Il Kosovo e la religione, attacco intimidatorio al magazine Kosovo 2.0: intervista alla capo redattrice Besa Luci

Lorenzo Giroffi @loregiro

Nonostante il Kosovo sia contenuto in un territorio molto piccolo è un bacino di incredibili differenze, passaggi storici fondamentali e culture variegate, che hanno cambiato il corso del mondo. Solo l’opportunismo del nazionalismo prima e la pulizia etnica poi hanno rotto il clima di convivenza tra le due comunità più grandi (albanesi e serbi), ma anche con le altre (gorani, croati, turchi, bosgnacchi, RAE, quest’ultima è una sigla burocratica, che contiene diverse culture: rom, askharij, egyptian, che hanno differenti lingue e tradizioni). Dopo la guerra del ’99 alcune di queste minoranze, come quella dei rom e dei  gorani, hanno avuto qualche problema per la loro passata vicinanza ai serbi.

Il Kosovo è pieno di simbolismo e miti. Questa terra è punto di riferimento per i Cristiani Ortodossi, perché qui ci sono innumerevoli monumenti storici di riferimento per questa religione, anche se oggi il Kosovo è abitato dalla maggioranza albanese, che è musulmana. Comunque la religione non è un problema in questo Paese, che è si un posto carico di tensioni etniche, come la trincerata Mitrovica, l’indifferenza di Brekoc a Gjackova e l’isolamento di Velika Hoca, ma è anche un Paese dove in una stessa strada si può trovare una Chiesa Evangelica, sentire un muezzin e vedere immagini ortodosse.

Kosovo 2.0 lavora per migliorare le abilità dei kosovari in tema di convivenza etnica. È un ambizioso progetto editoriale, che scrive e comunica in differenti lingue, utili ad arrivare a più persone possibili: inglese, albanese e serbo (in Kosovo ci sono anche persone che parlano turco, roma e croato).

Ho incontrato Besa Luci, capo redattrice di Kosovo 2.0, la scorsa estate, mentre realizzavo “Essere Kosovaro”. Mi spiegò come la corruzione sia pesante e presente nella vita quotidiana, perché il nepotismo impedisce ogni libera iniziativa nel Paese, dove ci sono ancora le missioni internazionali: Eulex (missione dell’Unione Europea) che ha il potere esecutivo e Kfor (missione Nato) che pattuglia le aree a rischio. Alcuni cittadini kosovari pensano che queste missioni siano un’opportunità, perché motivo di stabilità e sicurezza per il Paese, mentre altri credono che Kfor ed Eulex siano un freno per la reale emancipazione della democrazia. Tutto ciò però è un’altra storia.

Il Kosovo ha un alto tasso di disoccupazione ed uno dei Paesi col numero più alto di giovani in Europa. Kosovo 2.0 prova a trarre da questi dati un’energia e non una zavorra: lavorare con i giovani provenienti dalle varie comunità. Questo magazine compie del  giornalismo pieno di analisi, che tratta argomenti variegati per arrivare a creare una coscienza collettiva. Questo magazine lavora su canali multimediali, con più lingue e sul web, ma anche nel più classico dei modi, su cartaceo, con uscite quadrimestrali (tra gli ultimi numeri c’erano per esempio “Corruzione” e “Religione”). L’ultimo numero si sofferma sulla sfera della sessualità, con un accenno all’omosessualità. Per il lancio di questo numero Kosovo 2.0 aveva preparato un evento in un edificio di Pristina, dove si dovevano tenere esibizioni live, reading e video proiezioni. La presentazione doveva esserci il 14 Dicembre scorso, ma, qualche giorno prima dell’evento, alcuni gruppi religiosi hanno iniziato ad offendere Kosovo 2.0 tramite il web. Durante i preparativi però sono passati all’azione. Fuori dalla struttura un gruppo di duecento persone ha occupato la strada in una manifestazione contro Kosovo 2.0 ed il suo evento. Venti persone di questo gruppo sono entrate all’interno della struttura della presentazione, distruggendo tutto. L’azione è stata preparata per impedire la presentazione di Kosovo 2.0, perché appunto in quest’ultimo numero si parla di un argomento poco gradito a questi gruppi di religiosi (che si professano difensori dei valori islamici). Non sarebbe corretto parlare di estremismo islamico in Kosovo, ma  questo episodio sembra mostrare che in Kosovo qualcosa non ha funzionato in termini di libertà e convivenza. Una terra che nel passato ha visto intrecci etnici, ora è ancora la polveriera che è stata negli anni novanta?

Incontro nuovamente Besa Luci, capo redattrice di Kosovo 2.0, questa volta non in Kosovo ma via Skype.

 

Cos’è successo durante il lancio di questo numero di Kosovo 2.0?

<<Il 14 Dicembre 2012 dovevamo presentare il nuovo numero che ha l’argomento della sessualità. Noi organizzammo varie attività: video, esibizioni dal vivo, reading, interviste e per la sera avevamo pensato di tenere una festa. I giorni prima dell’evento noi abbiamo subìto molti insulti sui nostri canali da gruppi religiosi, che poi hanno organizzato manifestazioni finalizzate a bloccare la nostra presentazione. Loro erano arrabbiati perché sono contrari a discutere di alcuni temi, come quello dell’omosessualità, che per loro deve restare un tabù. Venti persone sono giunte dentro la sala, nella quale stavamo organizzando l’evento. Hanno iniziato a distruggere tutto, praticamente bloccando il nostro staff all’interno, perché fuori c’erano più di duecento persone a manifestare contro di noi. C’erano due poliziotti che hanno provato a bloccarli, ma senza successo, perché comunque hanno distrutto tutto: nessuno arrestato ed indagini in corso>>.   

Ci sono collegamenti tra politica e religione in Kosovo?

<<Il Kosovo dovrebbe essere un Paese laico. La nostra Costituzione è garante per la libertà di tutti noi. Noi abbiamo un’ottima e moderna Costituzione, ma è necessario anche vedere cosa ci sia sotto gli umori della società>>.

Ci sono argomenti difficili da raccontare in Kosovo?

<<I problemi legati a qualche gruppo religioso sono innegabili. Loro vorrebbero mettere limiti alla libertà di stampa ed a qualche genere di argomenti, per esempio quello dell’omosessualità. Io penso che questo aspetto sia stato presente anche in altri Paesi. Il nostro è giovane, quindi necessita di tempo per lottare e migliorare: Kosovo 2.0 lo sta facendo. Noi stiamo provando a raccontare, occupando la sfera dei media e sentiamo di poter mantenere questa responsabilità>>.

Pensi che l’episodio che ha colpito il tuo magazine è riconducibile ad un’azione di un gruppo violento che utilizza la religione come una scusa o è una reale conseguenza della presenza di estremisti musulmani in Kosovo?

<<Ci sono gruppi religiosi musulmani che sicuramente possono essere definiti estremisti. Loro utilizzano la violenza per affermare i loro punti di vista politici. Noi dobbiamo essere pronti a controbattere perché in caso contrario, con una massiccia presenza sul territorio, potrebbero raggiungere gli obiettivi che si sono prefissati. La struttura legislativa di cui disponiamo deve essere una forte certezza per un nostro punto di vista critica, con la Costituzione in prima linea: tutto ciò dovrebbe fermare ogni tipo di intolleranza. Queste strutture ci difendono da ogni tipo di minaccia per le limitazioni alla nostra democrazia. Noi dobbiamo lavorare affinché queste leggi vengano rispettate>>.

 Quale è la situazione del settore culturale in Kosovo?

<<Il Kosovo è pieno di trasformazione ed in fermento culturale. Questo significa che il processo ha bisogno di tempo e che noi dobbiamo mettere assieme argomenti a catena, che, anche se sembrano distanti tra loro, in realtà sono consequenziali: come il discorso delle comunità o quello sulla sessualità, così da creare una sensibilità collettiva nella gente. Kosovo 2.0 non staccherà la propria attenzione da questi argomenti>>.

 

Il Kosovo è una terra con un’anomala autodeterminazione, che potrebbe essere un esempio di convivenza tra le varie comunità etniche, che ha la propria democrazia ancora legata alle missioni internazionali, che ha tantissime energie  inutilizzate o svendute (quinto bacino minerario al mondo), che è un posto dove le politiche europee fanno esperimenti, per esempio come i rimpatri forzati delle famiglie rom dalla Germania. Insomma un Paese che non può sparire dalla responsabilità di chi deve raccontare il mondo.

A breve First Line Press vi presenterà un e-book su di un viaggio compiuto attraverso tutti i paradossi del Kosovo.

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