Iraq. Finite le elezioni, la guerra continua

Tra bombardamenti e contaminazione dei maggiori fiumi del Paese, continua lo scontro tra il governo iracheno e i terroristi dell’ISIS (The Islamic State of Iraq and the Levant), che da gennaio occupano la città di Fallujah.

La coalizione di Nouri Al Maliki vince le elezioni.

Mushreq Abbas dalle colonne del sito di informazione Al-Monitor afferma che la vittoria di Nouri Al Maliki alle elezioni irachene è stata tutto merito della “crisi di Anbar”.

Che abbia ragione o no, non c’è dubbio che le elezioni parlamentari in Iraq dello scorso 30 aprile, di cui solo una settimana fa sono stati comunicati i risultati, si siano svolte in un clima tutt’altro che sereno.

Sarà perché il famigerato gruppo islamista ISIS, lo stesso che sta mettendo a ferro e fuoco diverse aree della Siria, occupa da gennaio le città di Fallujah e Ramadi, nella provincia occidentale di Anbar, sottraendole di fatto al controllo di Baghdad.

D’altra parte, il nome stesso del gruppo, il cui articolato acronimo sta per Stato Islamico dell’Iraq e dello Sham (“Sham”, in gergo, indica proprio il territorio dei siriani), spiega da sé lo scopo delle sue azioni in Iraq e Siria.

Da questi fatti, la crisi di Anbar, ossia lo sforzo del governo, che dura ormai da cinque mesi, di recuperare il controllo della regione.

Un sforzo che si realizza attraverso il dispiegamento di forze di polizia e militari in assedio, e che coinvolge l’utilizzo di razzi e artiglieria pesante per fiaccare la resistenza degli islamisti.

Uno sforzo che ottiene risposte preoccupanti, come quando, lo scorso aprile, i militanti di ISIS chiusero la diga di Fallujah sul fiume Eufrate, per ottenere due effetti: da un lato, allagare le aree intorno alla città dove erano appostati i militari governativi, dall’altro, lasciare senz’acqua le provincie meridionali a maggioranza sciita.

Non si deve dimenticare che il mosaico confessionale in Iraq rende l’attività dei gruppi islamisti, di matrice sunnita, particolarmente mirata contro la fetta di popolazione sciita.

Per non parlare di quando, qualche settimana dopo, gruppi terroristici fecero detonare diversi ordigni contro l’oleodotto che collega la città di Tikrit, a nord di Baghdad, causando così la contaminazione del vicino fiume Tigri: oltre alle chiazze d’olio sulla superficie del fiume, alcuni filmati mostrano l’incendio del petrolio sulle rive, appiccato dai residenti in un disperato tentativo di  fermare il flusso di minerale tossico.

Le acque inquinate del Tigri, una volta giunte a Baghdad, hanno costretto le autorità locali a chiudere l’acqua dei rubinetti delle aree residenziali della capitale, proprio pochi giorni prima delle elezioni.

Una bella spinta per la campagna elettorale di Al Maliki, incentrata sulla necessità di dare una risposta forte al terrorismo. Un spinta che sembra aver cancellato, affogate dalla paura dell'opinione pubblica, le critiche che in campagna elettorale erano state rivolte all'operato del Primo Ministro

Il premier iracheno al-Maliki

Una bella spinta per la campagna elettorale di Al Maliki, incentrata sulla necessità di dare una risposta forte al terrorismo.

Un spinta che sembra aver cancellato, affogate dalla paura dell’opinione pubblica, le critiche che in campagna elettorale erano state rivolte all’operato del Primo Ministro: da parte sciita, come la corrente Ahrar di Moqtada al Sadr, che lo accusava di aver sguarnito di militari la provincia di Anbar, permettendo così a ISIS di occupare le due città, e di non aver usato il pugno duro con i terroristi; e da parte sunnita, che lo accusava di aver contraffatto le informazioni sull’andamento degli scontri e di aver spinto, con le sue politiche favorevoli agli sciiti del Paese, diverse tribù sunnite di Anbar a unirsi a ISIS.

Malgrado queste voci ostili, le elezioni sembrano aver dato la maggioranza in parlamento alla coalizione di Al Maliki, che si prepara a essere rieletto Primo Ministro.

Secondo diversi analisti, una volta archiviate le elezioni il governo starebbe per intraprendere un imponente attacco contro Fallujah, mentre voci governative annunciavano a più riprese, a partire da febbraio, la liberazione di Ramadi.

Propaganda o fine della crisi? Di certo, il nuovo mandato di Al Maliki si preannuncia fin da subito in salita.

Giovanni Andriolo

Osservatorio: "Il Grande Gioco: Nord-Africa e Asia Centro-Occidentale". Dal Marocco all'Afghanistan, passando per Iran e Penisola Araba: è questo il terreno in cui si sta combattendo la guerra poco religiosa nel cuore del mondo islamico. La posta in gioco? Egemonia regionale e controllo delle risorse energetiche. Un grande Risiko nella regione cuscinetto tra tre Continenti che coinvolge, più o meno ufficialmente, tutte le maggiori potenze del mondo.
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