Il processo di pace a rischio in Kurdistan

Andrea Leoni

In molti parlano spesso (ed ultimamente) di una “primavera curda” o meglio ora di un’estate curda, i primi episodi sono stati quando il 21 marzo in occasione del Newroz (il capodanno curdo) in cui migliaia di persone sono scese in piazza, è stata letta una lettera del capo storico del PKK (Partîya Karkerén Kurdîstan, ovvero il partito dei Lavoratori del Kurdistan) Abdullah Öcalan, che dalla prigione nell’isola di İmralı dove si trova isolato da molti anni, con la quale si dava inizio ufficialmente ad un processo di pace tra i separatisti del PKK e lo stato turco. A seguito di ciò è avvenuta una prima e massiccia ritirata dalle montagne del Kurdistan turco delle fazioni armate curde, gli uomini e le donne che fino a poco tempo prima combattevano avevano come destinazione l’Iraq, un paese dilaniato peraltro da molti conflitti etnici.

La regione semiautonoma del Kurdistan in Iraq aveva accolto con favore infatti l’idea di ospitare i profughi nella parte settentrionale, tant’è che anche un capillare lavoro era stato fatto dal BDP con delle riunioni in tutta la regione perché come disse lo stesso capo del partito curdo: “Molte persone qui hanno paura che una volta che i guerriglieri sono scomparsi, l’esercito turco farà un giro di vite su di noi ancora una volta”. Il governo centrale iracheno invece non avrebbe accolto dei guerriglieri ma solo “profughi per qualsiasi soluzione politica e pacifica” ma tutto sommato la prima fase del processo di pace è terminata senza violenze.

I curdi si ritirano, ma la repressione di uno stato che ha la sua forza nel controllo e nella repressione non si arresta e a testimonianza di ciò arriva prima un primo maggio in cui una ragazza rimane gravemente ferita ad Istanbul e proprio dopo poche settimane nella stessa piazza Taksim, la difesa del parco Gezi e le varie violenze perpetrate dalla polizia. La componente curda all’interno delle proteste è molto importante e ciò a simbolo di come “uno stato in cui siano rappresentate tutte le diversità è possibile”, però ciò rimane solo il pensiero dei manifestanti (che talvolta la questione curda neanche la conoscevano), il governo ed Erdogan in particolare tacciano come “terroristi” i manifestanti e con particolare riferimento ai curdi. Proprio durante le proteste del parco Gezi, Öcalan e i vari deputati del BDP, il partito curdo riconosciuto e presente nel parlamento turco, hanno posto al centro del processo di pace proprio tematiche rilevanti la repressione in tutto lo stato turco.

Da qui si arriva al processo di pace in cui i passi sono mossi solo dalla parte armata che non è “istituzionalmente riconosciuta”: sta succedendo così anche per i Paesi Baschi e in Colombia. L’esempio lampante e quello di ETA (Euskadi ta Askatasuna) che ha iniziato un processo di pace con due stati che hanno risposto solo con maggior repressione e nessuna concessione per i prigionieri politici baschi. E proprio così, mentre curdi, lo scorso venerdì protestavano contro l’espansione di una postazione militare nella provincia di Diyarbakir, città più importante nella zona curda sotto il protettorato turco, Medeni Yildirim, ragazzo di appena 18 anni viene assassinato dalla polizia negli scontri nei sobborghi di Diyarbakir a Lice. Oltre che alla gravissima morte del ragazzo, è difficile sostenere che il processo di pace si possa costruire allargando delle basi militari nel Kurdistan, come sostiene il vice del BDP, Sirri Sureyya Önder; “il governo deve conciliare con la gente, non costruire postazioni militari, è necessario disporre di un vero e proprio desiderio di pace. Questa non è la via che conduce alla pace”.

Quanto alla morte del giovane la gravità dell’episodio è testimoniata dal fatto che il giovane è stato colpito da un proiettile vero “che è entrato nel braccio destro, ha danneggiato i polmoni ed è uscito dal braccio sinistro” secondo quanto riportato dall’agenzia stampa Dicle (DIHA). La risposta curda è stata massiccia: l’altro ieri ancora migliaia di persone hanno manifestato in molte delle principale città curde a Cizre in particolare, nella provincia di Sirnak e che sono sfociate spesso in scontri (cannoni ad acqua e gas lacrimogeni ad altezza uomo) mentre il PKK ha fatto sapere di esser sempre in tempo per “riprendere le armi” (e ciò testimonia come secondo alcuni sia stata molto “frettolosa” e poco popolare la decisione di intraprendere un processo di pace). Sembra proprio che lo stesso movimento armato sia dietro al rapimento di un militare (Yetkin Beğen), in risposta all’omicidio del giovane ragazzo. Nel frattempo ulteriori manifestazioni si sono svolte in tutto il paese anche ieri e dopo tutti gli accadimenti la repressione si è ulteriormente elicotteri hanno sorvolato le città e droni si sentono oramai troppo spesso: la repressione nel Kurdistan non si arresta ed è difficile definire come possa andare avanti un processo di pace dati anche questi ultimi episodi. Una primavera o un’estate magari non saranno sufficienti…

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