In attesa di un Papa nero, magari donna, c’è Django

Nei paesi anglosassoni il discorso postcoloniale è forte. L’artista afroamericana Kara Walker, famosa per le sue silhouette contro il razzismo, ha definito l’effetto Obama (e Michelle) alla Casa Bianca come una catarsi. Catartico sicuramente può essere in questo periodo la visione di Django al cinema. 

Una silhouette di Kara Walker

L’ultimo film di Tarantino decostruisce la mitologia americana, la schiavitù, il cinema western. È imperdibile per chi si interessa di cultura e minoranze. Una costruzione narrativa che rovescia generi, ruoli, stereotipi: c’è il tedesco che libera lo schiavo, che diviene un divo, il nero che è più razzista del padrone, la schiava in abito da sera che beve champagne, un crudele cowboy effemminato. Un gioco ricorrente nella filmografia del regista (vedi le figure femminili che divengono samurai e stuntman-lady in Kill Bill e A prova di morte).

Spruzzi di sangue iperrealista imbrattano corpi e case. Il rosso contrasta con i cavalli bianchi e i campi di cotone. Ad un primo sguardo, quello di Tarantino può sembrare un cinema cannibale, che si nutre di altri film e che non riesce ad avere alcun rapporto con la realtà. Un cinema di superficie, perverso, sadico. Ma a ben vedere dietro la superficie ludica e la violenza apparentemente inutile si nasconde un progetto. Django è un pezzo importante di un puzzle, di un discorso politico. Il tema ricorrente della vendetta, che va oltre, che supera i limiti, che lascia senza senso e che forse critica la pena di morte.

Le forme del classico si sono aperte esponenzialmente a prospettive postcoloniali e omosessuali. Negli ultimi anni abbiamo visto cowboy, eroi americani divenire neri e gay (vedi Brokeback Mountain di Ang Lee), nel cinema western, come nelle più varie produzioni.

L’operazione che Tarantino fa in Django (nella foto a sinistra un fotogramma del film), mettendo in scena uno schiavo come un principe azzurro a cavallo, mi pare sotto molti aspetti accostabile al lavoro di Rotimi Fany-Kayode. In uno scatto degli anni ottanta (nella foto sotto), bouquet bianco, il fotografo distende un uomo nero nudo su una dormeuse, un tipo di mobile associato nell’arte europea ai languidi nudi femminili. Il cavallo, il vestito azzurro e la dormeuse sono l’America, l’Europa, il canone occidentale su cui un africano (nel secondo caso in più omosessuale) si adagia in modo provocatorio.

In Italia la rappresentazione del razzismo la si lega ancora esclusivamente alla storia della Germania, dell’America e ad immagini stereotipate. Qualche tempo fa a Torino, Kara Walker ha esposto le sue silhouette sulla schiavitù.

 

«Prima di guardare le opere, è importante che il pubblico non dia per scontato che nella stanza non ci sono neri. L’Italia è 40 anni dietro gli Stati Uniti sui diritti civili»

 

Queste le sue parole.

 

 

di Angelo Ciniglio

Bookmark the permalink.