Il regime siriano, le menzogne all’Onu e le armi chimiche

Diversi stati occidentali e Israele affermano di avere prove che dimostrano l’utilizzo da parte delle forze armate di Bashar al-Assad di agenti chimici vietati per i combattimenti, ma un organismo dell’Onu reputa le prove non sufficienti per gli standard internazionali. Intanto, davanti al Consiglio di sicurezza, il rappresentante del regime di Damasco mente sulle dichiarazioni di un oppositore.

La guerra civile nel Paese continua, con la periferia di Damasco principale teatro dei combattimenti tra le milizie legate al potere alawita e il composito schieramento dei ribelli, che gravita attorno all’Esercito Siriano Libero.

Tuttavia, a far parlare della Siria sui media internazionali non sono i morti quotidiani (stime orientative parlano di oltre 70.000 vittime in due anni di conflitto) e l’emergenza umanitaria che vive la popolazione, quanto piuttosto le polemiche legate all’utilizzo da parte dell’esercito ufficiale di armi chimiche nei combattimenti contro gli insorti. Diverse potenze occidentali, tra le quali gli Stati Uniti con il suo servizio d’intelligence e il Regno Unito attraverso il Primo Ministro conservatore David Cameron (qui le sue dichiarazioni all’emittente Bbc) e quello che è considerato “l’avamposto” dell’occidente in Medio Oriente, Israele, hanno dichiarato in sede Onu che esisterebbero «evidenze limitate ma crescenti» di tale utilizzo.

L’OPCW, Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche, che ha sede a L’Aia e opera secondo i parametri della Convenzione delle Nazioni Unite sulle Armi Chimiche del 1997, di fronte alle prove (prevalentemente fotografiche) fornite dai Paesi autori della denuncia ha preferito tuttavia non sbilanciarsi (fonte Reuters). Secondo rigidi standard internazionali c’è bisogno che gli esperti dell’organismo esaminino campioni fisiologici (tessuti, sangue, urine, suolo etc.) raccolti sul campo per dimostrare la presenza di contaminazioni e, di conseguenza, l’utilizzo di agenti tossici proibiti dalla Convenzione.

Stabilire un tale crimine di guerra è faccenda molto delicata, anche perché comporta pesanti sanzioni e, secondo le dichiarazioni della Casa Bianca, costituirebbe una “linea rossa” varcata la quale gli Stati Uniti considererebbero seriamente un intervento armato nel conflitto. In ogni caso, la situazione attuale fa poco sperare sulla possibilità di entrare a breve nel Paese per raccogliere campioni ed effettuare tali analisi: la missione di 15 osservatori (tra i quali chimici ed anche esperti dell’Organizzazione Mondiale della sanità), inviata dal Segretario Generale Onu Ban Ki-moon proprio per investigare sull’utilizzo di gas tossici come quello nervino, sarin e simili, dopo un iniziale consenso di Assad alla fine non ha avuto il permesso di entrare in Siria. Da tre settimane è in attesa del via libera sull’isola di Cipro, mentre nel frattempo sta studiando le testimonianze dei Paesi occidentali e a breve potrebbe cominciare a condurre delle inchieste all’interno dei campi profughi degli Stati confinanti che accolgono i siriani in fuga dalla guerra. Va detto che regime di Damasco e oppositori si rinfacciano a vicenda l’accusa di aver utilizzato munizioni tossiche contrarie alle convenzioni internazionali sulla guerra, nel solito tira e molla.

Intanto Eyes On Syria riporta che Bashar al-Jaafari (nella foto in alto), ambasciatore della Repubblica Siriana al Palazzo di Vetro, ha rilasciato dichiarazioni del tutto false davanti alla platea del Consiglio di Sicurezza Onu. Al-Jafaari ha citato un’intervista televisiva di un “terrorista” (con questo appellativo il regime si rivolge, in generale, a tutti gli oppositori) legato ad Al-Qa’ida che avrebbe dichiarato di voler trattare, in caso di vittoria contro Assad e creazione di un nuovo Stato siriano, le minoranze secondo la regola islamica per la quale i non-musulmani dovrebbero convertirsi o, in alternativa, pagare una tassa. In realtà, l’intervista in arabo di Al-Jazeera cui fa riferimento l’ambasciatore del regime all’Onu (citata anche da Ansamed) ha come protagonista ‘Abd al-Qader Saleh, che è il capo della brigata al-Tawhid, una piattaforma che raccoglie vari gruppi dell’Esercito Siriano Libero ad Aleppo. Non c’è alcun legame provato tra questi e le organizzazioni jihadiste, ed inoltre Saleh ha dichiarato che nella nuova Siria ci sarà spazio per tutti, e che la battaglia degli insorti è contro un despota, non contro minoranze religiose o etniche. Le quali, a onor del vero, difficilmente potrebbero essere trattate peggio di come le ha trattate negli ultimi quarant’anni il regime del clan degli Assad.

 

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