Kosovo, 17 Marzo: per non dimenticare… o forse, per alcuni, anche solo per conoscere

L’universo semantico del conflitto

Il conflitto – e il perdurante conflitto nel Kosovo ne è evidente testimonianza – è non solo il conflitto degli Stati, degli eserciti e delle istituzioni; è anche il conflitto delle persone: non delle persone singole che, mosse da epiche vendette o eroici furori, prendono le armi e corrono ad insanguinare la terra dei propri avi e dei propri averi; è, viceversa, il conflitto delle persone in quanto movimento di gruppi umani, di forze sociali spinte da ragioni ed interessi, economici o politici, infuocate da strumentalizzazioni nazionalistiche o fondamentalismi religiosi, ragioni “altre”, molto spesso, che abitano le menti e i piani delle oligarchie molto più dei sentimenti e dei voleri delle persone.

 

Il Kosovo, precipizio dell’instabilità

Il Kosovo rappresenta una frontiera di questo universo semantico, uno dei punti caldi della guerra globale permanente, scenario delle nuove guerre etno-politiche e paradigma del nuovo “interventismo umanitario”, che pone all’immaginazione e alla ragione il compito, complesso perché inedito, di misurarsi con le novità dell’ordine internazionale e con ipotesi di soluzione inesplorate ed originali, come peraltro dimostra l’estenuante round negoziale per la soluzione della controversia dello status, tuttora in corso. Un conflitto – quello kosovaro – frutto del criterio di destabilizzazione del Nuovo Ordine Mondiale scaturito dalla volontà egemonica degli attori dominanti sulla scena internazionale, i quali, al di fuori di norme consolidate, hanno prima (1999) mosso guerra alla Jugoslavia e poi, fino ad oggi, precipitato nella violenza questa regione: una violenza tanto perdurante, quanto lacerante.

 

La caleidoscopica sovversione degli scenari

È un territorio, geografico e simbolico, estremamente complesso, da andarci con i piedi di piombo: le vittime di ieri sono diventate i carnefici di oggi; la motivazione del conflitto di ieri (la tutela, talvolta agita strumentalmente, della sovranità serba) è sul fronte opposto di chi oggi, con discorsi incendiari, predicando l’indipendenza della “Repubblica di Kosova” e vagheggiando sogni di Grande Albania, appicca sempre nuovi focolari di tensione e sempre più ricorrenti ondate di violenza.

 

17 marzo: un tragico punto di svolta

Come quelle del 17 marzo 2004, esattamente nove anni fa, data simbolicamente collocata al centro di questa riflessione; una data che condiziona il contesto kosovaro odierno, retro-agisce la verifica degli standard di democrazia, primato della legge e rispetto dei diritti umani e detta modalità e limiti della stessa azione di mediazione nonviolenta; un 17 marzo, scaturito da un incidente e finito per trasformarsi, in una spirale di violenza, in una drammatica escalation di barbarie, a metà strada tra un pogrom generalizzato e una caccia alle streghe anti-serba (a sinistra uno scatto dagli eventi), che, propagatasi come un cancro dal ponte sull’Ibar che taglia – fisicamente e simbolicamente – la città di Mitrovica tra il Nord a maggioranza serba e il Sud a maggioranza albanese, si è poi rapidamente esteso a tutto il Kosovo, alle sue enclavi, ai suoi villaggi e alle sue città. Perfino cancellandone alcuni: Svinjare, pochi chilometri a Sud di Mitrovica, dove furono bruciate tutte e sole le 137 case appartenenti ai serbi, è ancora oggi un villaggio fantasma (ne parla un articolo del Corriere della Sera).

 

Nove anni dopo. Per non dimenticare

Gli scontri del 17 marzo 2004 si estesero dunque a tutte le enclavi e i villaggi serbi del Kosovo e durarono in realtà oltre tre giorni: un episodio di vera e propria pulizia etnica. Modalità, estensione e durata degli scontri lasciano facilmente intendere la matrice pianificata delle aggressioni. I sopravvissuti alla distruzione delle proprie case e dei propri beni, per non parlare del danno inflitto alle chiese e ai monumenti, difficilmente potranno dimenticare. È uno dei casi tipici che suffragano la famosa affermazione di Desmond Tutu, per la quale non c’è pace senza giustizia, e, allo stesso modo, non c’è giustizia senza verità. Le immagini di quella violenza sono ancora ben presenti alla memoria dei serbi del Kosovo, e sono un monito per tutti noi perché non si ripeta mai più niente di simile.

 

 

di Gianmarco Pisa (IPRI – Istituto Italiano di Ricerca per la Pace, Rete CCP – Corpi Civili di Pace)

Gianmarco Pisa

Osservatorio "La terra dell'inaccessibile". Un punto di vista alternativo, e di prima mano, su aspetti, vicende e contraddizioni dell’Europa del Sud-est, i Balcani appunto, per etimologia, “terra dell’inaccessibile”, eppure così vicini e determinanti anche per le storie di casa nostra e le vicende dell’integrazione e del senso stesso dell’Europa.
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