Il Kosovo e le mille sfaccettature di un universo polimorfo

di Gianmarco Pisa

Una lettura di Vene Kosovare di Lorenzo Giroffi con le fotografie di Alice Cavallazzi

Ho accettato con entusiasmo di scrivere un pezzo di “lettura” dell’e-book, pubblicato nella collana dedicata all’interno di First Line Press, dal titolo “Vene Kosovare”, che ha visto l’applicazione di un lavoro impegnativo, di narrazione e di ri-costruzione, da parte dei due autori, lo scrittore Lorenzo Giroffi per la parte narrativa e la fotografa Alice Cavallazzi per la parte iconografica. Considero personalmente l’invito che mi è stato rivolto come un’offerta e un’opportunità: il riconoscimento della capacità di leggere e di interpretare (sebbene, inevitabilmente, in maniera specifica e parziale) il contesto balcanico e il suo spaccato kosovaro e, unita a questo, l’opportunità di mettere a tema una serie di riflessioni, sia di natura emotiva sia di carattere intellettuale, legate al “corso” di queste “vene”.

L’elemento  psicologico e il dato culturale finiscono qui, quasi naturalmente, per intrecciarsi. Non posso negare che la prima molla che ha fatto sprigionare l’entusiasmo e l’energia del lavoro di lettura e di recensione di quest’opera, sia tutta emotiva, legata cioè a quella mole di sentimenti, di emozioni e di impressioni che tante esperienze di vita e di lavoro condivise e attraversate nel contesto balcanico e, specificamente, kosovaro, hanno concorso a sedimentare e rinnovare. Si tratta anche di un primo gancio di quella “connessione sentimentale” che sento di poter istruire con la narrazione di queste “vene”: la suggestione di un diario di viaggio e l’impressione di mille occasioni di incontro, di confronto e di condivisione delle quali i due autori parlano, alternando continuamente la registrazione in presa diretta di pezzi di vita vissuta e la riflessione su quanto visto e sentito, offerto all’ascolto ed alla intelligenza dello scrittore e del fotografo, non solo direttamente, attraverso l’osservazione di luoghi e di situazioni, ma anche indirettamente, attraverso il filtro dei commenti e delle risposte dei diversi “stakeholder” intervistati. Come nella testimonianza di Jonida, a Gjakova/Djakovica, quando ricorda che: «Il Governo del Kosovo ha dato loro (ai Serbi, NDR) case, scuole, ma, ad esempio, quelli vicino Klinë hanno venduto tutto, incassato soldi che non gli spettavano e poi si sono trasferiti in Serbia». Oppure ancora come nella riflessione di Massimiliano, funzionario internazionale (OSCE), secondo il quale: «Noi in effetti siamo organizzazioni politiche, le pratiche sociali sono più il campo delle organizzazioni non governative». Come se la realtà dei Serbi del Kosovo interno non fosse quella di una diffusa marginalizzazione, quando non enclavizzazione, e il ruolo della comunità internazionale non sia stato infinite volte, in Kosovo, ambiguo e reticente, quando non fazioso ed incriminatorio. È a questo punto che l’empatia sentimentale finisce inevitabilmente per cedere il posto ad una riflessione analitica.

Sebbene immaginato e costruito “on the road”, letteralmente nella forma di un “diario di bordo”, il percorso delle “vene” non può evitare di confluire in una più dettagliata analisi socio-culturale e politica di quella che è la realtà kosovara odierna, la quale, come si legge nel testo, in un passaggio che, pur avendo la forma di un inciso, rivela in realtà tutta la contraddittorietà della situazione del Kosovo, ne fa «il “Paese” più povero d’Europa, con il 50% di disoccupazione (dato in crescita visto l’aumento dei giovani) nonostante qui ci sia ancora la missione europea (EULEX) più dispendiosa di sempre».

In Kosovo, come si avverte nella filigrana di questa narrazione e come la stessa esperienza di vita e di lavoro insegna, tutto si trasferisce nella sfera politica: e così diviene una scelta “politica” decidere di entrare in Kosovo attraverso l’Albania (piuttosto che attraverso la Serbia Centrale) anziché dalla Macedonia; contiene una valutazione “politica” il riferimento al Kosovo come a un “Paese” (a tutto il Marzo 2013 non è riconosciuto dalla Comunità Internazionale ed è in corso il tavolo negoziale con Belgrado, mediato da Bruxelles, sulla risoluzione delle questioni controverse); comporta un giudizio “politico”, non semplicemente ironico, imbattersi in «Peja o Pec, dipende da chi dover far contenti, albanesi o serbi». Chiaramente, non è detto che il segnale “politico” lanciato attraverso questi segni debba necessariamente essere esplicito o consapevole; altrettanto coerentemente può essere implicito o magari solo strumentale, funzionale al disegno complessivo della narrazione piuttosto che al connotato saliente dell’argomentazione. E qui si torna, se si vuole, al punto di partenza: leggendo lo spaccato kosovaro, anche soltanto con l’occhio del viaggiatore o dell’intervistatore, come mero sfondo narrativo, non si fa tuttavia a meno di esercitare il rasoio dell’argomentazione, abbia quest’ultima una ascendenza di carattere emotivo o una motivazione del tutto intellettuale.

Accompagnata ad una lettura analitica dello spaccato kosovaro nelle sue molteplici contraddizioni (sociali, culturali, politiche), la narrazione svolta nelle “Vene Kosovare” rappresenta senz’altro un contributo utile, una proposta stimolante, sia per gli operatori della comunicazione e della cooperazione internazionale, sia per il lettore curioso del racconto “sulla strada” .

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