Issawiya e la testimonianza della famiglia di Samer Issawi

Andrea Leoni

Nella parte ad Est di Gerusalemme, quella dei palestinesi, sorge un villaggio: si chiama Issawiya. Non è proprio così semplice entrarci, la vicinanza con gli israeliani fa si che qualsiasi straniero non sia proprio ben visto.

Succede così che come entri ti si avvicinano, soprattutto i bambini che riempiono sempre le strade, e ti salutano con uno “shalom” molto provocatorio, in attesa di una risposta sbagliata. Da queste parti spiega Mohammad ragazzo del posto: “non abbiamo mai avuto pace. Dopo qualsiasi accordo o dopo qualsiasi presa di posizione, Issawiya è stata sempre dimenticata da tutti”. Le strade son ancora nere dal fuoco di qualche pneumatico acceso durante uno dei tanti scontri che vengono fatti durante la settimana e che come mi spiegano, quasi polemicamente: qui i confronti con i soldati non avvengono solo il venerdì.

I soldati, anche questa settimana, sono entrati nella notte e hanno arrestato qualche giovane, sempre durante la settimana, invece, spontaneamente come in molte altri villaggi come El Khader, il campo profughi di Aida, Tqua vicino Betlemme e via dicendo i ragazzi del posto hanno attaccato le forze d’occupazione. Danno l’impressione di una vera e gratuita spinta dal basso slegata a qualsiasi comitato popolare, che a sua volta molto spesso è legato direttamente o indirettamente con l’Autorità Nazionale Palestinese.

Proprio di questo villaggio è Samer Issawi, il prigioniero in sciopero della fame da più di 250 giorni, sta prendendo delle vitamine che gli hanno permesso di sopravvivere nonostante non tocchi cibo da troppo tempo. Come anche ha testimoniato il giorno dei prigionieri, ma anche come è facile intuire un po’ ovunque, Samer Issawi, è divenuto un simbolo della lotta. Ha iniziato il suo sciopero da solo, ma ciò non significa che questa sia una lotta individuale, come anche mi ha spiegato Khader Adnan, uno dei simboli della lotta in carcere. E’ in fin di vita e qui è divenuto troppo importante, se dovesse morire in tutta la Palestina potrebbe scoppiare una vera rivolta.

Nella sua casa veniamo accolti da sua sorella Shireen e sua madre Laila entrambe molto provate ovviamente, ma molto orgogliose di quello che sta facendo Samer. Shireen, ha conosciuto varie volte il carcere, soprattutto da quando hanno iniziato a fare attività a supporto di suo fratello Samer, l’hanno prelevata perché “hanno paura di quello che sta facendo mio fratello”. La sorella, ripercorrendo con noi la sua storia, ci spiega poi come stanno vivendo questo momento tra mobilitazioni, repressione e un il fisso pensiero al fratello: “non è semplice sapere che Samer sta facendo uno sciopero della fame e che è in una vera e propria situazione critica. Non è facile per noi, come famiglia, ascoltare che lui può morire in qualsiasi minuto. Non è quello che una famiglia vorrebbe ascoltare di un suo figlio o di un suo fratello. Ma allo stesso tempo noi rispettiamo la sua decisione e siamo veramente orgogliosi della battaglia che sta facendo per la libertà”.

La madre, si commuove, non ce la fa più e dice che l’unica cosa che vuole al mondo è che suo figlio torni a casa libero, perché lo vuole riabbracciare “come qualsiasi madre farebbe con il proprio figlio e perché Samer ama la libertà”. Come quando, tornato libero ma solo per poco tempo (fu scarcerato facendo parte dello scambio con Gilad Shalit) spiega la sorella, si era impegnato ad accompagnare i bambini in bicicletta in giro per Gerusalemme facendogli conoscere la città e raccontando storie. Era ed è questo il sogno di Samer: essere libero nella sua terra.

 

Le interviste integrali alla famiglia Issawi e ad altri personaggi che ho citato in questo testo, verranno pubblicate in un altro lavoro (video).

Bookmark the permalink.