«Indagini e bonifica a Bagnoli, ma anche partecipazione e spazi sociali»: come ripartire dalla Bancarotta

Domenico Musella

Dal 2 giugno 2012 e fino all’11 aprile scorso Bancarotta ha rappresentato per Bagnoli e per Napoli uno spazio pubblico aperto e autogestito, una riappropriazione positiva di un’area abbandonata dopo 20 anni e più di speculazione e immobilismo, lì dove per un secolo fino al 1991 sorgeva il complesso industriale dell’Italsider-Ilva (che a Taranto continua ancora oggi a far danni). Anche a livello simbolico lo spazio di Bancarotta ha un suo significato molto forte: tecnicamente l’edificio era una filiale della banca Intesa-San Paolo all’interno della grande fabbrica: occuparlo e farlo vivere di questi tempi ha voluto dire anche riconvertire l’idea di economia e socialità in qualcosa di diverso da quello che i grandi poteri economico-finanziari impongono.

Laboratorio, sede di assemblee e iniziative culturali, sociali e sportive, per quasi un anno Bancarotta ha resistito agli sgomberi grazie al collettivo che se ne prende cura e agli abitanti del quartiere che l’hanno vissuta e popolata. Come per tutti gli stabili occupati il rischio di sgombero era sempre presente, essendo inoltre il locale sotto la giurisdizione della Bagnolifutura, la “società per azioni di trasformazione urbana” che non ha trasformato granché nell’ex area industriale. E lo “sfratto” è arrivato, ma nella più paradossale delle maniere: l’11 aprile scorso la magistratura ha posto sotto sequestro una superficie di tremila ettari dell’ex Italsider (e tra questi anche Bancarotta) nell’ambito proprio delle indagini su quella mancata bonifica che il collettivo dalla sua nascita ha sempre denunciato. A pagare per le responsabilità di disastro ambientale, truffa ai danni dello Stato e false certificazioni della bonifica di un pugno di dirigenti sono stati, quindi, i cittadini e gli attivisti che avevano dato vita a una delle poche iniziative (insieme ad esempio a Città della Scienza, per ironia della sorte vittima recentemente di un rogo) che avevano ridato vita a Bagnoli, sottraendola per un po’ alla desolazione e alle tante speranze non realizzate.

Pur avendo perso temporaneamente la sede, il collettivo che animava lo spazio Bancarotta non ha perso lo spirito, la volontà di cambiare il quartiere in maniera partecipata. La scorsa settimana (denominata della “rabbia”, un termine che rimanda, con le dovute differenze, ai venerdì delle recenti rivolte nel mondo arabo) non sono stati fermi un attimo, dando vita a tante iniziative che hanno visto una forte partecipazione del quartiere, che nonostante i tanti torti subìti, dall’inquinamento al rogo di Città della Scienza all’abbandono nel degrado, dimostra di non mollare e di resistere, con la voglia di riappropriarsi del territorio. Oltre a continuare per strada attività e lezioni (come quelle di musica nella foto, molto frequentate dai ragazzi del quartiere), il collettivo Bancarotta ha recentemente occupato la X Municipalità Bagnoli-Fuorigrotta, ha sottoposto a “sequestro popolare” la sede di Bagnolifutura (foto sotto) incontrando anche il favore dei suoi dipendenti che il giorno successivo si sono anch’essi ribellati e hanno poi dato vita con Bancarotta e gli abitanti di Bagnoli ad un corteo che ha attraversato il quartiere.

Il 18 aprile si è tenuto un sit-in davanti al Consiglio Comunale di Napoli, che ha tenuto una seduta interamente dedicata al tema Bagnoli. In quell’occasione First Line Press ha incontrato i ragazzi del collettivo, realizzando l’intervista che trovate nel video in alto prima che una delegazione entrasse a portare la sua testimonianza nel palazzo di via Verdi, sede dell’assemblea cittadina. Al momento da parte delle istituzioni c’è ancora un nulla di fatto, mentre le indagini della magistratura sono in corso e ai cittadini del quartiere non è stata data ancora pienamente la voce, né risposte concrete, né la possibilità di una reale partecipazione alle decisioni sul destino dell’area. Nel frattempo, però, i bagnolesi si sono dati da fare: il 21 aprile dopo un’assemblea popolare di quartiere si è costituito un Comitato cittadino di lotta per la bonifica, un ambito di partecipazione e azione con degli obiettivi molto chiari: dar vita a un osservatorio, composto dalla cittadinanza, che monitori la bonifica; requisire i beni mobili e immobili e i capitali di coloro che per un ventennio hanno gestito Bagnolifutura e la fantomatica riqualificazione ambientale del quartiere; la chiusura immediata della stessa Bagnolifutura per istituire invece un tavolo permanente sulle fondamentali tematiche di lavoro, casa, ambiente, servizi, beni e spazi sociali.

La volontà del Comitato (a destra, un momento dell’assemblea) è aprire un fronte di lotta come altri di livello nazionale (dai No Tav in Val Susa, a quello che riguarda un’altra Ilva aTaranto, al No Muos a Niscemi), perché quello dell’area di Bagnoli è un problema che riguarda tutti, non solo i bagnolesi e i napoletani. Parliamo di un disastro ambientale e di un territorio che da anni non è più a disposizione di chi ci vive: qualcosa che ha molto a che fare con il futuro di tutta l’Italia e che, affrontato in maniera giusta e partecipata, può rivoluzionare le modalità del vivere insieme e del senso di termini come “pubblico”, “sociale” e “comune” oggi poco valorizzati in una Repubblica democratica che in quanto tale, invece, dovrebbe averli come punti di riferimento.

Del resto sono ancora tanti gli interrogativi ancora senza riposta della cittadinanza e c’è ancora molta chiarezza da fare sulla situazione dell’area. La magistratura si è accorta improvvisamente dello stallo dei lavori dopo decenni di inattività denunciata dalla popolazione, e inoltre non sono state neanche sfiorate dai sigilli degli inquirenti né Bagnolifutura, né gli arenili e lidi privati presenti sul litorale di Coroglio (che una forte mobilitazione cittadina ha rivendicato come spiaggia pubblica, raccogliendo anche lefirme per un referendum comunale), né l’area della Cementir, di proprietà dell’industriale Caltagirone (che “inspiegabilmente” non è mai neanche rientrata nei terreni espropriati dagli enti locali e gestiti da Bagnolifutura). È evidente che alcuni interessi sono talmente forti da non poter essere toccati nemmeno dallo Stato. Nonostante anch’essi stiano in piedi su suoli ugualmente inquinati dopo un secolo di produzione industriale ad alto impatto. In più, sono ancora da accertare le responsabilità politiche dei fallimenti di ogni progetto per l’ex area industriale, e a tutt’oggi le istituzioni non hanno le idee chiare su come dare slancio al quartiere e non hanno dato seguito alle proposte provenienti dalla cittadinanza.

I fumi delle acciaierie non ci sono più da oltre vent’anni a Bagnoli, ma la puzza della speculazione e di grossi appetiti economici sulla zona è ancora forte, c’è da stare molto vigili.

 

Per seguire l’evoluzione della vicenda di Bancarotta, del Comitato e di Bagnoli vi consigliamo:

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