#Imprudenze2013: alla ricerca dell’Italia che riparte dai luoghi di cultura occupati

Domenico Musella

Incontrare i protagonisti di quel grande fermento che sta animando l’Italia dei tanti spazi della cultura abbandonati da uno Stato incurante e fatti rinascere grazie alla partecipazione dal basso di lavoratori e cittadini. Questa l’impresa di Silvia Jop, antropologa e redattrice de il lavoro culturale che con il regista e fotografo Pietro Pasquetti sta girando in lungo e in largo lo Stivale inseguendo le esperienze di riappropriazione di teatri e cinema, non solo restituiti al loro compito originario di fare cultura in senso lato, ma anche resi laboratori di nuove pratiche di condivisione, di lavoro d’insieme, di politica e cittadinanza.

Un percorso, quello di #Imprudenze2013, che segue la direzione tracciata dall’ebook Com’è bella l’imprudenza. Arti e teatri in rete: una cartografia dell’Italia che torna in scena (il lavoro culturale, 2012, con introduzione di Ugo Mattei, scaricabile cliccando sul link del titolo). Capovolgendo il motto del Teatro Valle Occupato «Com’è triste la prudenza!», preso in prestito dal drammaturgo argentino Rafael Spregelburd (che nel 2001 ha reagito alla crisi economica del suo Paese creando la teatro-novela Bizarra), questo progetto editoriale ha raccolto per la prima volta le auto-narrazioni delle varie realtà territoriali, dal Teatro Valle Occupato di Roma a La Balena-Ex Asilo Filangieri di Napoli, dal Teatro Coppola di Catania al Ricreatorio Marinoni e al S.A.L.E. Docks di Venezia, dal Nuovo Cinema Palazzo nella capitale al Teatro Garibaldi di Palermo, dal milanese Macao fino al Teatro Rossi Aperto di Pisa.

Il tour di questi mesi vuole appunto toccare con mano, scoprire e riflettere su queste realtà nate sulla scia delle “rivolte globali” del 2011 e del referendum italiano per l’acqua bene comune, che si trovano oggi anche in fasi diverse del loro “imprudente” tragitto.

Incontriamo Silvia Jop a Napoli, quando #Imprudenze2013 ha fatto tappa nella comunità dell’Ex Asilo Filangieri.

 

Silvia, per queste esperienze dei luoghi di cultura occupati hai usato la metafora dell’“Italia che torna in scena”. Da quello che stai vedendo è effettivamente così? In questi spazi gli italiani stanno cercando di ripartire da nuovi modelli di socialità e di comunità, da stili di vita diversi?

Premetto che sono partita dopo aver vissuto per un po’, in sordina e per i fatti miei, l’esperienza del Teatro Valle, che mi ha comunicato una serie di intuizioni che mi sembravano di una potenza eccezionale rispetto a quelle dei miei trent’anni precedenti. La sensazione che ho avuto già da lì è che stesse succedendo proprio questo: che ci fosse in qualche modo un ritorno o un nuovo affacciarsi di alcuni pezzi di questo Paese che negli ultimi vent’anni hanno avuto difficoltà a trovare degli spazi di confronto, riflessione e risoggettivazione.

Il tour di #imprudenze2013

E quindi mi sono mossa per capire se si riusciva a raccogliere una serie di contributi in cui le varie realtà si raccontassero, per capire che cosa avrebbero raccontato di sé: da qui è nato il primo tempo di questo percorso: l’ebook Com’è bella l’imprudenza. La prima cosa che abbiamo pensato è: facciamo sì che le realtà scrivano delle proprie autobiografie, poi in un secondo momento faremo un’indagine più approfondita. E così adesso sto facendo questo giro per i teatri per capire in che rapporto sta l’intuizione con i testi che ho raccolto, con i gruppi di persone che raccontano l’esperienza “in nascita” ormai un anno fa e con la realtà dei fatti oggi. Da un lato, ovviamente, il confronto è più reale, ma contemporaneamente la realtà non mi nega il fatto che effettivamente in questi spazi ci siano dei barlumi di un’Italia contemporanea che sta riimparando a ricostituirsi in termini di soggettività e di cittadinanza. Questo, comunque, mantenendo un grado di contraddizione che nell’intuizione iniziale ovviamente non c’è.

Questo viaggio avrebbe avuto un senso e una potenza molto diversi se lo avessi fatto un anno fa, quando queste esperienze cominciavano, esplodevano. Però paradossalmente in questo momento, che è più “infelice” in quanto si tratta di un periodo di transizione per tutti, c’è tanto di interessante. Nella fase iniziale c’era, com’è ovvio, una forza dirompente e generativa, tanto che due anni fa ha cominciato il Cinema Palazzo, poi è seguito il Valle e adesso ci sono 11 spazi occupati dentro questa rete: c’è stato un vero e proprio “contagio”, come dicono anche loro. Adesso c’è una fase di passaggio tra quell’onda gigante e la necessità di capire effettivamente, ad oggi, in termini strutturali, che cosa possono essere questi spazi. E devo dire che pur facendo meno rumore ed essendo meno visibili di un anno fa, sia a livello mediatico che delle estetiche dei territori, io continuo ad avere la certezza, la convinzione che siano delle esperienze in qualche modo emblematiche per l’Italia.

 

Come mai la scelta dell’autorappresentazione, nel primo lavoro sui teatri liberati?

Avevo un’allergia verso una letteratura ormai rarefatta, di persone che si dicono specialisti e che parlano al posto delle esperienze che raccontano. Su questo aspetto ho lavorato personalmente anche su me stessa, nella vita di redazione de il lavoro culturale, nato per tentare di restituire uno sguardo approfondito e partecipato sulle cose che abbiamo bisogno di capire. Questo spazio web nasce proprio in un momento in cui troppo spesso a parlare di una cosa sono terzi soggetti e non quelli che la vivono o se ne occupano direttamente. Il primo passo è stato perciò quello di proporre a queste realtà di raccontarsi. Poi di sicuro c’è anche bisogno di una voce esterna, non totalizzata in un’esperienza che si vive. Sono comunque affezionata ad uno sguardo “altro”, che può essere il mio come quello di Pietro Pasquetti che sta facendo questo viaggio con me, raccogliendo immagini che si sommano a quelle mie che interiorizzo e poi trascrivo. Ci sarà poi un “secondo tempo”, un secondo lavoro che spero nascerà dalle riflessioni che stiamo raccogliendo in questi due mesi in giro per l’Italia.

 

Tra il “primo tempo” del 2012 e questo tour di #imprudenze2013, quindi, che tipo di differenze stai notando?

Uno scatto da Macao (Milano)

Da un lato ovviamente sono visibili i punti di debolezza, che in un momento di nascita invece sono completamente nascostiper questioni “fisiologiche”. Si vedono i rischi che ci sono: quello dell’autoreferenzialità, del riproporsi di meccanismi che non sono di quest’epoca ma di quella precedente, quelli in cui le esperienze di lotta si sono incartate. Dall’altro lato però continuo a sentire una vivacità molto intelligente e molto capace, preparata. Trovo poco qualunquismo e molta consapevolezza nelle persone che sto incontrando in questi spazi. E noto che le donne hanno un ruolo importantissimo nel pensare questi luoghi e nell’elaborare il modo in cui essi possono sopravviversi. Penso che sia un momento molto delicato e prezioso. Quest’esperienza all’interno della quale si stanno ritessendo in rete tutti questi luoghi sparsi per l’Italia, con la Costituente dei beni comuni, è uno dei canali in cui si può sostanziare la forza di queste esperienze e si possono creare dei precedenti, qualcosa che in questo Paese prima non c’era. Sono stata di recente a L’Aquila per il secondo incontro della Costituente con Ugo Mattei, i comitati aquilani e quelli che si erano riuniti al Valle, e la sensazione è che sia importante la presenza di uno spazio di interfaccia come quello della Commissione Rodotà, in cui tutte le esperienze dei teatri si incontrano con delle istanze più territoriali e meno di settore, non solo dello spettacolo.

 

Questa rete ha un qualche collegamento con l’estero? Presentando l’ebook parli dell’”onda lunga” delle proteste del 2011, degli indignados

Questo è uno di quei discorsi “pericolosissimi”, perché a seconda di dove lo guardi la risposta è una o il suo opposto! Ci sono dei momenti in cui è utile ed importante mettere in evidenza i punti di contatto con cose anche molto distanti tra loro geograficamente. La stagione in cui in Italia hanno cominciato a fiorire questi esperimenti nei teatri era effettivamentesull’onda lunga del post-primavera araba, degli Occupy, dei movimenti di Atene, una boccata di aria nuova non solo europea ma anche mondiale… ma c’è sempre il rischio di fare delle generalizzazioni. Perciò secondo me è giusto individuare dei frangenti in cui ci sono dei punti in comune, che però ovviamente si traducono diversamente a seconda dei contesti. E’ un po’ come dire: esiste effettivamente una rete di queste esperienze, di luoghi della cultura liberati in Italia, che è un’unica rete. Poi più ci vai dentro, più ti rendi conto che ogni spazio è un mondo a sé rispetto agli altri. C’è sempre questo gioco di prospettiva tra particolare e generale, che è giusto mantenere in relazione ma è anche giusto analizzare separatamente.

 

E’ un caso che questo tipo di spinta sia partita proprio dai luoghi della cultura? O esprime anche, per esempio, la necessità di slegare lo stile di vita dalla produzione, dal “materiale”?

La Balena – Ex Asilo Filangieri (Napoli)

Su questo sto sviluppando pian piano una mia teoria, di cui sto cercando conferme nel corso del viaggio e dei vari confronti che sto avendo. Arriviamo da un ventennio durante il quale abbiamo subito un processo di frammentazione delle soggettività nel tempo della formazione ed in quello della produzione. È come se i soggetti avessero perso la capacità e l’abitudine di percepirsi come tali a partire dalla relazione con qualcuno che vive nella stessa condizione. Per cui, per esempio, tu l’università la fai, ma cambi in continuazione corso, docenti, compagni, e quindi fai fatica a percepirtiall’interno di una comunità. Per quanto riguarda le professioni, ognuno di noi deve essere in grado di fare magari quattro mestieri diversi che ti puoi trovare a fare nell’arco di dieci mesi, e quindi non hai la possibilità di crearti una tua identità professionale. La dittatura della precarietà ha indebolito fortemente la possibilità di creare una coscienza, che non saprei se definire di “classe” è anacronistico, ma diciamo, quantomeno, una coscienza di “comunità”.

E in questo momento le figure dei lavoratori dell’arte e della cultura, del terziario avanzato, sono paradossalmente più avvantaggiate degli altri perché a livello genealogico hanno come elementi costitutivi quellidell’autonomia, dell’indipendenza e della precarietà. Per cui è come se avessero una capacità maggiore di individuare quello che manca e che serve in un momento così complicato. E contemporaneamente la figura del lavoratore culturale e gli spazi della cultura sono anche quelli storicamente più vessati: basti solo pensare che in Italia abbiamo avuto un ministro che ha dichiarato che “con la cultura non si mangia”… più emblematico di così!

Tanto che questi teatri in questo momento non sono tanto, almeno da come mi sembra, delle “avanguardie” sul fronte della tipologia e della qualità della produzione artistica, ma sono realtà che stanno restituendo uno spazio urbano alla necessità di cittadinanza, completamente smembrata negli anni precedenti. Da un lato c’è una riflessione politica sulla gestione degli spazi in cui si fa cultura, sui diritti di chi produce la cultura, e quindi sulle figure professionali dei lavoratori dell’arte e della cultura. Contemporaneamente, però, tutto questo discorso specifico di categoria è intriso di discorsi culturalmente molto più ampi, che riguardano la cittadinanza, il rapporto con la città e con i beni comuni: una riconfigurazione molto più estesa.

 

In questi spazi si utilizzano anche nuove definizioni, come quella di “Quinto Stato”.

Un’assemblea al Teatro Coppola (Catania)

Sì, in questo percorso di riflessione sui teatri e sulle lotte territoriali ho avuto un incontro molto importante con Roberto Ciccarelli, giornalista de il manifesto e filosofo che ha scritto un libro, La furia dei cervelli, in cui ricostruisce la genealogia del Quinto Stato, ossia la categoria dei lavoratori del terziario avanzato. Il riconoscimento di questi lavoratori e lavoratrici in una dimensione comune come questa fa parte di un processo di ricostruzione di un’identità, che non si pensa come monolitica, ma si considera in termini di panorama eterogeneo, che però ha bisogno di “perimetrarsi”, per essere in grado di porsi come soggetto dotato di potere contrattuale. Questo discorso sul Quinto Stato è utile per avere dei confini entro i quali infilarsi per poi riuscire a capire chi sei, come ti poni, e per chiedere che cosa. Grazie a questo le persone riescono nuovamente a pensarsi. Fino ad oggi i lavoratori della cultura e dell’arte hanno sempre pagato il dazio dell’essere figure ambigue, non definite. Ora che però sono perni fondamentali di una lotta politica, darsi una definizione può essere utile. L’importante è che non diventi un settorialismo o un settarismo, un rischio che si corre. E al momento mi sembra non sia affatto così: entrando in questi teatri, sebbene siano esperienze molto diverse tra loro pur avendo dei punti in comune, c’è sempre una composizione molto eterogenea: lavoratori dell’arte ma anche tutt’altro, ricercatori etc. È molto interessante, poi, il rapporto che si sta ridefinendo tra chi crea e chi rende possibile la creazione, tra l’attore e il tecnico, l’attrice e la tecnica. Politicamente, in maniera non dichiarata ma sostanziale, è un aspetto fondamentale. Si restituisce all’atto della creazione il suo statuto di processo, di lavoro di squadra e non di illuminazione del singolo artista.

 

E le dimensioni del tempo e della passione che importanza hanno in queste esperienze?

Totale. Qua azzardo un’altra mia riflessione personale che al momento si sta confermando, vedremo poi tra un mese mezzo una volta visitati tutti gli spazi… credo che un grosso problema culturale di tutti noi sia stato la divaricazione totale tra il piacere e la produzione, il fare. Lo spazio del piacere viene percepito in termini antiteticirispetto al tempo in cui “fai quello che devi”. L’artista ancora una volta, in questo momento, è avanguardia rispetto agli altri, perché già abituato a rivendicare la centralità del desiderio, che è quello che poi dà la forza di fare, di creare nella vita. Anche la cultura delle donne, che nel corso dei decenni ha lavorato al tentativo di ridefinire un proprio ordine simbolico, è ora trainante proprio perché riesce a percepirsi in maniera meno compartimentata: non ci sono tempi diversi per lavoro e passione, c’è un tempo complesso in cui tu sei “abitata/o” contemporanemente da una serie di cose. Di conseguenza in questi spazi, in cui le donne hanno un ruolo capitale nella genesi ideale degli spazi e della loro gestione, la passione e il desiderio sono centrali nell’organizzazione della lotta, nella definizione di passaggi politici importanti e nellariqualificazione delle professioni.

Un’altra cosa che mi ha innamorata è il fatto che in questi spazi il primo atto rivoluzionario è stato rivendicare la necessità di un tempo più ampio. Non per prenderertela comoda, ma per capire effettivamente chi sei, cosa vuoi e dove vuoi andare. Oltretutto, nella pausa ha luogo la relazionetra le personee queste esperienze sono speciali perché le persone che le vivono tornano a rivendicare il bisogno di stare in rapporto le une con le altre. Quello di questi luoghi, quindi, è un tempo con delle pause lunghe, una canzone che non è un rap serrato, ma si riprende le armoniche, si mette ad accordarle, si dà la possibilità di dipanarsi per capire quello che realmente serve.

 

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