Il femminismo, la Barba e le Femen in un incontro parigino

Domenico Musella

Al Théâtre de la Ville di Châtelet, nel cuore di Parigi, un incontro dei Lundis de Libération che il quotidiano francese organizza mensilmente ha affrontato il tema «Femminismo: un’idea nuova?». First Line Press era presente tra il pubblico.

Nel dibattito di poco più di un’ora l’obiettivo era cominciare una riflessione sul «rinnovamento» dei movimenti femministi (se se ne può davvero parlare), attraverso l’intervento di tre donne «informate sui fatti» intervistate dal direttore di Libération Nicolas Demorand. Si tratta di Safia Lebdi, militante femminista francese di origine maghrebina, cofondatrice prima dell’organizzazione Ni putes ni soumises («Né prostitute, né sottomesse»), poi di Insoumis-es e infine della branca francese del gruppo Femen, nata dal suo incontro con le attiviste ucraine; una rappresentante del gruppo di azione femminista La Barbe, noto per le sue dissacranti incursioni in eventi pubblici a netta predominanza maschile al grido di «La barbe! La barbe!» (in cui il riferimento è sia alla peluria facciale dell’uomo che alla “noia” data dal perdurare della discriminazione di genere) e con sul viso barbe finte; e Galia Ackerman, giornalista e scrittrice francese che ha da poco pubblicato un saggio-intervista sulle ucraine Femen.

La discussione è entrata subito nel vivo con il provocatorio intervento dell’attivista de La Barbe che, sollecitata da Demorand che si domandava se il femminismo fosse un’idea che si rinnova ad ogni generazione, ha dubitato che il femminismo possa essere ritenuto un’idea, tanto meno nuova, potendo far risalire le sue origini fin nell’antichità. La militante ha piuttosto parlato della periodica “sparizione” del femminismo, e delle donne in genere, dallo spazio pubblico (suggestiva l’analogia con il romanzo La disparition, «La scomparsa» di Georges Perec, in cui l’autore per 300 pagine fa a meno della lettera “e”). E ha dimostrato con i fatti quanto affermato tirando fuori dalla sua borsa lo stesso quotidiano Libération, facendo una rapida quanto efficace analisi della presenza femminile nelle immagini della stampa. La prima immagine che ritrae una donna fa la sua comparsa solo a pagine 13, in un’avvenente pubblicità. La successiva è a pagina 14, ma lo scatto ha come protagoniste donne intente a manifestare contro il «matrimonio per tutti» (ve ne abbiamo parlato qui), e quindi a strenua difesa di un ordine costituito che prevede per la donna un ruolo tradizionale e ben definito, che fa tutt’altro che valorizzarla o liberarla. Il giornale non presenta poi nessun’altra immagine di donne: si arriva al paradosso che in un articolo che annuncia una vittoria della squadra femminile francese di basket non è presente alcuna foto.

Questo fa riflettere su quanto i media contribuiscano a veicolare una certa immagine della donna orientata in senso maschilista o, forse peggio, a non prendere assolutamente in considerazione la questione femminile. Di fronte a questa pesante assenza – sempre secondo la femminista francese barbue – ed all’esigenza forte di riapparire è normale assistere ad una radicalizzazione dei movimenti femministi, che cercano i modi più disparati per riportare l’attenzione sulla donna in una società dell’immagine che la oscura. Ribadendo che, in ogni caso, «il femminismo non ha mai ucciso nessuno» e che quindi l’aggressività è solo simbolica e rientra nei limiti della nonviolenza e del pacifismo.

A questo proposito, occupandosi del movimento femminista che per la sua aggressività ed il suo radicalismo (detto con un neologismo sextremisme) è maggiormente esposto ai riflettori, quello delle Femen, si cerca di andare ancora più a fondo. Secondo Safia Lebdi (che dalla sua esperienza di lotta femminista nelle banlieues parigine è divenuta poi consigliere regionale e attivista Femen, seguendo veri e propri corsi di formazione in Ucraina), caratteristiche del movimento sono la provenienza da contesti svantaggiati e la volontà di cercare un canale per interpellare le nuove generazioni di donne, attraverso la visibilità nei media e giocando sulla nudità.

Galia Ackerman ha poi parlato nello specifico del retroterra delle Femen: l’Ucraina profonda, in cui si sono fatti sentire con più violenza gli effetti del capitalismo selvaggio che ha rimpiazzato la dittatura sovietica. Stiamo parlando dell’aumento delle disuguaglianze sociali e di una società divisa in sole due fasce: i troppo ricchi e i troppo poveri (cosa che colpisce in primo luogo donne e bambini); di un’industria del sesso a 360 gradi dilagante, come in tutto l’Est Europa; di un cambiamento non di poco conto nella visione della donna, che pure nella realtà del socialismo reale, nonostante la propaganda, era tutt’altro che libera: inserita in un’ambiente conservatore e che la voleva dedita a lavori pesanti sia nelle fabbriche che tra le mura domestiche, dove peraltro subiva spesso maltrattamenti, era in ogni caso assente dalla classe dirigente del Paese. Si tratta inoltre di una società spesso vittima dell’oscurantismo religioso, ai limiti tra il bigottismo e la superstizione, ed in cui il femminismo non è mai stato, di fatto, presente. In questo contesto sconvolto e lacerato si inserisce il femminismo sui generis delle Femen.

Le attiviste ucraine, per la loro grande attualità, hanno finito per essere il perno del dibattito, vista anche la presenza di una militante a loro legata. Si è parlato dell’opportunità di utilizzare il corpo come strumento per lanciare un messaggio e colpire violentemente i media, e lì le opinioni sono state divergenti, tra chi vedeva i seni nudi coperti solo da slogan come una potente arma di combattimento e di comunicazione, e chi invece vede in ciò il rischio che questo tipo di canale possa essere controproducente così come manipolato dai mass-media, risultando semplicemente come un’approvazione dell’uso “libidinoso” e “commerciale” che si fa del corpo femminile.

Da più parti si è sottolineata la necessità che gli attuali femminismi non siano più autoreferenziali, ma si affaccino prepotentemente in ambiti che sembrano apparentemente non riguardarli: dall’economia, alla politica, all’ambiente. In questo senso sono state sottolineate, ad esempio, le azioni del collettivo Femen contro la dittatura bielorussa, al vertice dei “potenti dell’economia” di Davos, o contro l’industria del sesso ucraina. Altra questione fondamentale affrontata è la necessità di cambiare in una direzione più favorevole alla donna le abitudini, la vita di tutti i giorni, l’organizzazione stessa della vita d’insieme. Provando così a far scomparire fenomeni distruttivi ma di frequente lasciati all’ambito privato e non alla discussione pubblica, come il femminicidio, le violenze domestiche e la prostituzione occasionale cui sempre più donne (e la cosa sta assumendo proporzioni preoccupanti, ad esempio, in Francia) sono costrette a far ricorso per permettersi cose semplici come il pagamento degli studi o anche solo una spesa di cibo.

Infine, un aspetto controverso della questione è stato affrontato solo tangenzialmente: il rapporto dei “nuovi” femminismi come quello delle Femen con le religioni. Se, cioé, «dove comincia la religione si ferma il femminismo», citando un articolo di Les Inrockuptibles. La radice essenzialmente marxista e laicista crea problemi nel contemplare la possibilità di un femminismo nel quadro di tradizioni religiose e culturali differenti, di fatto orientando la questione femminile su una pista che sfiora l’eurocentrismo e guarda poco oltre l’Occidente. Ci riferiamo ad esempio al mondo arabo-islamico o alla stessa europa orientale, in cui varie esperienze che non guardano alle religioni solo come a sistemi oppressivi finiscono per essere in contraddizione con azioni forti come il denudarsi (si pensi alla tunisina Amina Tyler o all’egiziana Aliaa El-Mahdi, che pure hanno avuto un coraggio da vendere ed una forza degna di assoluto rispetto) o il segare un crocifisso (come le stesse Femen a Kiev). Il rischio è quello che le forze che lottano per l’empowerment delle donne si danneggino a vicenda, finendo per non risolvere il grave problema della condizione femminile, soprattutto in certe aree del mondo.

Si tratta di questioni non di poco conto e troppo spesso relegate ad un “salotto” di nicchia (come un incontro di Libé, appunto) o a siti e riviste specializzate o a infinite riunioni di collettivi nascosti. Sarebbe un buon segnale se se ne cominciasse a parlare di più, e meglio, negli organi d’informazione, ed è anche per questo motivo che fin qui vi abbiamo riportato a grandi linee gli argomenti di discussione di quest’incontro.

Continueremo a parlare con costanza delle questioni di genere, fondamentali quando si raccontano le storie del mondo come tentiamo di fare su First Line Press. Restando sulla stretta attualità, il ruolo della donna è anche uno dei principali argomenti al Forum Sociale Mondiale che si tiene in queste ore a Tunisi, e anche da occasioni come questa attendiamo nuovi spunti di riflessione e nuove risposte.

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