Israele – Gaza: oltre alle bombe c’è di più

Cosa si cela dietro all’ultima battaglia di razzi e artiglieria tra la Jihad Islamica e Israele? E’ una questione tutta palestinese, o piuttosto, nasce dal confronto delle maggiori potenze regionali, che hanno deciso di sfidarsi anche nella Striscia di Gaza?

Mentre l’attenzione della comunità internazionale è concentrata sulla crisi ucraina e sul destino della Crimea, un po’ più a Sud un’altra guerra sembra già cominciata.

A metà marzo, infatti, si sono susseguiti attacchi a suon di razzi e colpi d’artiglieria tra Israele e la Jihad Islamica palestinese, il movimento radicale attivo nella Striscia di Gaza.

Gli scontri sembrano celare risvolti che vanno oltre la questione palestinese, coinvolgendo i confronti più ampi che interessano l’intera regione.

07hezbollah.xlarge1Legato, secondo molti, a Hezbollah in Libano, e finanziato dall’Iran malgrado il suo orientamento sunnita, il Movimento per il Jihad Islamico in Palestina avrebbe rivendicato l’attacco a Israele del 12 marzo scorso. In quell’occasione, un numero imprecisato di razzi, tra trenta e cinquanta, sarebbe partito da Gaza per colpire il territorio israeliano in risposta a un precedente raid da parte dell’esercito dello Stato ebraico. Sebbene Tel Aviv abbia dichiarato che parte di questi siano stati intercettati da Cupola di Ferro (sistema difensivo antimissile israeliano), l’attacco resta tuttavia il più consistente dal 2012, quando dalla Striscia partirono più di cento razzi in ventiquattro ore.

La risposta israeliana, ora come allora, non si è fatta attendere. Le Forze di Difesa dello Stato ebraico avrebbero risposto con fuoco di artiglieria, distruggendo vari avamposti nella Striscia.

Questa nuova ondata di scontri, tuttavia, sembra avere un’origine più ampia, che abbraccia non soltanto la questione palestinese, bensì i diversi conflitti che tormentano i Paesi della regione. In primo luogo, la Siria e il Libano, Stati che proprio da Israele erano stati attaccati qualche settimana prima. Infatti, secondo quanto riporta il sito web di intelligence israeliano Debka, il 24 febbraio scorso le forze aeree di Tel Aviv avrebbero bombardato alcune postazioni di Hezbollah in Libano, nella Valle della Bekaa, non lontano dal confine con la Siria, dopo che da questo territorio sarebbero partiti dei missili diretti alla città siriana di Yabroud, dove era in corso una battaglia tra le forze governative siriane e i ribelli. La reazione israeliana sarebbe scaturita, secondo Debka, a causa della qualità di questi missili, lanciati da Hezbollah in supporto all’assedio dei soldati siriani: si tratterebbe, infatti, di missili di superficie con capacità nucleare di fabbricazione russa, che nei tre anni di conflitto siriano non erano mai stati usati. In realtà, sorge il dubbio che dietro a questa iniziativa si celi un tentativo di intromissione nel conflitto siriano. Anche perché, qualche giorno dopo, il 18 marzo, Israele bombardava obiettivi militari in territorio siriano, in risposta a un attentato perpetrato qualche ora prima nelle Alture del Golan, la zona occupata da Israele e contesa dalla Siria, ai danni di un convoglio di soldati israeliani.

Sullo sfondo dell’intera vicenda, tuttavia, sembra stagliarsi anche lo scontro con l’Iran.

carneyE’ del 5 marzo, una settimana prima dell’attacco di Gaza, la dichiarazione del portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, secondo cui nel corso di un’operazione congiunta di spionaggio israeliano e statunitense, le forze navali di Tel Aviv avrebbero intercettato una nave iraniana battente bandiera panamense, la KLOS C, nelle acque del Mar Rosso. L’imbarcazione bloccata avrebbe trasportato, secondo le dichiarazioni, decine di missili di fabbricazione siriana con una gittata di 150 km, nascosti sotto sacchi di cemento. Secondo la ricostruzione statunitense, i missili, partiti dalla Siria, sarebbero giunti al porto iraniano di Bandar Abbas, per poi essere imbarcati sulla KLOS C con destinazione Sudan. Da lì, qualora non fossero stati intercettati, avrebbero viaggiato via terra attraverso il territorio egiziano per essere recapitati a Gaza.

Ancora una volta, è evidente come i diversi conflitti che si agitano nel cuore del Vicino Oriente – la questione palestinese, la lotta di Hezbollah contro Tel Aviv, la guerra siriana, il confronto tra Israele e Iran, tra Stati Uniti e Iran – si stiano intrecciando tra loro, nel tentativo, da parte dei diversi contendenti, di indebolire l’avversario, colpendolo su più fronti e grazie al supporto di alleanze trasversali.

Un meccanismo che non sembra risparmiare nemmeno i Paesi della Penisola Araba: ne è prova il recente conflitto tra il Qatar, le cui simpatie per la lotta anti-israeliana della Striscia non sono un segreto – basti pensare che l’emirato arabo nel 2012 aveva versato nelle casse di Hamas 400 milioni di dollari e che a gennaio di quest’anno ha donato un milione di dollari in supporto ai rifugiati palestinesi a Gaza – e l’Arabia Saudita, che negli ultimi anni sta mostrando sempre più convergenze verso Tel Aviv in chiave anti-iraniana.

Giovanni Andriolo

Osservatorio: "Il Grande Gioco: Nord-Africa e Asia Centro-Occidentale". Dal Marocco all'Afghanistan, passando per Iran e Penisola Araba: è questo il terreno in cui si sta combattendo la guerra poco religiosa nel cuore del mondo islamico. La posta in gioco? Egemonia regionale e controllo delle risorse energetiche. Un grande Risiko nella regione cuscinetto tra tre Continenti che coinvolge, più o meno ufficialmente, tutte le maggiori potenze del mondo.
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