Il dialogo tra le religioni come luogo della democrazia

«Benedetto colui che parlò ed il mondo fu».

La formula della preghiera ebraica del mattino, splendida nella sua organizzazione lessicale e nel suo significato semantico, racchiude in effetti il senso stesso del “dialogo”, del concetto universale, ed in particolare ebraico, di “relazione con l’altro” e dello strumento principe di questa relazione, la parola. Affrontare il tema del dialogo tra le culture e le religioni da questo punto di vista significa, dunque, delineare almeno tre concetti o principi: il primo, che l’atto stesso della creazione avviene attraverso la parola o, viceversa, che la parola, la relazione, il dialogo sono, di per sé, atti di creazione; il secondo, che attraverso questa “parola”, si istituisce l’atto della “novità” e si instaura la relazione del sé con l’altro-da-sé; il terzo infine, che, nel dialogo, la “scoperta dell’altro” è possibile proprio perché si determina in base a questa distinzione, o differenza, o, se si vuole, alterità. Il confronto tra i diversi è dunque anche il luogo della propria stessa soggettivazione, e la mediatrice di questa scoperta di sé, della propria soggettività e della propria identità nella sua dimensione sociale e in relazione con il mondo è, come detto, “la parola”.

«Se l’uomo sarà degno, la donna sarà per lui un aiuto; se invece non sarà degno, ella sarà contro di lui per combatterlo».

Il commento di Rashi (XI sec.) al passaggio legato alla creazione dell’uomo e della donna introduce, per la prima volta, il secondo aspetto, l’altro volto della luna nel rapporto tra alterità e distinzione che fonda il principio stesso della relazione e del dialogo: l’alterità come scoperta dell’altro e, di conseguenza, di sé stessi attraverso l’altro, porta inevitabilmente il conflitto, perché, da un lato si manifesta attraverso il “riconoscimento” e dall’altro si rappresenta nella forma della “distinzione”. È questo un altro luogo decisivo, se si vuole affrontare il tema del dialogo tra le culture e le religioni: il senso di tale dialogo non sta tanto nelle modalità dell’analogia o della giustapposizione, quanto piuttosto in quelle del “riconoscimento” di un terreno comune di principi, idealità e valori che servono anche a rappresentare l’umanità nel suo senso più alto e della “distinzione” di tutti quegli aspetti specifici attorno ai quali si sono costruite delle tradizioni socio – culturali e, sulla base di queste, delle modalità di organizzazione e delle forme di identificazione sociale.

«Con le genti del Libro dialogate in modo cortese (salvo che con coloro che sono ingiusti). E dite loro: Crediamo in ciò che è stato rivelato a voi ed in ciò che è stato rivelato a noi; il nostro Dio è il vostro stesso Dio».

Non è l’unica sura (29.46) del Corano che affronta il tema del dialogo e introduce una consonanza tra le cosiddette “religioni del Libro”. Il principio di giustizia, il rapporto di amicizia e la relazione con l’alterità rappresentano principi cardinali dell’Islam e sono ragioni propriamente costitutive dell’organizzazione sociale nel mondo islamico: da un lato, l’amicizia, la solidarietà e la giustizia rappresentano manifestazioni del divino e quindi della fede nella divinità, dall’altro sono luoghi del confronto, della convivenza e della relazione, anche questa sociale e conflittuale, del sé con l’altro, oltre che forme dell’identificazione del soggetto stesso.

Affrontato entro queste coordinate, dunque, il tema-cardine delle odierne società globali e multi-culturali non è più tanto quello del dialogo in astratto, intorno a “ciò che unisce e ciò che divide”; quanto piuttosto quello del dialogo come luogo di società “civile” o, se si preferisce, come autentico presupposto per una compiuta ed effettiva società democratica. Il tentativo svolto con la riflessione organizzata in occasione della Giornata delle Nazioni Unite presso il C.E.I.C.C. di Napoli, grazie in particolare ai contributi di Baruch Luciano Tagliacozzo, studioso di letteratura ebraica e presidente dell’Associazione di Amicizia Ebraico-Cristiana, Abdallah Massimo Cozzolino, direttore della moschea di Napoli e presidente della Federazione Islamica della Campania, e Ottavio di Grazia, docente di «identità culture e religioni» presso l’Università S. Orsola, è proprio quello di ridare senso alla giornata stessa delle Nazioni Unite, con il loro scopo precipuo di (cap. 1 art. 1): «mantenere la pace e la sicurezza internazionale, … sviluppare relazioni amichevoli tra le nazioni, … conseguire la cooperazione internazionale nella risoluzione dei problemi». Evento che cade nello stesso giorno del compleanno di Johan Galtung, esperto di mediazione dei conflitti, padre dei moderni studi per la pace e fondatore del Metodo Transcend, che proprio nella violenza culturale (in particolare ideo-politica o religiosa) ha saputo individuare uno dei presupposti, veri o presunti, dei c.d. “conflitti etno-politici” del nostro tempo.

Com’è stato ricordato, in questa occasione e nella precedente circostanza del Convegno sul “Dialogo Inter-religioso e Pace nel Mediterraneo”, tenuto a Nicosia, Cipro, il 18 Ottobre, le religioni e, di conseguenza, il dialogo tra religioni e culture, devono entrare nello spazio pubblico e porre quei temi politici che parlano di convivenza nelle società meticce del tempo presente e che alludono alle motivazioni culturali e religiose che ne sono alla base: la tutela delle eredità religiose come segno di civilizzazione, pratica della convivenza e luogo della memoria; la coesistenza delle religioni come fattore di progresso sociale ed istanza di stabilità politica; il dialogo, la condivisione e la reciprocità come condizioni per creare uno spazio condiviso e plurale (come condivise e plurali sono le stesse identità) in cui affrontare insieme le sfide complesse del tempo presente.

di Gianmarco Pisa, Istituto Italiano di Ricerca per la Pace – Rete Corpi Civili di Pace: reteccp.org

Gianmarco Pisa

Osservatorio "La terra dell'inaccessibile". Un punto di vista alternativo, e di prima mano, su aspetti, vicende e contraddizioni dell’Europa del Sud-est, i Balcani appunto, per etimologia, “terra dell’inaccessibile”, eppure così vicini e determinanti anche per le storie di casa nostra e le vicende dell’integrazione e del senso stesso dell’Europa.
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