimonianza.

La guerra tra i due sindacati si è ufficializzata nel 2012, dopo che migliaia di lavoratori hanno lasciato il NUM per l’AMCU. Quest’ultimo è un giovane sindacato che rappresenta circa il 70 per cento dei lavoratori (solo il 20 sarebbero con i NUM) del gruppo produttore di platino Lonmin ma è maggioranza anche nelle Amplats and Impala Platinum ed in crescita di popolarità (sempre a discapito del NUM) anche in altri settori come quello del cromo.

L’altro sindacato, il NUM, è legato al governo dell’ANC (African National Congress) il partito che nacque per mano di Nelson Mandela ma che ora non ha una chiara eredità ed è messo molto in discussione anche dopo gli scandali che hanno colpito i vertici. L’eredità politica di Nelson Mandela, di cui si parla molto durante questi giorni in cui il leader spirituale del Sudafrica è in ospedale, non può essere raccolta di certo dal presidente Jacob Zuma. Basti vedere anche solo come è stata gestita l’organizzazione della polizia: da un processo di smilitarizzazione con Mandela al 2009, quando lo stesso Zuma sancì il definitivo ritorno di un “sparare per uccidere” e con la ri-militarizzazione della polizia con risultati a dir poco scioccanti. Una violenza incresciosa che ha fatto si che Andries Tatane un insegnante e attivista attaccato durante una marcia pacifica subì il “lucido” pestaggio mortale di 12 poliziotti nel 2011 o appunto la stessa tragedia di Marikana.

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