Il genocidio muto dei rohingya in Myanmar: apolidi usati come pedine nei nuovi assetti di potere

Lorenzo Giroffi

80.000 sfollati, 5.000 abitazioni rase al suolo, 650 morti, 1.200 feriti: sono solo i numeri ufficiali, più tremendi quelli ancora da reperire, del genocidio dell’etnia rohingya nel Rakhine State, situato sulla costa est del Myanmar. Genocidio utile da una parte e sconveniente dall’altro.

Birmania; Myanmar poi; dittatura militare ed aperture democratiche; sicuro della forte amicizia della Cina ed osservato speciale dal rieletto Barack Obama, sempre teatralmente in supporto all’eroina nazionale Aung San Suu Kyi. Povertà e miscugli etnici. Myanmar: ultima definizione di una giunta militare sempre da troppo tempo al governo (colpo di Stato nel 1962, il 31 gennaio 2011 prima apertura con la quale si è potuto decidere il Presidente, alla fine uscito sempre dai ranghi militari, infatti Thein Sein non è nient’altro che un ex generale, questo perché  il 25 % del Parlamento è decretato dai militari ed il 77% è frutto del partito filo governativo,USDP). Tuttavia il Paese in questione non è solo questo.

Dove siamo?

Dall’ultima estate è scoppiata un’emergenza che seppur sottaciuta, sta mettendo in ginocchio una componente etnica non riconosciuta: i rohinya, musulmani stanziati nel Rakhine State, che il Governo non ha mai riconosciuto, lasciandoli in pratica nel limbo di apolidi, rigettandoli come frutto di un’immigrazione dal Bangladesh del 1982. Insomma pur non essendo censiti, i rohingya si sono miscelati nel Rakhine State, in villaggi a stretto contatto con le altre etnie, per lo più vicini alla pratica buddhista. Questa convivenza è saltata e proprio i monaci buddhisti, in lotta da anni per la democrazia nel Paese, in questo contesto stanno  attuando pratiche violente che costringono alla fuga la minoranza rolingya, massacrata, deturpata nelle loro abitazioni e costretta a cercare riparo anche via mare, per molti di loro fatale. Passeremo in rassegne due fasi di questo genocidio. La prima da cronaca facile e priva di sottigliezze, l’altra invece immischiata a viscidi giochi di potere, che rendono questo massacro congeniale alle lotte politiche. In entrambi i casi la vittima è sempre la stessa: la popolazione rolingya, da sempre clandestina nel proprio Paese, quindi privo di diritto al voto e di conseguenza abbandonati senza remore.

Cronaca di un genocidio di apolidi

Il Myanmar, secondo un censimento ormai datato (1984), è abitato da cinquanta milioni di persone, di cui una minoranza cospicua, otto milioni, sono musulmani, ma ai rolingya è riservato un trattamento particolare: non riconosciuti. Nel Paese campeggia da sempre un sentimento anti-musulmano, anche se il nuovo corso di Thein Sein, che ostenta al mondo il suo progressismo, addita tale corrente ai monaci buddhisti, imputando a loro le violenze nel Rakhine State. L’esercito però nella zona è presente in maniera del tutto limitata rispetto alla portata delle violenze e per lo più compie arresti sommari, a discapito sempre della minoranza. Tornando alla cronaca del massacro, scoppiato nel Luglio di quest’anno, come accennato in precedenza si  tratterebbe di ritorsioni di carattere etnico-religioso. Lo stupro di una donna buddhista da parte di tre uomini musulmani avrebbe incendiato la zona. Altra motivazione tirata in ballo è stata quella di un matrimonio tra un uomo rolingya ed una donna buddista, a sua volta convertitasi. Sembrano eccessi di un’irrazionale caccia all’uomo, fatta d’incendi, uccisioni, controstupri. Chi scappa dal villaggio più colpito, quello di Kyaukthaw (di cui sopra un’immagine satellitare di Human Rights Watch, che mostra il territorio devastato), afferma incredulo che lì hanno sempre convissuto etnie diverse, confluito credi disparati. Il governo del Myanmar in un primo momento ha concesso all’Organizzazione della Conferenza Islamica (OIC) di fornire assistenza alla minoranza, ma tutte le Ong, che vorrebbero presenziare, ancora non hanno ricevuto risposte dalle autorità circa i metodi consentiti per procedere con le operazioni. Ahak Nigram, coordinatore umanitario delle Nazioni Unite per il Myanmar, ha più volte invocato un intervento più massiccio, definendo il contesto un vero e proprio scenario tragico, con gente senza più alcuna sicurezza, dimora, dispersa in mare e bruciata viva. La componente buddista della zona continua a sferrare attacchi, definendoli difensivi, perché non rigettano l’accusa di aver iniziato il contenzioso, ma affermano di averlo fatto solo con sassi e bastoni, mentre il fuoco sarebbe stato inizialmente utilizzato dai rohingya e quindi da lì a poco divenuta contromisura: incendiate tutte le abitazioni della minoranza.

Cosa si nasconde dietro questa violenza

In questo Stato dove la visita del Presidente degli Stati Uniti fa liberare, per meglio presentare il nuovo corso semi-democratico, quattrocentocinquantadue prigionieri politici, dove ci sono proteste di minatori e contadini impauriti dalla svendita di possedimenti alla forte alleata Cina, dove Aung San Suu Kyi, arrestata dopo aver vinto le elezioni nel 1990, rilasciata nel 2010,  diviene poi membro del Parlamento, costituendo una spina nel fianco della dittatura militare, come si è arrivati ad un genocidio di tale portata:  è possibile che sia stato scatenato da 4-5 individui di un intero Stato?

A parte il disinteresse per una minoranza etnica non riconosciuta, considerata apolide e definita dalle Nazioni Unite come una delle più perseguitate al mondo, il Governo e l’Union Solidarity and Development Party (USDP) hanno soffiato su questi “incidenti” come per dare un segnale d’instabilità, dovuto alle nuove aperture democratiche: per controllare tutto il territorio c’è bisogno della mano stabile dei militari, di esperienza e rigore. Questo il messaggio. A fine giugno 2012 c’è stato un incontro sospetto  tra un alto funzionario dell’USDP, l’ex generale Aung Thaung, ed un monaco buddista, detenuto per dieci anni per aver organizzato gli insanguinati scontri a Mandalay tra musulmani e buddhisti, famoso per la sua posizione anti-musulmana. Dopo qualche giorno questa visita sono divampate le fiamme nel Rakhine State. Questa è certamente una supposizione, ma l’atteggiamento del Governo e dell’Esercito nella zona, per nulla coinvolto in tentativi utili a far rientrare l’emergenza, in qualche modo hanno un effetto anche sul temibile National League for Democracy (NLD) di  Aung San Sui Kiyi. Proprio perché da quando in ascesa ed entrato, seppur in minima parte, nel gioco di potere governativo, è scoppiata la crisi, ma soprattutto perché si mina in qualche modo l’aurea di detentrice dei diritti umani della sua leader. Se a livello internazionale la Premio Nobel si è guadagnata un forte ascendente per le sue lotte civili, il suo mutismo su tale vicenda potrebbe far crollare tale credibilità. Questo la giunta militare lo sa bene e fa leva su due fattori: 1) la comunità internazionale guardando l’immobilismo del NLD, sulle violenze del Rakhine State, non lo considererebbe più come garante dei diritti umani nel Paese 2) Se Aung San Sui Kiyi e compagni mettessero bocca sulla vicenda dovrebbero prendersi anche la responsabilità di accusare i monaci buddhisti della zona, da sempre sostenitori del movimento democratico: tutto questo porterebbe una forte perdita di consenso nel Paese. Però chi si batte per i diritti umani non dovrebbe avere corsie preferenziali o priorità di cause. Le morti  non hanno compromessi, quindi, potendo utilizzare tutto il carisma guadagnato in questi anni, Aung San Sui Kiyi dovrebbe essere in grado di fare qualcosa, anche se i rohinja non potranno votarla nelle prossime elezioni, anche se non hanno cittadinanza, anche se le strade per il potere si farebbero più complicate e quelle del consenso più articolate. Tuttavia anche la comunità internazionale dovrebbe muoversi. Resta scontato il fatto  che è difficile intaccare gli equilibri del Myanmar, perché partner fedele della potente Cina. Oltre le speranze riposte nel nuovo movimento politico democratico dell’NLD, restano tante domande circa gli apolidi sparsi per il mondo, tutti quelli a cui non viene garantita alcun tipo di cittadinanza, nessun riconoscimento. La storia ha mostrato le fragilità di questo abbandono. Genocidi, deportazioni, guerre ed obiettivi facili sono ormai un’abitudine della storia contemporanea. Quando si tracceranno soluzioni in merito? Quante altre emergenze dovranno scoppiare? È popolo solo chi può votare?

Aspettando le risposte, First Line Press continuerà a seguire la vicenda dei rohinja nel Rakhine State, perché  i genocidi non sono solo una notizia, sono la vergogna di ogni giorno che trascorriamo senza sentirne la responsabilità.

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