Israele e la Palestina fanno la pace?

La risposta è ovvia e abbiamo cercato di raccontarvela direttamente dal posto, solo che nei giornali si parla molto (e superficialmente) dei nuovi negoziati tra i due territori. Cosa si dice? E cosa sta succedendo?

Addirittura oggi, il New York Times in un articolo di Roger Cohen dice che l’uomo della pace potrebbe esser nientepopodimeno che Netanyahu “potrebbe reinventarsi come operatore di pace non è nuova. Ho sentito da diverse persone che hanno trascorso lunghe ore con Netanyahu, tra cui l’ex primo ministro britannico Tony Blair”. Ricordiamo molto volentieri come lo stesso quotidiano statunitense, pochi mesi prima aveva dato voce ad un reportage da Nabi Saleh, piccolo villaggio vicino Ramallah, in cui si parlava di “possibile terza intifada”: ne facevano articoli ad effetto un po’ tutti e così sta succedendo con questi nuovi negoziati che partono con parecchi passi sbagliati.

Il primo tra tutti e tangibile è il brutto episodio accaduto a Ramallah, città palestinese benestante cui secondo molti “si è sopita”, quando la polizia dell’Autorità Nazionale Palestinese ha brutalmente caricato un corteo del Fronte Popolare, formazione di sinistra, che si opponeva ai colloqui con Israele. Contrari ai negoziati sono in molti, ed a mostrare il loro dissenso ci hanno pensato subito i miliziani armati delle brigate al-Aqsa, legati ad al-Fatah partito che ora governa l’Autorità Nazionale Palestinese, ribadendo come la loro scelta sia solo “la lotta armata” e affermando come il loro intento sia quello di rafforzarsi militarmente.

Di seguito vi riportiamo un articolo uscito oggi sul Manifesto a firma dell’ottimo Michele Giorgio che ci aggiorna dal posto proprio sui negoziati.

Alla ricerca di titoli ad effetto ieri giornali, radio e televisioni hanno parlato di «iftar della pace». In riferimento alla cena di Ramadan, organizzata a Washington dai mediatori americani per i loro «ospiti», i negoziatori israeliani Tzipi Livni e Yitzhak Molko e quelli palestinesi Saeb Erekat e Mohammed Shtayyeh, giunti negli Stati Uniti per riprendere il negoziato bilaterale rimasto fermo per oltre tre anni. Che i quattro abbiano preso parte a un iftar, e pure abbondante, non c’è dubbio. Che ieri abbiano anche dato inizio a colloqui che, come sostiene Jen Psaki, portavoce del Dipartimento di Stato, «getteranno le basi del dialogo a venire», verso quel «promettente passo in avanti in direzione della pace» descritto da Barack Obama, è ben più arduo da affermare. I nodi del conflitto sono sempre gli stessi. Uguale è la determinazione israeliana nel rifiutare la restituzione di Gerusalemme Est ai palestinesi, e il ritorno dei profughi. Simile è la mediazione americana, non neutrale, da venti anni solidale con le aspirazioni degli alleati israeliani e che sarà rappresentata da Martin Indyk, un ex ambasciatore Usa a Tel Aviv. Inconsistente la posizione dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) di Abu Mazen che ha scelto una trattativa senza garanzie dopo aver illuso la sua gente che la libertà e l’indipendenza sarebbero state conquistate all’Onu, attraverso l’attuazione della legalità internazionale. Continua a leggere qui…

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