Il Kosovo verso il riconoscimento del diritto alla compensazione per le donne vittime di stupro

Con la recente approvazione del Piano d’ azione per l’attuazione della risoluzione UNSC 1325 “Donne, pace e sicurezza”, si è aperta in Kosovo la strada all’approvazione dell’emendaamento che assegna il diritto alla compensazione per le vittime di stupro durante il conflitto

In Kosovo donne piangenti e straziate hanno rappresentato il simbolo della disumanizzazione che caratterizza l’uomo nel conflitto.

Ciò che in Kosovo non è divenuto simbolo è stato la guerra di genere parallela che si è consumata con il suo tratto più doloroso: lo stupro.

Lo stupro della singola, o di massa e sistematico, è stato utilizzato anche qui come strumento di disgregazione sociale e familiare, eppure, le ricerche e le storie di questo terrore sono poche e frammentarie. La donna stuprata è semplicemente diventata depositaria di una vergogna inconfessabile, la sua memoria epurata. Solo oggi, a distanza di 15 anni, questa memoria otterrà forse giustizia. L’approvazione parlamentare del piano di implementazione della risoluzione ONU 1325 è il primo tassello per il riconoscimento formale delle vittime di stupro come soggetti aventi diritto di compensazione, al pari di tutti gli altri civili colpiti dal conflitto. Tuttavia questo passo non basta, il Kosovo non riesce ancora a fare i conti con la memoria di donna vittima del conflitto. Già, perché all’interno di una società tradizionalista come quella kosovara, lo stupro costituisce un disonore. La violenza sulle mogli e sulle figlie è un trauma conosciuto, ma mai realmente ammesso.-

Il testo di legge approvato probabilmente sarà sufficiente a spingere il Governo a stabilire il diritto di compensazione per le vittime di stupro, ma non basterà a far si che le donne parlino, si confrontino, ricordino. Il rischio è alto. Tutto potrebbe semplicemente limitarsi all’ennesima ottima legge sulla carta. L’apertura alla compensazione monetaria per le vittime (l’emendamento in questione è alla legge sulla compensazione per le vittime civili di guerra, e giace in Parlamento dal 2013), potrebbe ridursi ad un’ennesima trappola di silenzio per le donne.

Si stima che siano state almeno 20.000 le donne vittime di stupro durante il conflitto, imprecisato invece il numero dei bambini nati da questi e abbandonati nei vari ospedali o semplicemente per strada.

Tra queste 20.000, poche, se non nessuna è stata ascoltata. Non ve ne è stato lo spazio. Certo, elaborare delle teorie di genere delle guerre può essere politicamente e socialmente pericoloso per le donne coinvolte. Politicamente perché in Kosovo ancora oggi, della guerra, emerge solo l’eroe, l’uomo che ha liberato la nazione, che ha salvato donne e bambini, l’uomo che ha sofferto sui monti. Socialmente perché lo stigma è ancora presente. Una donna che parla di stupro, ancorché perpetuato dal nemico, è pur sempre una donna violata, non pura. In quanto simbolo, sia in pace sia in guerra, è alla donna che viene chiesto di mantenere alta la statura morale e familiare della Nazione.

Se il simbolo è corrotto la stessa costruzione del futuro nasce fallata, per questo la soluzione è solo il silenzio. Tutto ciò dimostra la peculiarità del Kosovo. In Bosnia, in Ruanda e in quelle nazioni dove c’è stato un pieno riconoscimento interno dello stupro come arma di guerra, la donna è diventata vittima in quanto donna. Sono nate associazioni di donne vittime di stupro che con forza hanno e affermano la loro voce, il loro punto di vista storico sulla guerra, in Kosovo no e l’assenza di memoria rappresenta simbolicamente l’attuale costruzione sociale del Paese.

Il Kosovo sociale si fonda su equilibri di subordinazione dove la donna è seconda all’uomo e, in quanto tale, il suo dolore è trascurabile. Se poi al dolore della donna è associata la vergogna il gioco è fatto. Non si fraintenda, il dolore di madre, moglie e figlia non solo è stato riconosciuto, usato e ricordato, ma se ne è fatto simbolo per additare la ferocia del nemico.

Kosovo-RefugeesLe immagini dei massacri degli uomini e dei bambini nei villaggi sono accompagnati dalla donna e il suo dolore. Ma è appunto un dolore per l’altro, per la perdita subita, non è una sofferenza intimamente femminile qual è lo stupro. Questo non è mai richiamato o visibile. Ed è un torto ulteriore fatto alla donna, una violenza perpetua: vittima in guerra e in pace.

Il rischio che si corre oggi è quello di riconoscere la violenza, ma ridurla ad un semplice danno che richiama compensazione, non un diritto violato in tutta la sua complessità. Solo se il Paese troverà il coraggio di riaprire questa ferita, i passi legislativi che si stanno compiendo oggi segneranno un importante passo di svolta rispetto alla memoria del conflitto, soprattutto quella femminile. Non solo, attraverso la connotazione di genere che il conflitto potrà acquisire, anche le donne di oggi potranno aspirare ad una politica femminile fatta di ascolto e affermazione personale.1

Sarà essenziale lasciare che le donne si espongano umanamente e femminizzino il conflitto, alzando la voce sulle loro storie e si riconcilino con il proprio passato per poter finalmente affermare il futuro.

 

Danila Zizi

Osservatorio “Balcani al femminile”. Pensieri, parole e azioni di donne nei Balcani occidentali. Un punto di vista diverso e femminile sull’evoluzione politico-culturale dei Balcani che si avvicinano all’Europa.
Bookmark the permalink.