Islam africano: le confraternite come alternativa al Jihadismo armato?

Il recente ritorno alla ribalta del gruppo Boko Haram in Nigeria ricorda che in Africa esiste un Islam.

Così come dimostra l’esistenza, anche nel “Continente nero”, di gruppi degenerati che strumentalizzano la religione per fini tutt’altro che sacri.

Nel caso in questione, il gruppo attivo in Nigeria è responsabile di reiterati rapimenti, a partire dalla scorsa Primavera, di donne e bambine da alcuni villaggi del paese africano.

Eventi come questi, sebbene siano presentati al grande pubblico come improvvisi, decontestualizzati,  rivelano, una volta che li si indaghi, un’incubazione di mesi, anni, prima dell’esplosione.

Così come, ad esempio, le scorribande di inizio estate tra Iraq e Siria da parte del gruppo islamista ISIS, della cui pericolosità avevano informato, nei mesi precedenti, i media più attenti a quest’area sensibile.

Sono proprio queste aree chiave, spesso trascurate, i campi in cui si giocano le sorti della sicurezza di tutto il mondo. A questo riguardo, l’Africa e il suo Islam appaiono come un terreno certamente poco conosciuto nel resto del mondo, tuttavia assai fertile non soltanto di brutte notizie, come quelle che giungono dalla Nigeria, ma anche di opportunità di cambiamento che non vanno lasciate morire. Queste potrebbero trasformarsi, con il tempo, in vere e proprie alternative di Islam, anche politico.

Ne abbiamo discusso con Andrea Menegatti, docente presso le Università di Genova e Torino e autore del libro Islam in West Africa.

Eventi come quelli che hanno recentemente avuto luogo in Nigeria, il rapimento di circa trecento giovani studentesse e i rapimenti successivi di donne e bambini in altri villaggi, hanno portato alla ribalta gruppi prima sconosciuti ai non addetti ai lavori, come Boko Haram. Tuttavia, anche altri esempi, come quello degli Shabab in Somalia, o dei tentativi, negli ultimissimi anni, da parte di gruppi radicali di rovesciare il governo nel Mali, ci mostrano che l’Islam, anche in Africa, tende ad assumere un ruolo che trascende il religioso: si può parlare di un Islam africano politico?

<<Boko Haram ha colto di sorpresa giornalisti e generici commentatori di “vicende internazionali”, ma – purtroppo, lo sottolineo – non gli storici d’area o noi politologi che seguiamo le vicende africane con un occhio alla sociologia storica, senza farsi tentare dalle sirene di una certa geopolitica mainstream. Benché mi occupi da oltre 10 anni maggiormente di Sahel francofono e non sia quindi un esperto di Nigeria, posso dire che il fuoco sotto la cenere si vedeva da almeno 30 anni._73205156_6b83ca3c-bf81-43e0-beb2-c503274e87e2

La Nigeria (e non solo essa), a causa della manipolazione coloniale fatta degli inglesi, è un Paese nato da una fusione a freddo. Le rivendicazioni del nord islamico verso il sud cristiano e animista sono solo più esplosive che altrove, viste le sue dimensioni demografiche (quasi 1 africano su 5 è nigeriano) e soprattutto quelle economiche; non dimentichiamo che quest’anno Abuja supererà Pretoria come primo PIL del Continente, Africa mediterranea compresa. Il sud Nigeria ha già i suoi problemi, vedi problema del Delta, ma il nord islamico, in particolare lo stato di Plateau a centro nord, ma soprattutto del Borno, a nord-est, ha sempre guardato più a ciò che accadeva nelle instabili regioni saheliane, Mali Orientale, Niger, Chad, nord Camerun, che a Lagos. E cosa accedeva? Una strisciante dissoluzione o la tenuta in vita di stati fragilissimi, i cui territori  diventavano terra di nessuno per trafficanti di ogni merce illecita, servizi segreti militari più o meno deviati e mercenari.                                                                               A questo si aggiunga la caduta del colonnello di Tripoli su cui non mi soffermo ancora e il risultato è quello che vediamo. Stesso discorso vale per la Somalia, il più grande territorio al mondo senza autorità politica (figuriamoci legittima) almeno da 20 anni. Dove lo Stato si ritira arriva Al Shabab, Boko Haram, AQMI. Ma non definirei questo un Islam politico. Questi sono gruppi militari che colmano un vuoto di potere utilizzando grezzi riferimenti politici e religiosi e che spesso, per dirla tutta, hanno appoggi internazionali. Tuttavia non vorrei sconfinare in percorsi scivolosi su cui, come è naturale, deve lavorare le nostra intelligence. L’Islam Politico è certo presente in Africa ed in espansione, ma non lo assocerei a questi gruppi, neppure come brodo di cultura. E’ proprio un’altra cosa: pratica quello che si può definire un “entrismo” nelle istituzioni non le combatte.

Si è spesso notato come l’Africa, e le sue risorse, stiano destando interesse in attori internazionali nuovi, come diverse potenze emergenti asiatiche, tra tutte la Cina, ma anche le petromonarchie arabe del Golfo. Quale è l’influsso di queste ultime nel mondo africano? Riscontra un tentativo di connessione da parte di uno o più paesi del Golfo con l’Islam politico africano a fini strategici?

<<Anche su questo lascerei lavorare l’intelligence e, viste le dimensioni del fenomeno, la diplomazia, affinché si giunga ad un isolamento dei gruppi eversivi (AQMI, Mujao, Ansar-Dine)  presenti nel Sahel, attraverso la recisione di ogni legame (finanziario, di uomini e mezzi, ivi comprese armi) tra qualsivoglia Stato legale e qualunque organizzazione terroristica.

Aqmi-appelle-la-France-a-negocier-la-liberation-des-otages_article_popinE’ tuttavia abbastanza evidente il ruolo del Qatar nell’instabilità maliana: molti rapporti, anche non particolarmente riservati, confermano la presenza di emissari ed agenti degli Emiri di Doha nelle recenti turbolenze che si sono verificate tra Algeria, Mali, Mauritania e Niger. Turbolenze che, come sappiamo, hanno portato, peraltro su richiesta di Bamako, alla missione francese Serval, nel dicembre 2012, in Mali. Non vedo quindi una vera connessione tra agenti delle petromonarchie e l’Islam Politico locale: anche perché molti gruppi terroristici che hanno reso instabile il Sahel ed in particolare il Mali sono composti, nel nucleo originario, da algerini, libici e settori Tuareg, con scarsi legami con l’Islam  africano diffuso a livello popolare>>.

Il mondo islamico è oggi caratterizzato da un macroconfronto internazionale tra ramo sunnita e ramo sciita, che trova le proprie guide rispettivamente in Arabia Saudita e Iran. Le ripercussioni di questa sorta di “guerra fredda” emergono in diversi casi in paesi terzi della regione, basti pensare al caso del Bahrein, alle posizioni contrastanti riguardo alla questione siriana ed agli scontri confessionali-politici in Libano. Riscontra anche in alcuni Paesi africani, e nel controllo delle loro risorse, questo tipo di esternalizzazione dello scontro?

<<Direi di no. L’Islam africano è interamente sunnita. Non escludo ovviamente che tale contrapposizione possa proporsi in futuro visto l’evolversi tumultuoso degli eventi in Irak, Siria e Libano. Ma allo stato lo escludo anche perché l’Iran è certo presente ma più defilato di altri vicini nel continente. Sicuramente, però, l’Africa nera è oggetto di interesse da parte di diversi stati islamici mediorientali. Il protagonista più attivo è certamente la Turchia, che sta intrattenendo rapporti commerciali molto stretti ed incomparabilmente più significatici ad esempio dell’Italia, con molti stati africani. Alcuni indicatori che possono sembrare marginali ma non lo sono affatto: il sostegno allo sviluppo di infrastrutture, il ruolo della compagnia aerea di bandiera Turkish Airlines in forte espansione in Africa, per finire con i periodici summit Turco-Africani sempre conditi, a latere, da decine di accordi commerciali milionari tra Ankara e varie capitali africane.images

In Somalia,  la prima (e all’oggi unica) ambasciata aperta a Mogadiscio, dopo oltre un ventennio di anarchica guerra civile, è stata quella Turca. Sono da seguire anche l’Arabia Saudita, con particolare riferimento al diffondersi del Wahhabismo, oltre ai già citati Emirati del Golfo.

Il Suo libro, Islam in West Africa, svela un mondo in realtà poco noto anche agli esperti stessi di studi islamici: quello dell’Islam africano. E fin da subito è chiaro, alla lettura, che ci si trova davanti a una realtà composita e per nulla omogenea, sebbene dotata di caratteri comuni. In particolare, nel libro distingue tra un Islam africano e un “Islam in Africa”: ci può spiegare questa distinzione e le sue conseguenze nel quadro delle diverse ramificazioni dell’Islam africano?

<<La distinzione si rifà all’opera di Eva Rosander ed altri, che ci aiuta a fare ordine in un universo effettivamente – come Lei dice – poco conosciuto agli stessi studiosi di cose africane e richiama la  storia della diffusione dell’Islam a sud del Sahara. Per Islam africano si intende quell’Islam che, diffusosi soprattutto in Africa occidentale ed in Sudan, ha assunto caratteristiche proprie, in qualche modo contaminandosi con la cultura locale. Una sorta di “africanizzazione”, la cui manifestazione più evidente è stato il diffondersi delle confraternite sufi – sia chiaro, fenomeno trasversale a tutta la Umma – ma caratterizzate, in questo contesto, dal culto di santi (wali) locali e da un forte senso comunitario che si intreccia con questioni delicate come l’etnicità. Un Islam popolare che non avrebbe caratteristiche di ortodossia e rigidità dottrinale: quell’Islam noir, insomma, che in epoca coloniale veniva considerato dai francesi, con buona dose di velleità manipolatoria, come ben più mansueto ed accomodante rispetto all’Islam arabe del Medio Oriente, anche perché venato da elementi di stregoneria, derivanti da un sincretismo con i culti presenti prima dell’islamizzazione, avvenuta a partire dal IX° Secolo. calligraphie-coran

Ad esempio, nel Mali, Paese pervaso da un islam sufi e marabuttico (ma anche, come ben sappiamo, da gravi fenomeni jihadista) si dice con una battuta che i suoi abitanti sono al 90% musulmani, al 10% cristiani e al 100% animisti. Per Islam in Africa si intende, invece, l’importazione rigida delle correnti riformiste e l’applicazione di procedure, riti e norme di comportamento tipiche dell’Islam originario: il fenomeno chiama in causa non solo Salafiti e Wahabiti, ma anche i predicatori della “chiamata” o da’wa. Se il primo tipo di Islam è essenzialmente vernacolare, l’altro è spesso letterato ed arabizzante. Questa dicotomia non va comunque assolutizzata, perché specie in ambiente giovanile ed in contesti recentissimi possiamo notare in alcuni gruppi religiosi episodi di ibridizzazione tra elementi sufi ed elementi riformisti. Come si può notare, quindi, l’osservazione su questi fenomeni sociali e religiosi va sempre aggiornata e sfugge sia a statiche e categorie analitiche, che, immaginifiche e divulgative, quanto semplificatorie, cartine colorate, da geopolitica italiana  – alla “Limes” per intenderci – che ci raffigurano un improbabile ed ancora una volta esotizzante Sahelistan, stretto fra poco credibili “oceani delle turbolenze”, “corridoi jihadisti”, “archi di tensione” e “buchi neri maliani”…

Una caratteristica distintiva dell’Islam africano è la presenza di “confraternite”, come quella Sufi: cosa sono?

<<Sono le “vie” mistiche all’Islam. Portatrici di un Islam dotto, comunitario ed intimo. Sufi sono poeti, scrittori, musicisti, artisti, danzatori, studiosi, ma anche gente semplice. Nascono nella primissima fase di diffusione del verbo di Muhammad e sono diffuse in tutto il mondo islamico. Le confraternite islamiche, spesso ma non sempre, prendono il nome da un santo fondatore che possa vantare una discendenza più o meno diretta col Profeta. Sono molto variegate (da qualche centinaio fino a milioni di discepoli) su un piano quantitativo e ben pochi tra i membri di esse conducono vita contemplativa, praticano l’ascetismo o vivono da eremiti. L’isolamento è tipico del passato, cioè della prima fase del sufismo. Spesso, in Africa specialmente, le confraternite più importanti come la Tijaniyya e la Mouridiyya o la Qadiriyya sono anche delle aggregazioni di tipo identitario ed etnico, che gestiscono filiere economiche, migratorie e commerciali. Inoltre hanno o hanno avuto un ruolo politico diretto nelle vicende coloniali, così come in quelle elettorali di queste autocrazie oppure giovani democrazie. In alcune confraternite, come tra i Tijani senegalesi, anche le donne hanno un ruolo di maestro, mentre gli Hamallisti mauritani combatterono il colonialismo in nome di una fiera autoctonia contro la diffusione di valori e pratiche mercantili occidentali>>.

Di fronte ai recenti esempi di islamismo militante in ambito vicino orientale, si pensi alle recenti attività di ISIS in Iraq, ma anche alla miriade di altri gruppi attivi in Siria, ritiene che dall’Africa possa giungere la risposta di un modello di Islam meno politicizzato e bellicoso, più vicino all’idea di cambiamento attraverso la costruzione, anziché la distruzione?

<<Direi che questa è proprio la tesi di fondo del mio ultimo libro “Islam in west Africa”. Davanti alla percezione di un dilagante fondamentalismo potenzialmente eversivo ed antioccidentale – e parlo non a caso di percezione, perché le cose stanno un po’ diversamente – bisogna, comunque si valuti la situazione, cercare di superare un approccio che molti commentatori definiscono come islamofobico ed osservare questa grande tradizione religiosa e culturale nelle sue ricche sfaccettature. Proprio in Africa resiste un Islam tollerante, inclusivo, popolare, non oscurantista, che, se si esclude il periodo coloniale, storicamente ha sempre dialogato con altre religioni ed altre branche dell’Islam stesso. Si pensi alla figura del grande Sufi ed umanista Maliano Amadou Hampate Ba.

Coffret-memoires-de-Amadou-Hampate-BaPerché non pensare che per una volta dall’Africa, che a seconda delle inclinazioni, studiamo, aiutiamo o mettiamo in valore economicamente, possa invece venire una bella lezione generalizzabile? Come rivelano recenti studi che stanno superando l’attenzione degli addetti ai lavori e vengono discussi su importanti network internazionali, si vedano le inchieste del Boston Globe o del Times of India, oggi il sufismo rappresenta quell’Islam che non si contrappone all’occidente e che può essere definito, come sostiene René Otayek, un Islam Mondano, addirittura (sembra un’eresia dirlo in tempi ancora influenzati da Huntington) compatibile con la Democrazia ed il rispetto dei diritti civili. Sarà un caso se in Africa, pur con qualche tentativo di contatto da tener d’occhio, i Sufi rimangono ancor oggi i primi nemici per i fondamentalisti, fautori del Jihad?>>

 

 

Giovanni Andriolo

Osservatorio: "Il Grande Gioco: Nord-Africa e Asia Centro-Occidentale". Dal Marocco all'Afghanistan, passando per Iran e Penisola Araba: è questo il terreno in cui si sta combattendo la guerra poco religiosa nel cuore del mondo islamico. La posta in gioco? Egemonia regionale e controllo delle risorse energetiche. Un grande Risiko nella regione cuscinetto tra tre Continenti che coinvolge, più o meno ufficialmente, tutte le maggiori potenze del mondo.
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