I transgender pakistani e un riscatto che passa anche per le urne

Domenico Musella

In Pakistan e India sono conosciuti come hijra, “eunuchi”. Vivono per la maggior parte nell’ombra, inondati dalla luce solo grazie ad una superstizione che ogni tanto li vuole protagonisti di colorate cerimonie matrimoniali: portano fortuna loro, così “strani” e perciò quasi miracolosi, tra il divino e il demoniaco.

E perciò sono spesso relegati al ruolo di danzatori che intrattengono gli uomini (le donne spesso festeggiano separatamente) alle feste di nozze o per celebrare le nuove nascite, oltre che nel mondo in chiaroscuro che gira attorno alla prostituzione e all’accattonaggio. Hanno molte difficoltà a trovare altri lavori (le testimonianze raccolte da Public Radio International), ostacolati come sono da pregiudizi cui non di rado si aggiunge un islam (il motivo collante della “terra dei puri”) declinato in interpretazioni poco favorevoli alle differenze. In alcuni casi sono stati anche coinvolti in una “guerra tra poveri”, costretti a contrastare falsi hijra che si sostituivano a loro nelle feste prendendo il denaro al loro posto.

L’emarginazione se la portano dietro quasi per predestinazione già nel termine con cui vengono definiti, che la lingua urdu mutua dalla radice araba che vuol dire “emigrare, lasciare il proprio gruppo”. Gli hijra sono spesso costretti ad abbandonare le loro stesse famiglie nel momento in cui mostrano le loro inclinazioni sessuali, e anche a causa di questo vivono da esclusi in gruppi separati dal resto della popolazione. Spesso formano delle nuove famiglie, delle “famiglie ombra” guidate da un “guru” in cui si sperimentano nuovi legami affettivi e si riproducono con nuovi interpreti i ruoli ed i compiti della parentela tradizionale. Anche se molto richiesti perché “portano fortuna” fin dai tempi delle corti dei maharaja, se fare loro offerte è considerato di buon auspicio ed inoltre sono ritenuti affidabili proprio perché non sottostanno a legami di parentela, gli hijra rappresentano tuttavia uno degli strati più poveri e disagiati ai margini della società pakistana.

Dietro un’unica etichetta si cela in realtà un mondo poco conosciuto di storie diverse tra loro, sempre in bilico tra la delicatezza e la violenza. C’è chi è nato uomo ma si sente donna, c’è chi si traveste, c’è chi è omosessuale o bisex, c’è chi ricalca letteralmente la definizione di “eunuco” avendo subìto operazioni di mutilazione genitale. C’è chi anche fisiologicamente ha caratteristiche che vanno al di là dell’inquadramento classico di genere, come ermafroditi, intersex o ad esempio persone affette dalla sindrome di Klinefelter (un’alterazione cromosomica che genera negli uomini caratteristiche fisiche e comportamentali tipicamente femminili). Pare poi che non manchino storie di bambini di strada rapiti e forzatamente resi “eunuchi” con rudimentali evirazioni. Inoltre gli hijra sono più facilmente soggetti a molestie, maltrattamenti e violenze sessuali, non godendo della stessa protezione degli altri da parte della società. Non sono stati rari i casi in cui le stesse forze dell’ordine, in un mix di maschilismo e brutalità, hanno abusato di loro.

Ma qualcosa sta cambiando per le tante “Princesa” (la transgender protagonista del brano di Fabrizio de André, ndr) delle strade chiassose di Islamabad e altri centri. Nonostante il Paese non sia tra i più inclini a riconoscere i diritti di genere: le donne sono generalmente in condizione di subalternità e l’omosessualità è reato (così come sono un tabù i rapporti extramatrimoniali, ed in questo pesano parecchio l’islam più o meno fondamentalista e la rigida mentalità patriarcale). La causa transgender è portata avanti da qualche anno a questa parte (consigliamo qui un articolo del 2010 del Guardian) da due personaggi che non ti aspetti. Uno è un avvocato specializzato in diritto islamico, Muhammad Aslam Khaki, che ha difeso in tribunale molti transgender dopo casi di tortura e violenze da parte della polizia (e per questo ha ricevuto minacce di morte da giovani militanti del partito islamico Jamaat-e-Islami che hanno visto in lui un difensore dell’omosessualità). L’altra personalità che ha preso a cuore i diritti degli hijra è un’alta carica istituzionale: il presidente della Corte Suprema del Pakistan, Iftikhar Muhammad Chaudhry. Grazie a lui l’importante organo giurisdizionale ha emanato sentenze che per la prima volta sanciscono ufficialmente la parità dei diritti tra i transgender e gli altri cittadini.

Tra il 2011 ed il 2012 (ne parla qui il Washington Post) la Corte riconosce ufficialmente gli hijra come terzo sesso e dà loro la possibilità di registrarsi sulle carte d’identità elettroniche (cui prima non avevano nemmeno accesso) non più come uomini o donne ma come hijra, riconoscendo la loro diversità nell’uguaglianza di diritti. Sempre attraverso il ruolo propositivo della Corte Suprema, si regolamenta per le legge il diritto degli hijra all’assistenza sanitaria e all’eredità. In alcuni casi sono gli stessi transgender a rifiutare, ad esempio, un documento d’identità che riporti il cognome del padre naturale o lasciti ereditari, che li ricollegano a coloro che invece li hanno rifiutati e cacciati dalla famiglia. Tuttavia si tratta di piccoli grandi passi verso l’uguaglianza, ed è anche grazie ad essi che nella società pakistana si sta diffondendo un atteggiamento diverso nei loro confronti. Nel dibattito pubblico si comincia a parlare degli hijra, nei piccoli comportamenti quotidiani si nota un po’ più di rispetto e un po’ meno discriminazione.

Si formano gruppi di attivisti transgender, come la Gender Interactive Alliance (il sito e la pagina facebook), che non hanno paura di manifestare per le loro rivendicazioni anche cantando e danzando con i loro abiti e veli colorati. Lo scorso settembre il massimo organo giudiziario ha poi sentenziato sul diritto all’istruzione ed all’impiego (anche nel settore pubblico) degli hijra. Per la prima volta vengono riconosciuti il diritto di voto e l’eleggibilità a cariche pubbliche. Alle prossime elezioni di maggio che eleggeranno il parlamento nazionale e le assemblee provinciali si avrà il primo candidato hijra della Storia del Pakistan: Sanam Fakir (nella foto). 32 anni, dirige un’associazione di volontariato per i diritti dei transgender che tra le altre cose fornisce loro un’alfabettizzazione informatica (ne parla The Express Tribune).

Residente a Sukkur, città del Pakistan centrale a 8oo chilometri a sud di Islamabad, corre per un seggio nel consiglio della provincia del Sindh. Le chance di essere eletto non sembrano tante, considerando anche il complesso intreccio tribale-religioso che determina le appartenenze elettorali in questa Repubblica islamica, ma la sua candidatura rappresenta simbolicamente una grande tappa nell’uguaglianza LGBTI in un Paese come il Pakistan. Fakir è la dimostrazione vivente che un hijra può essere istruito, può riscattarsi dall’eterno ruolo di danzatore o mendicante, e può contribuire alla pari di tutti gli altri alla vita democratica del Paese. Si tratta di un’assoluta novità nell’area asiatica e islamica, e se ci pensiamo bene in Europa è soltanto nel 2006 che abbiamo avuto la prima candidatura e la prima elezione in parlamento di una transgender, l’italiana Vladimir Luxuria.

Staremo a vedere quanto continuerà a migliorare concretamente la vita degli oltre 500.000 hijra che secondo complicate stime sono presenti nella “terra dei puri”. Fatto sta che i segnali positivi degli ultimi anni che hanno riguardato questo gruppo di persone fa ben sperare per un effettivo passo in avanti verso l’uguaglianza di genere. Sicuramente una delle tematiche più delicate e cruciali non solo nel mondo islamico ma per tutto il pianeta.

 

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