In un’Algeria spettrale si ricandida un presidente «fantasma»

Il Paese del Maghreb non sembra vedere via d’uscita dal vicolo cieco nel quale è rinchiuso da anni. Chi spera nella svolta delle presidenziali 2014 con molta probabilità rimarrà deluso: le oscure stanze dei bottoni di Algeri hanno sfacciatamente riproposto Bouteflika.

 

Capo di Stato ininterrottamente al suo posto dal 1999 (solo sul suo nome si trovò un accordo tra le fazioni che avevano combattuto nei 10 anni precedenti una sanguinosa guerra civile), Abdelaziz Bouteflika ora ha 77 anni ed è visibilmente anziano e malato. La scorsa primavera, come vi abbiamo raccontato, è stato colpito da una grave ischemia ed ha trascorso un lungo periodo di cure a Parigi, sul quale peraltro la censura ha fatto trapelare poco. Un tempo onnipresente, ora si fa vedere rarissimamente in pubblico, probabilmente a causa di uno stato di salute che non gli permette di parlare né stare in piedi molto. Nonostante tutto, è lui per la quarta volta il candidato del Fronte di Liberazione Nazionale (il primo partito algerino) alle prossime presidenziali del 17 aprile, con il sospetto-certezza che dietro di lui siano altri a muovere le fila della politica di Algeri.

La foto in alto lo mostra evidentemente provato nella sua penultima apparizione davanti alle telecamere (senza audio), in occasione del Consiglio dei Ministri del 30 dicembre 2013. Non manca sul web l’ironia di chi afferma che ad essersi riuniti nell’occasione siano stati piuttosto dei momistres, gioco di parole per “ministri-mummia”, guidati dal fantasma Bouteflika su una poltrona perché incapace a reggersi in piedi. Da allora “Boutef”, come lo chiamano scherzosamente, si è fatto sentire solo per interposta persona, tanto che persino l’annuncio ufficiale della ricandidatura è stato affidato sabato scorso, 22 febbraio, al primo ministro ‘Abd el-Malek Sellal. Di lunedì l’ultimo video con il presidente affaticato e quasi assente: ancora una volta rapide immagini mute, tratte da un incontro con un rappresentante del Kuwait (sotto).


Tutto lascia presagire una grande farsa, nella quale un presidente-fantoccio manovrato da altri servirebbe a proteggere i vertici dello Stato in difficoltà dopo l’apertura delle indagini da parte della procura italiana di Milano su un grosso scandalo di corruzione tra la compagnia petrolifera algerina, la Sonatrach, e l’Eni. A comandare non sarà quindi Bouteflika, ma clan e gruppi d’interesse che lottano tra loro mentre il Paese si lacera tra i lasciti delle imposizioni neoliberiste del Fondo Monetario degli anni ’90: miseria, disoccupazione, inquinamento, con la conseguenza dell’aumento del tasso di suicidi. Tutto questo malgrado l’Algeria sia in realtà un territorio ricco di risorse naturali: il problema è che i soldi derivati dall’esportazione degli (inquinanti e non-infiniti) idrocarburi finiscono nelle poche, solite, mani dei circoli politico-militari al potere. A tal punto che molti paesini riescono a sostentarsi a stento con il piccolo commercio, un minimo d’agricoltura e, soprattutto, le rimesse dei parenti emigrati a cercar fortuna all’estero, spesso in Francia.

Una situazione di crisi che agevola non solo il consumo di velenosissime “droghe dei poveri” e il malessere, ma anche la diffusione di gruppi più oscurantisti e spesso violenti che strumentalizzano l’islam per fini politici e di destabilizzazione del già delicato status quo. Non è un caso che notoriamente le cellule di Aqmi (Al-Qaeda nel Maghreb Islamico), che ampliano il loro spettro d’azione anche in Paesi come il Mali, abbiano la loro base proprio in Algeria.

Un Paese molto grande, diviso al suo interno, difficile da gestire, continuerà probabilmente a essere lasciato al suo destino. Rivolte come nei Paesi vicini, pur illusorie, da queste parti sono state solo sfiorate, perché lo ‘spettro’ della guerra civile incombe e le ferite di un periodo buio durato un decennio sono ancora fresche. Ma anche perché la (seppur vasta) opposizione a Bouteflika non riesce a organizzarsi in società civile attiva e cosciente. I pochi partiti che sembrerebbero realmente alternativi, vicini all’islam politico o alla sinistra laica, non hanno la forza di presentare candidati forti, e invitano a boicottare le prossime elezioni. Un obiettivo che non sarà difficile, visto che negli ultimi scrutini la percentuale di votanti ha sfiorato un misero 30% degli aventi diritto.

Rosa Moussaoui dalle colonne de l’Humanité dipinge un amaro affresco dell’Algeria del 2014.

Non si sa chi realmente detiene (e deterrà) il potere in Algeria: quello che si sa è che, chiunque sia, resta nell’ombra. Come del resto accade in Europa con le grandi lobby finanziare, che hanno in scacco i governi e che guarda caso propongono le stesse fallimentari ricette sperimentate in Nord Africa due decenni fa. Mai come in questo caso le due sponde del Mediterraneo sono davvero vicine.

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