Il presidente del Libano, Hezbollah in Siria e le varie truppe di opposizione ad Assad

Il Libano, nonostante le dichiarazioni ufficiali di neutralità, resta direttamente coinvolto nel conflitto siriano, soprattutto per la vicinanza del gruppo sciita degli Hezbollah, in supporto alle truppe dell’esercito del regime di Bashar al-Assad. Il presidente libanese, Michel Sleiman, ha chiesto al partito Hezbollah ed al suo braccio armato di rientrare in Libano ed interrompere la sua relazione con le forze governative siriane nella guerra civile in Siria.

Il presidente Sleiman ha dichiarato di voler sempre riconoscere il concetto di resistenza, ma ha consigliato ad Hezbollah di uscire immediatamente dal conflitto siriano, che al momento vede le truppe siriane impegnate nella provincia di Homs, dove le truppe del regime si stanno riposizionando con successo in prossimità della decisiva battaglia di Aleppo. Proprio in vista di questi prossimi scontri armati il presidente del Libano ha chiesto ad Hezbollah di non procurare altre vittime libanesi.

Intanto la posizione del Libano resta ambigua: da una parte vede le truppe di Hezbollah in supporto di Assad e dall’altra le comunità sunnite in gran parte in supporto della dissidenza siriana. L’esercito libanese ha denunciato lo sparo di alcuni razzi siriani su città sunnite libanesi, proprio in virtù del fiancheggiamento ai ribelli e per questo le autorità libanesi hanno chiesto alla Siria di interrompere immediatamente tali azioni.

Intanto sui profili vari delle truppe che si oppongo al regime di Bashar al-Assad iniziano  a scatenarsi vecchi giochi di potere da Guerra Fredda, con gli Stati Uniti pronti ad armarli e la Russa di Vladmir Putin a parlare di cannibali pronti a tutto.

Sull’Independent Aron Lund, ricercatore svedese, che si è concentrato sui movimenti di opposizione siriana, ha stilato un sommario su tutte le truppe impegnate:

Il Fronte islamico siriano (SIF) il cui leader è Abu Abdullah al-Hamawi, che verte su un’alleanza salafita duratura dal dicembre 2012 e che si finanzia grazie ai gruppi conservatori del Golfo. Il fronte persegue uno Stato islamico con la sharia.

Free Syrian Army (esercito di liberazione), il generale Salim Idriss è il leader: sostiene che nelle sue truppe ci siano ottantamila combattenti. Si è formato nel 2011, arruolando molti comandanti ribelli dell’esercito centrale, creando poi un’ala militare del gruppo civile in esilio siriano. La matrice del Free Syrian Army è laica-nazionalista, ma i suoi affiliati (Farouq, Tawhid Brigata, Suqour al-Sham Brigate e Islam Brigata) perseguono un dominio islamico.

Il Fronte islamico di liberazione siriano (SILF), il leader è Ahmed Eissa al-Sheikh, che guida venti movimenti anche in questo caso con l’affiliazione delle truppe Fafouq, Tawhid Brigata, Suqour al-Sham Brigate e Islam Brigata.

Jabhat al-Nusra di Abu Mohammed al-Golani (Jabhat al-Nusra), che dovrebbe essere direttamente legato alla Fondazione Quilliam, a sua volta dipendente da al-Qaeda.

Movimento islamico Ahrar al-Sham, che al suo capo ha Abu Abdullah al-Hamawi, operante a Idlib, Hama e Aleppo. Lotta con Il Fronte islamico di liberazione siriano. Ahrar al-Sham si dichiara come la più grande fazione salafita della Siria.

Brigate dei Martiri di Siria, il leader è Jamaal Maarouf. Gruppo formatosi nel 2012 e che dichiara di avere quasi ventimila uomini a disposizione.

YPG – Unità di Protezione popolare, il cui portavoce è Khebat Ibrahim. Questo gruppo è formato da poche migliaia di soldati ed opera nel nord-est della Siria, nelle zone abitate da popolazioni curde, infatti è affiliata al Pkk.

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