IKEA: istruzioni per l’uso

DOSSIER LOGISTICA E COOPERATIVE/3 – In questi giorni si stanno svolgendo in tutta Italia e non solo iniziative di boicottaggio al colosso svedese IKEA, in solidarietà ai 33 lavoratori del deposito di Piacenza sospesi (di cui 21 successivamente licenziati) per la loro attività sindacale. Questo è un primo testo di inchiesta, dal vivo della settimana che ha aperto la nuova fase di lotta all’IKEA  di Piacenza.

 

Quando ci si ritrova – almeno una volta nella vita – a montare i mobili IKEA si pongono, in genere, due problemi: le istruzioni in svedese (che, se non fosse per le immagini e per l’intuito, uno penserebbe di aver scambiato uno sgabello per una lampada) e qualche vite mancante. Le informazioni riguardo la vertenza apertasi nei giorni scorsi all’IKEA di Piacenza sono, per certi versi, molto simili: le parole non aiutano e qualche pezzo manca.

Durante le 48 ore di “tregua armata” – come la definisce il quotidiano “La Libertà” di Piacenza – della settimana seguita a quella dei picchetti, abbiamo deciso di sentire direttamente la voce della protesta davanti ai cancelli del più grande deposito IKEA del Sud Europa, durante i continui blocchi, cortei e presidi.

La mattina del 6 maggio il primo picchetto; lavoratori del magazzino si trovano, insieme a studenti e militanti di collettivi e centri sociali arrivati anche da Bologna e Modena, di fronte ai cancelli per bloccare il flusso delle merci perché 33 di loro sono stati sospesi per aver attuato un blocco interno (20 giorni prima).

La protesta era iniziata come forma di solidarietà ad uno dei lavoratori del magazzino, “declassato” dalla sua mansione di carrellista a quella di facchino. Più complessivamente, nel magazzino, la cooperativa che gestisce in subappalto il lavoro per IKEA agisce al di fuori della legalità: non rispetta il contratto di lavoro, impedisce le assemblee interne, non paga straordinari e giorni di malattia, solo per riportare le più gravi inadempienze, dunque la protesta è innanzitutto contro lo sfruttamento e per la dignità.

Non è davvero la prima volta che ci troviamo all’alba per un picchetto, eppure sembra esserlo: quando si arriva al polo logistico di Piacenza la sensazione è sempre quella di un luogo popolato solo da macchine, dove gli edifici sono enormi e brutti, dove per gli esseri umani non c’è posto, o forse si spera sia così. Invece no: di esseri umani ce ne sono, e anche tantissimi, chiusi nei magazzini chilometrici e squadrati. Quello dell’IKEA è il primo a comparire, con il colore tipico della multinazionale, giallo su blu: a spezzare la normalità, i colori delle tantissime bandiere piazzate lungo il percorso che porta al presidio. Il bianco su rosso del Si Cobas, il rosso su bianco del No Coop.

Siamo in tanti, più di 50 tra studenti, precari e lavoratori con i 33 sospesi. Ci si passa il tè e le brioche; si ride e si chiacchiera in un’atmosfera gioiosa, che sembrerebbe quasi paradossale, se non si sapesse che la serenità deriva da quell’unione di chi condivide da tempo la stessa condizione di sfruttamento e fino ad oggi non ne ha mai potuto parlare, di chi si è reso conto che lottando uniti si può vincere e cambiare le cose.

Incontriamo subito uno dei tesserati Si Cobas che prende parte alla lotta: lui non è fra i 33 sospesi, ma lavora per la stessa cooperativa, la San Martino, che ha emesso i provvedimenti disciplinari. Il magazzino IKEA, ci spiega, è diviso in due reparti: DC1 e DC2. Le mansioni svolte nei due reparti sono identiche: carrellisti, facchini, retrattilisti. La differenza fondamentale sta però nella gestione: il DC1, infatti, è gestito dalla cooperativa Sigest, il DC2 dalla San Martino. Cooperative diverse, quindi, ma stesse mansioni, e, soprattutto, stesso committente, l’IKEA: i lavoratori del magazzino DC1, quello della Sigest, però sembrano essere soddisfatti delle loro condizioni di lavoro. Retribuzione, malattia, carichi di lavoro; tutto sembra essere tranquillo, all’altro capo dello stesso edificio. Nel DC2, invece, a pochi mesi dal rinnovo dell’appalto vinto dalla cooperativa San Martino, esplode la protesta.

Il nuovo appalto, per entrambi i reparti è dell’ottobre 2013. La Sigest entra nel reparto DC1, la San Martino prosegue l’attività già avviata negli anni precedenti nel DC2. Al momento dell’ingresso, ad entrambe le cooperative viene presentata dal sindacato Si Cobas una piattaforma di rivendicazioni. Il Si Cobas ad IKEA vanta un forte radicamento. È l’esito della lotta e della vittoria tra il 2012 e il 2013 per il reintegro dei facchini sospesi per attività sindacale, una lotta durata diversi mesi contro il Consorzio CGS e le cooperative San Martino, Cristal ed Euroservizi, che all’epoca gestivano il magazzino.

Nell’ottobre del 2012, infatti, 107 lavoratori erano stati licenziati per uno sciopero effettuato nel mese di giugno. Uno sciopero che denunciava l’iniquità delle retribuzioni, i continui atti intimidatori e le vere e proprie “liste di proscrizione” stilate dai responsabili del magazzino. E i lavoratori, stanchi di dover sempre abbassare la testa, avevano invertito la rotta, lottando insieme contro tali condizioni di lavoro. La richiesta, sopra tutte, era (e resta) il rispetto del contratto collettivo nazionale che, per quanto non pienamente soddisfacente, resta comunque uno strumento di garanzia e tutela del lavoro. Dopo la vittoria conseguita nel gennaio del 2013, il contratto, secondo quanto stabilito dall’accordo tra le parti, doveva essere applicato gradualmente a tutti i lavoratori, fino alla copertura del 100%. Ad oggi, il contratto nazionale è applicato solo ad una minima parte dei lavoratori; e questa, in gran parte, costituisce la differenza tra le condizioni dei lavoratori Sigest e quelli di San Martino.

Il secondo punto nelle rivendicazioni è quello più “politico” e delicato: viene chiesta “agibilità e libertà di associazione sindacale, la consultazione con i lavoratori prima della firma (da parte di qualsiasi sindacato) di qualunque accordo, e la sottoscrizione degli accordi soltanto previa approvazione della maggioranza dei lavoratori”. Verrebbe da sorridere di fronte a queste rivendicazioni se non fosse che i lavoratori raccontano di aver chiesto di poter convocare un’assemblea per confrontarsi e chiedere chiarimenti alla cooperativa riguardo alla mancata applicazione del contratto e l’assemblea non gli è stata concessa. E poi il Tfr (che non è calcolato sul monte ore effettivamente svolto dai lavoratori, straordinari inclusi, ma solo sulla base delle ore previste per contratto), i giorni di malattia retribuiti (ché una malattia che inizia di venerdì è ben diversa da una che inizia di lunedì), e gli stessi provvedimenti disciplinari emanati dalla cooperativa nei primi giorni di maggio.

Così, quando ad uno dei lavoratori, carrellista tesserato Si Cobas, quel lunedì viene impedito di svolgere le sue normali mansioni, parte immediatamente la protesta dei colleghi che, in solidarietà, interrompono l’attività di un intero settore. Il trascorrere dei 20 giorni tra l’accaduto e la sospensione, comunicata o con un sms o con una telefonata da un numero privato alle 5 del mattino del giorno stesso, fa pensare ad una scelta più politica che necessaria.

E poi c’è il lavoro in sé: stancante, stressante, totalizzante. Parliamo con dei facchini: hanno tutti tra i 24 e i 30 anni e una pettorina blu con scritto “Cooperativa San Martino”. Sono spesso costretti da necessità a fare due, tre o addirittura quattro ore di straordinario, oltre alle 8 ore giornaliere da contratto: solo così riescono a superare la soglia dei circa mille euro al mese. “Come faccio ad avere una vita fuori dal lavoro? Torno a casa, sono stanco, la schiena a pezzi, e voglio solo dormire”. E le possibilità di socialità, di distrazione, non sono nemmeno semplici sul posto di lavoro: le pause sono due, quella breve da 10 minuti per il caffè a metà turno e la pausa pranzo di 30 minuti. E nelle restanti 6-7 ore si corre, si lavora ininterrottamente per rispettare i ritmi di produzione: ognuno ha il suo, a seconda della mansione, e uno dei lavoratori, con fare misterioso, ci dice che “i modi per farti correre ce li hanno”.

Tutti questi racconti ci fanno capire che la vicenda all’origine delle sospensioni è solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. A rendere l’episodio ancora più calzante per il “teatrino dell’assurdo” che ha luogo all’interno dei magazzini della logistica è quello che succede nei giorni immediatamente successivi. I lavoratori attuano il blocco delle merci, con l’aiuto dei facchini che lavorano in altri magazzini del piacentino, del Network Antagonista Piacentino e delegazioni da Bologna del collettivo Hobo e dei centri sociali Crash e Guernica di Modena. La modalità della controffensiva è nota, è quella che i facchini in mezzo Nord Italia hanno mostrato nel corso degli ultimi anni: bloccare i cancelli è l’unico modo che si ha per uscire dall’invisibilità. Ma è la risposta delle forze dell’ordine che lascia perplessi. Ancora una volta quello che è stato il tentativo di rimozione di un picchetto operaio viene riportato come uno scontro causato da “violenti” e non si parla delle manganellate, dei gas lacrimogeni (ne sono stati lanciati almeno una decina) e degli insulti. Alla controparte i “facinorosi” hanno risposto con del jogging per i campi che circondano il magazzino, seminando la celere e tornando davanti al cancello del modulo 9, dove erano partite le cariche.

Il giorno dopo sui giornali si descrive come guerriglia armata il tentativo di chi voleva solo farsi ascoltare e gridava “non ho paura che mi picchiate, non ho più nulla da perdere”. L’allarmismo della procura piacentina è stato confermato dalle identificazioni e perquisizioni subite da chi si era presentato da altre città: dal verbale rilasciato (a malincuore…) emerge che quello che si cercava nelle auto e negli zaini erano “armi e strumenti di effrazione”.

Mantenere l’opinione pubblica lontana dalla questione è l’obiettivo, confermato anche dalla scelta di percorso autorizzato della procura che costringe il corteo di domenica 11 maggio, che denuncia le violenze della polizia davanti i cancelli del deposito IKEA, con oltre 1000 persone, a passare ai confini della città. La vicenda non deve attraversare il centro.

Arrivati all’inizio del “corso”, una delle due principali vie della città, la celere si schiera, i manifestanti per non alimentare ulteriori sproloqui dei giornali semplicemente cambiano strada, consapevoli che i loro cori possono comunque superare il muro di scudi che sempre viene messo di fronte alla richiesta di diritti. Data la crisi, IKEA come tutte le imprese low cost ha profitti crescenti, ma quello che non si vuol far sapere ai possibili acquirenti è la vera condizione all’interno dei magazzini dove vengono prodotte le merci fonte di guadagno. Il sistema delle cooperative già messo a nudo all’interno di altri magazzini della logistica vuole mantenere quella parvenza di mutualismo e di sostegno dei lavoratori per cui è nato e che di fatto è oggi diventato solo sfruttamento legalizzato. La controparte in questione è caratterizzata come le altre da contratti al ribasso, orari e ritmi di lavoro inaccettabili, totale indifferenza nei confronti delle richieste dei soci che da questo appellativo ottengono solo il dimezzamento della busta paga.

Le rivendicazioni dei lavoratori IKEA sono le stesse di quelle dei lavoratori di Coopservice (che a Bologna hanno aperto un percorso di lotta per migliorare le condizioni salariali e del lavoro) e dei consorzi legati a Legacoop, come il consorzio SGB, quello coinvolto nella lotta contro il colosso Granarolo: sono le richieste di chi non vuole sottostare alle regole di un sistema che chiede di lavorare di più per essere pagati sempre meno: lavori per vivere ma poi una vita non ti è possibile.

La controparte è IKEA affiancata dalla cooperativa San Martino che gestisce in subappalto il reparto DC2. Complici ne sono anche la procura, che per fermare i blocchi e mantenere l’ordine pubblico di fronte alle richieste dei lavoratori dispiega “l’esercito”; gestire il problema equivale a manganellare, sfruttare l’apparato burocratico con denunce e minacce di “fogli di via” a chi partecipa alla lotta. Come sempre accade ė spalleggiata dai media che attenti solo al ricavato non si preoccupano di riportare mezze verità e con titoli accattivanti si sono soffermati sulle conseguenze dei blocchi e solo velatamente sulle cause; del resto, come riportato più volte sui giornali “Piacenza ha bisogno di IKEA”.

Questi sono i responsabili diretti, ma indirettamente, anche chi sceglie di non informarsi ed è indifferente a quello che gli succede intorno deve sentirsi chiamato in causa; quella nata come vertenza specifica ė lo specchio di una condizione di precarietà che se già non stiamo vivendo presto ci caratterizzerà, quindi partecipare al tentativo di cambiare il presente coincide con il riappropriarsi del proprio futuro. “L’onda prima o poi colpirà anche te ma devi tentare di fermarla prima altrimenti hai già perso”, è quello che ci risponde un lavoratore IKEA dopo avergli spiegato perché ci trovavamo ancora davanti ai cancelli.

di Francesca Ioannilli e Giulia Page

 

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Commonware

Com­monware: è un nome apparentemente criptico e volutamente ironico. Lo abbiamo scelto per dileggiare i pac­chetti didattici delle aziende universitarie, i cosiddetti courseware, rovesciandone il senso dentro la libera coope­razione sociale. Lo abbiamo scelto, soprattutto, per nominare la sfida: costruire oggi una “formazione del comune”, cioè all’altezza della nuova composizione del lavoro vivo, immersa nelle lotte e nella materialità dei comportamenti collettivi. Commonware nasce nel 2012 all’interno del progetto UniNomade, che di quella sfida ha provato a farsi carico. Su queste basi sono stati organizzati due laboratori seminariali dentro e contro l’università, quella di Bologna e del Bologna Process: “Da Marx all’operaismo” e “Stili della militanza”. Lo abbiamo fatto provando a sottrarci a un doppio rischio, sempre in agguato: la nostalgia delle radici e un presente senza storia. Lungo questa linea di fuga, perde ogni consistenza la contrapposizione tra “passato” e “futuro”: solo uno sguardo genealogico e radicalmente materialista può permetterci di mettere a critica concetti e forme organizzative oggi inutilizzabili e di inventarne di nuove, di attrezzare il pensiero e dirigere la pratica sui nodi irrisolti del presente. In questi due anni, varie cose stanno mutando: la crisi morde in profondità e accelera in superficie, il general intellect viene rottamato, l’università delle conoscenze banalizzate e del declassamento permanente comincia a essere disertata dal lavoro cognitivo, i precari di seconda generazione non si sentono più defraudati del futuro, perché di quel futuro non ne hanno nemmeno sentito parlare. E, nel frattempo, la piccola macchina di UniNomade si è spaccata: la sua fine non coincide affatto, per fortuna, con l’esaurimento dei suoi presupposti e della sua sfida. Commonware, allora, di quel progetto vuole continuare non la forma ma la scommessa, riproporre non le soluzioni ma le domande: come organizzare reti indipendenti della produzione dei saperi, di autoformazione e conricerca, ovvero le istituzioni autonome dell’intelletto generale? Perché scorciatoie non ce ne sono: l’intelletto è generale, o semplicemente non è. É da conoscere e crea conoscenza, continuamente si forma e produce formazione, già esiste e sempre diviene. Fuori da questa verità storicamente determinata, esiste solo il vano tentativo di autorassicurarsi nelle accoglienti pieghe del già noto. Piaccia o non piaccia, quel già noto non funziona più: indietro non si torna. La sfida davanti a noi, invece, la chiamiamo stile di militanza: uno stile da reinventare, collettivamente. Compiutamente transnazionale, Commonware si colloca perciò sul “medio raggio”, dove la teoria diventa azione e la pratica crea discorso. E allora, che cento Commonware sboccino!
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