I Talebani del Pakistan tra la guerra in Siria e le accuse a Malala

Gli ultimi giorni di cronache provenienti dal Medio Oriente hanno visto come protagonista della scena l’organizzazione fondamentalista armata pakistana dei taliban. Su più fronti.
Da un lato, è di martedì la dichiarazione ufficiale, da parte del portavoce del Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP) ‘Abd al-Rashid Abbasi, dell’arrivo di un primo contingente di combattenti nella Siria in guerra. Il dirigente dell’organismo, che racchiude i diversi gruppi di ispirazione talebana radicati sul territorio pakistano, ha parlato di centinaia di militanti già da tempo pronti ad intervenire contro Bashar al-Assad e che ora sono arrivati sul campo dopo la “richiesta di aiuto da parte dei combattenti arabi”. Altri 120-150 talebani provenienti dal nord-ovest del Pakistan dovrebbero raggiungere entro la fine di questa settimana il commando ed il quartier generale già installatisi all’interno dei confini siriani. Molti affiliati al movimento degli “studenti” afghani-pakistani proverrebbero anche da Paesi arabi come Libia e Tunisia e a quanto si riporta dovrebbero cooperare con altri qaedisti già presenti da tempo in Siria.

Il conflitto che affligge da ormai oltre due anni la Siria si fa così sempre più complicato e indistricabile. Sospeso tra la guerra civile, il regolamento di conti tra poteri forti e la lotta di liberazione, è innegabile che stia diventando un forte polo di attrazione per quei gruppi integralisti che non da ieri portano avanti azioni armate nella regione, innalzando vessilli in nome di Allah che coprono ben altri tipi di interessi. Tuttavia, sebbene sia attestata la presenza di gruppi impegnati in un “jihad” contro il “tiranno infedele” Assad sul territorio siriano, c’è chi, come l’inviato di Al-Jazeera English a Islamabad Kamal Hyder, non esclude che l’annuncio del portavoce pakistano sia solo pura propaganda. Questo perché, da un lato, l’Esercito Siriano Libero, che sta conducendo la lotta armata contro il regime di Damasco, è in pieno conflitto con le componenti fondamentaliste islamiche. I contrasti sul tipo di lotta da portare avanti e sugli ideali in nome dei quali farlo sono evidenti, ed inoltre pare che un gruppo legato alla branca irachena di Al-Qaeda abbia addirittura assassinato un alto comandante del Free Syrian Army nella città di Latakia. D’altro canto, l’annuncio viene diffuso con una tempistica apparentemente non casuale, in un momento in cui le forze lealiste stanno riportando diversi successi sul campo di battaglia.

 

L’altro motivo per cui si parla di Talebani del Pakistan sulla stampa internazionale sono le dichiarazioni di un altro importante esponente del movimento, ‘Adnan Rashid, riguardanti Malala Yousafzai, la ragazza pakistana oggi 16enne vittima il 9 ottobre 2012 di un attentato da parte dei taliban che guardavano con estremo disprezzo la sua lotta per l’istruzione femminile nella sua scuola del distretto settentrionale dello Swat. L’ex pilota militare, poi affiliatosi agli integralisti e condannato a morte dopo aver tentato nel 2003 l’assassinio dell’ex presidente pakistano Pervez Musharraf, ha diffuso poche ore fa una lettera aperta indirizzata a Malala diffusa dai media locali della zona del nord-ovest del Pakistan al confine con il sud-est dell’Afghanistan, “culla” dei talebani.

In questa lettera Malala, che in odore di premio Nobel per la pace ha tenuto il 12 luglio scorso un accorato discorso davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sull’importanza dell’educazione di donne e bambini per il futuro del pianeta, viene accusata di condurre una campagna diffamatoria contro i Talebani e di voler diffondere un sistema scolastico “satanico e secolarista” che mira a rendere gli studenti pakistani “Asiatici nel sangue ma britannici nel gusto” – il riferimento diretto è qui all’emigrazione di Malala e della famiglia a Birmingham, Regno Unito, dove è stata sottoposta a cure ed è ritornata a studiare dopo l’attentato che le ha messo a rischio la vita.

Rashid ha inoltre scritto che, contrariamente a quanto diffuso, l’attentato è stato dovuto proprio alla propaganda anti-talebana portata avanti dalla ragazza nella sua scuola, e non perché i talebani siano contro l’istruzione delle donne. Nella lettera c’è poi l’invito alla giovane pakistana a ritornare nella sua terra d’origine, iscriversi ad una madrasa (scuola coranica) femminile del suo quartiere e usare la sua penna per il bene della comunità musulmana (nel discorso Malala ha fatto riferimento proprio alla “penna” come strumento di lotta più forte e temuto di qualsiasi spada).

Curioso, osservando come la notizia viene trattata dalla stampa internazionale, è vedere come, mentre alcuni media occidentali come ad esempio la Cnn e la versione inglese di Al-Jazeera mettono in rilievo l’accusa e l’invito di Rashid, altri, come la Bbc e il sito pakistano Dawn.com danno spazio nei loro titoli a quella parte della lettera in cui il talebano Rashid ammette che non avrebbe voluto che Malala fosse sparata alla testa, un attentato dal quale – dichiara- è rimasto scioccato.

 

 

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