“Istituzioni pronte a generare benessere e contrarie all’estrazione dei profitti”. L’acqua in trasformazione a Napoli: intervista a Ugo Mattei

Lorenzo Giroffi

Nel nostro viaggio, partito da un’idea di bene comune impattatosi poi con i singoli territori italiani, incontriamo una creatura che molti discorsi teorici hanno più volte citato, ma che il pragmatismo di chi possiede la quotidianità di tutti noi ha altrettante volte aggirato: un’azienda speciale di diritto pubblico che gestisce l’acqua.

A Napoli la trasformazione, che sta avvenendo tra i mille campanelli di emergenza e le sirene poco propense a rivoluzioni propositive, sta apportando una modifica che potrebbe essere un segnale oltre il suo stesso territorio.

L’amministrazione napoletana, in un coraggioso e tortuoso processo di trasformazione, ha deciso di affidare la gestione dei servizi idrici, che per anni a Napoli è stata nelle mani della società per azioni ARIN, alla nascente società consortile di diritto pubblico ABC (Acqua Bene Comune). La presidenza di questo nuovo organismo è andata a Ugo Mattei, giurista di fama internazionale, studioso a tutto tondo e soprattutto difensore dei beni comuni, in ogni sua forma, a maggior ragione di quella più preziosa: acqua.

L’intervista che segue a Mattei renderà forse un po’ più chiaro l’equivoco legato alle società per azioni che gestiscono i servizi idrici in Italia, ai capitali pubblici, agli investimenti ed alle volontà politiche.

Negli anni come è avvenuta la concessione da parte delle singole Amministrazioni ai gestori dei servizi idrici?

<<I modelli di concessione dei servizi idrici cambiano nel tempo, ma anche nello spazio perché determinati dai diversi enti locali, in particolare dalle Regioni, che sono le titolari della risorsa idrica. Nei diversi territori ce ne sono varie. Ad esempio qui a Napoli abbiamo un acquedotto che era in gestione diretta ad Arin, quindi ora nostra (ABC), poi però ci sono altri acquedotti, come ad esempio quello della Campania Occidentale che è dato in gestione ad Acqua Campania, che è un’azienda privata. Quindi all’interno della stessa ATO (ambito territoriale ottimale, è il territorio condiviso da alcuni Comuni che organizzano i propri servizi pubblici integrati, come quello idrico e dei rifiuti) ci sono modelli di gestione molto diversi. Il tentativo è quello di arrivare ad affidamenti diretti e gratuiti ad aziende speciali, pubbliche e partecipate, le quali poi restituiranno questa gratuità ai cittadini. Purtroppo invece al momento si registra una sorta di mercato artificiale, costruito da enti pubblici che vendono ad enti privati per poi ricomprare da essi. Tutto ciò si è strutturato nel tempo, senza che si pianificasse in maniera generale e questo ha fatto nascere una rendita, con posizioni molto difficili da cambiare. Questi rapporti di mercato non dovrebbero esistere tra enti pubblici che trattano un bene libero come l’acqua>>.

Cosa comporta la trasformazione di Arin in ABC? Cosa cambierà? In quale stato è il processo ed in cosa gli utenti potranno notare il modellamento dell’azienda? Per molti è complicato comprendere come i servizi idrici in Italia siano per lo più gestiti da gestori pubblici, ma che non sono di diritto pubblico, quindi possono fare ricavo: può spiegarlo?

<<La trasformazione di Arin in ABC (Acqua Bene Comune) è un’operazione che travalica i confini di Napoli e quelli dell’acqua, perché abbiamo inventato un nuovo modello pubblico non più legato alla vecchia nozione burocratica del pubblico di tipo verticistico e clientelare. I cittadini devono sapere che le S.p.a. sono composte da strutture privatistiche che hanno come scopo il lucro e quindi se questa gestisce un interesse pubblico, come faceva l’Arin, che comunque era a 100% pubblico, ma in quell’ottica di lucro, si finisce per avallare la forma di aumento del valore delle azioni. Queste se appartengono al pubblico, il lucro va nelle tasche del pubblico, ma sempre di lucro si tratta. Il referendum ha stabilito che non si possono fare profitti sull’acqua e che la gestione dell’acqua debba essere solo sociale ed ecologica. Se il lucro è nel DNA delle società per azioni, dobbiamo mettere l’ecologia e la partecipazione nel DNA delle aziende speciali. Noi con questa nuova struttura abbiamo anche una serie di organismi che devono controllare che questo scopo sia rispettato. Il coinvolgimento di lavoratori, utenti ed associazioni ambientaliste nell’acqua pubblica, all’interno delle strutture di governance, dovranno garantire che tutto ciò diventi una realtà imprescindibile>>.

Cosa pensa del nuovo piano tariffario indetto dall’Autorità per l’Energia Elettrica ed il Gas? È stata davvero una delegittimazione del volere referendario del Giugno 2011?

<<In un sistema democratico dove i cittadini rispondono di ciò che vogliono, dopo il referendum del 12/13 Giugno 2011 ci si sarebbe dovuti incontrare tutti per capire come assecondare la volontà dei cittadini. Il popolo va rispettato e la classe dirigente, assieme agli amministratori pubblici, avrebbero dovuto risolvere gli ovvi problemi che ci sono nella trasformazione di un’azienda, che ha scopi di lucro, in aziende con altri obiettivi. Purtroppo invece gran parte dell’intelligenza di questo Paese è stata utilizzata all’opposto, ovvero per cercare delle scappatoie: questo è molto grave. In questo quadro è venuta fuori l’Autorità per l’Energia Elettrica ed il Gas, che ha assunto le competenze per le tariffe. L’Authority è entrata in vigore proprio a ridosso del referendum, cioè quando si cominciava a temere davvero il risultato. Quest’organismo ha come vocazione quella di fare delle tariffe che rispettino dei modelli di gestione dell’acqua con criteri di tipo aziendalistico, così da far rientrare per la finestra quello che è uscito dalla porta. Quindi questa tariffa mi sembra una volontà di ripudio verso l’acqua veramente pubblica>>.

FederUtility dichiara che per le reti idriche italiane ed i sistemi di depurazione, questi ultimi multati dall’Europa per il loro malfunzinamento, sono fondamentali ingenti investimenti nei prossimi anni. Il pubblico è in grado di affrontarli o c’è la necessità del privato? Un’azienda di diritto pubblico, come l’ABC, come affronterà tutti gli ammodernamenti ed accorgimenti necessari?

<<Già durante la campagna referendaria FederUtility ha continuato a dire che sarebbero i privati ad investire nelle infrastrutture. Questa è una falsità perché i privati investo molto meno e ciò è proprio un fatto storico. Ad esempio gli investimenti qui a Napoli di Arin S.p.a. negli anni scorsi sono arrivati solo quando ci sono stati finanziamenti diretti dal Ministero. Si confonde il fatto degli investimenti privati col fatto che i privati danno il credito, cioè le aziende che vanno ad investire con i soldi privati lo fanno a seguito di un prestito delle banche, che poi saranno ripagati con interessi salati. Dunque non è che il privato investe, ma tramite il sistema bancario dà i soldi alle aziende pubbliche, che poi investono. Questo è stato il modello degli investimenti nel settore idrico in questo Paese. Se è vero che il privato non ha alcun interesse verso investimenti nel lungo periodo, perché vuole incassare nell’immediato, allora bisogna trovare dei sistemi di finanziamento per questo tipo di interventi, che consentano di continuare in questa direzione per rimodernamenti delle infrastrutture. Se noi non sprecassimo soldi, questi ci sarebbero. Il fatto è che vengono usati male. Si potrebbe far rinascere il ruolo tradizionale di Cassa Depositi e Prestiti o tassazione a progetto, ma comunque gli investimenti devono andare sulla fiscalità generale e questa, invece di utilizzarla per fare la TAV, potrebbe essere al servizio della manutenzione degli acquedotti>>.

Cosa vuol dire affidare la gestione dei servizi idrici ad un privato?

<<L’acqua è in assoluto la risorsa più importante che esiste in natura. Senza acqua non campiamo neppure tre giorni, mettere l’acqua nelle mani dei privati significa consegnare a loro la sovranità della nostra stessa vita, perché per vivere bisogna bere. Insomma l’acqua è la cosa più delicata che una comunità ha a disposizione e va gestita col massimo livello di partecipazione, condivisione e sforzo comune, affinché possa arrivare a tutti. Il mercato non è uno strumento di giusta distribuzione delle risorse. È un mezzo di allocazione delle risorse di chi può pagare di più, che ha come scopo quello di estrarre profitti. Noi invece abbiamo bisogno di istituzioni pronte a generare benessere e contrarie all’estrazione dei profitti>>.

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