In fuga dalla guerra civile in Siria: profughi in Turchia. Intervista alla ricercatrice Şenay Özden

In fuga dalla guerra civile in Siria: profughi in Turchia. Intervista alla ricercatrice Şenay Özden
Lorenzo Giroffi

Le guerre, di qualunque natura siano, suonano sempre di omologazione verso qualche tipo di retorica, che sia di sprezzo o di esigenza. Tendenzialmente poi sono sempre accompagnate da qualche aggettivo, adornante o didascalico. In Siria c’è una guerra civile. Ecco, civile, termine arrivato dopo l’iperbolica generalizzazione della Primavera Araba, ancora oscura a chi avrebbe dovuto viverla assieme (libici, tunisini, yemeniti, egiziani, siriani), ma ormai familiare agli analisti che così hanno semplificato la voglia di democrazia ed i giochi internazionali in aree strategiche del mondo.

Le retoriche in questi casi vengono sostituite solo dai numeri, che il più delle volte invece sono respiri, speranze, volti, sofferenze e futuri sempre troppo lontani. Le persone che in Siria hanno perso la vita erano abitanti di un Paese, non numeri di una guerra, quelli che tentano la fuga lo sono uguali, ma anche in quest’articolo saranno schematizzati in cifre.

Uno dei tanti aspetti di una guerra è la fuga e dalla Siria sono in molti a voler scappare, anziché doversi schierare, essere assoldati da una parte o dall’altra, concepire le bombe come via per la salvezza. Dopo la Giordania, il Paese nel quale cercano maggiormente riparo è la Turchia. La politica del Primo Ministro turco, Recep Tayyip Erdoğan, è sempre stata quella della buona accoglienza, di rispetto per i profughi e di collaborazione con gli aiuti umanitari internazionali. Proprio su questa buona politica porremo degli interrogativi con la ricercatrice Şenay Özden, incontrata a seguito di una conferenza, che ha avuto esperienza diretta con i profughi diretti provenienti dalla Siria.

Le dittature, sempre ostacoli beceri ed ignobili per l’umanità, sono tappi per divergenze etniche e politiche, perché collante forzato, molte volte all’interno di Paesi dalle anime diverse. Messa in discussione la dittatura di Bashar Al Assad tutte le varie comunità presenti in Siria hanno trovato la forza per cercare l’emancipazione, per prendere o meno posizione. Ciò sicuramente incide con quanto accade in Turchia, visto che al confine dei due Paesi c’è il Kurdistan, represso prima dalla dittatura siriana, che ha poi, nei suoi atti finali, provato a fare concessioni per sedare almeno una parte della rivolta, invece ancora sotto scacco dallo Stato turco, seppur di recente ci sono voci di possibili negoziati con il braccio armato della lotta per i diritti curdi in Turchia. Kurdistan comunque determinante per entrambi i Paesi.

La capacità dei curdi siriani di organizzarsi e ripensare il proprio territorio, sempre all’interno della Siria, ma gestito autonomamente, non è stato sicuramente un segnale accolto positivamente dalla Turchia e da Erdogan, che forse con la sua politica ha inciso anche nella selezione degli aiuti umanitari da destinare sia ai profughi presenti sul proprio territorio, che agli sfollati ancora in Siria.

Dal 2011, data impressa dai pigri della geopolitica come scoppio della Primavera Araba, al 2013 in corso (una stagione primaverile alquanto lunga) sono aumentati in maniera esponenziale i profughi siriani presenti in Turchia. Inizialmente al confine furono preparati sei campi di accoglienza, che ospitavano circa sei mila persone: tutto ciò all’inizio delle rivolte. Poi durante tutto il 2012 sono stati allestiti altri nove campi, utili a contenere, o meglio ad ammassare, i duecentomila profughi, che si attestano su queste cifre grazie alle registrazioni, ma bisogna considerare anche gli altri centomila, fuori dai campi e quindi non registrati (numeri ufficiosi), ma comunque in Turchia, prevalentemente da parenti, che, vivendo nella stessa area etnico-geografica, li hanno accolti. Numeri impressionanti, destinati purtroppo a crescere.

(qui la sua versione audio) L’intervista a Şenay Özden  può sia chiarire la condizione dei profughi, costretti ad una vita senza stimoli e privi del proprio lavoro, dei propri luoghi, delle proprie passioni, relegati a giornate senza tempo e senza spazi, che il cinico gioco degli interessi politici degli attori internazionali.

Quale è la composizione etnica dei profughi?

«Per la maggior parte sono arabi sunniti, ma ci sono anche curdi, soprattutto nella città di Urfa ed una piccola minoranza di siriani cristiani».

Quali sono i problemi principali che vivono i profughi?

«Il loro principale problema è che non hanno lo status giuridico di rifugiati, sono semplicemente ospiti, ovvero godono di una protezione solo temporanea. Dunque non hanno alcun diritto di reclamare i propri diritti».

Ci sono filtri negli aiuti umanitari offerti dalla Turchia ai differenti gruppi etnici siriani?

«Il problema negli aiuti umanitari che vanno dalla Turchia verso la Siria risiede nel fatto che raggiungono solo la popolazione araba, come accade anche nella stessa Turchia. Ad esempio in unvillaggio della città di Urfa, a Viranşehir, la municipalità eletta dai cittadini (quella zona è a maggioranza curda) è guidata dal partito filo curdo BDP (partito della Pace e della Democrazia), ma c’è comunque la presenza del Governatorato, che contiene rappresentanti dello Stato turco, che quindi rispettano la volontà di quest’ultimo. Si è creata una tensione tra il Governatorato e la Municipalità, perché il primo vorrebbe che gli aiuti fossero distribuiti secondo le volontà politiche dell’autorità centrale, dunque non alla popolazione curda».

La presenza dei profughi siriani amplifica le tensioni etnico-religiose presenti in Turchia?

«La questione dei rifugiati siriani non può essere analizzata senza considerare le politiche locali, come la questione curda o quella della minoranza religiosa turca alawita, perché incidono politicamente sull’accoglienza. Tutti gli attori politici presenti in Turchia hanno un approccio ai profughi siriani troppo dipendente dalle proprie posizioni rispetto alla politica siriana ed a quella turca. Dunque se politicamente si appoggia il Governo turco e si osteggia quello siriano si è favorevoli all’accoglienza dei profughi, viceversa c’è più ostilità, ma così è complicato, perché non si possono rintracciare posizioni indipendenti. Si è sempre legati alle posizioni della politica centrale turca».

Qui l’articolo di Domenico Musella con i temi affrontati durante la conferenza di Şenay Özden

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