Kurdistan iracheno: elezioni ed attentato a sorpresa

Lorenzo Giroffi da Erbil (Iraq-Regione Autonoma del Kurdistan)

Sette anni dopo l’ultimo attentato, anche la città del Kurdistan iracheno che più si era eretta come simbolo del riscatto è tornata ad esplodere. Tre bombe, piazzate in due auto ed una in un’autoambulanza. Tutte piazzate dinanzi uno dei tanti presidi militari di Erbil, nel nord dell’Iraq. Il tutto avvenuto il giorno dopo la tornata elettorale che ha ridisegnato il Parlamento della regione autonoma dell’Iraq. Il Kurdistan iracheno si è confermato terra di conquista per l’eroe nazionale Massoud Barzani, che col suo KDP (Kurdistan Democratic Party) ha ottenuto 39 posti (aumentando il numero rispetto allo scorso mandato) in Parlamento, composto da 111 seggi.

Chi si è spartito la regione autonoma, dopo la seconda guerra del Golfo, con la benedizione dell’amministrazione statunitense, sono stati i due leader Barzani e Jalal Talabani, che con i loro KDP e PUK (Patriotic Union of Kurdistan) hanno occupato i posti di comando della regione, tra le più ricche dell’Iraq dal punto di vista dei pozzi petroliferi, finendo però per dimenticare le mire su Kirkuk e Mosul (le più pregne di petrolio), considerate dai curdi come parte del proprio territorio, ma fuori dalla giurisdizione della regione autonoma.

L’Iraq federale e la sua parte curda vivono un fermento politico fatto delle più classiche crepe d’alleanze, infatti il risultato favorevole a chi già deteneva la maggioranza è dovuto anche alla divisione che c’è stata all’interno del partito PUK, divenuto il terzo partito, di cui una parte si è scissa nel Gorran (Movement for Change). Quest’ultimo è una sorta di movimento anti-casta, che ha denunciato i due partiti che erano di maggioranza di fare affari a dispetto del popolo curdo. Il Gorran è divenuto il secondo partito, con la denuncia come base del consenso ed internet come veicolo dei propri messaggi.

L’attentato arriva dopo una notte di sbornia per i festeggiamenti dei sostenitori del KDP, che urlano come per i curdi sia possibile amministrare i propri territori. Il risveglio è stato però immediato. Un commando ha assaltato le forze di sicurezza e prima di far esplodere le bombe ha aperto uno scontro a fuoco, nel quale sono stati uccisi sei agenti, oltre che i sei attentatori. Più di sessanta i feriti tra i civili.

 

Il Parlamento di Erbil, ancora sonnecchiante per le elezioni ed in preparazione per le innumerevoli riunioni da fare per concordare nuove alleanze di governo, mi prospetta l’incontro con un parlamentare appartenente al partito vincitore di Barzani: Omar Sddik (nella foto). Lui ha appena chiuso il suo mandato e commenta l’attentato criticando tutti quelli che nell’area circostante appoggiano la lotta armata islamica. L’ex parlamentare non ha dubbi sui responsabili, che dice siano armati dai jihadisti di al-Qaeda, aggressivi perché spaventati dalle capacità di governo della regione autonoma, volendo così rompere i festeggiamenti dei curdi per marcare la propria presenza.

«Hanno il timore che il modello federale iracheno possa essere intrapreso anche da Siria e Turchia (il Kurdistan si estende appunto ad Iraq, Siria, Iran e Turchia, ndr)».

Omar Sddik del KDP mi parla degli impegni presi dal parlamento della regione autonoma curda nell’ambito dello sviluppo economico e di solidarietà verso tutto il popolo curdo, andata oltre i confini iracheni. L’affermazione è legata ai campi che accolgono i profughi siriani, per lo più curdi.

«Le istituzioni del Kurdistan iracheno sono arrivate prima dei campi Onu. Oltre che uno sforzo delle casse pubbliche, abbiamo chiesto a tutti i nostri cittadini di contribuire con aiuti fatti di gesti e materiali da fornire ai siriani che scappano dalla guerra civile».

Le sue parole scivolano poi sulla polemica mai doma con lo Stato centrale di Baghdad, che a suo dire non

rispetta gli accordi economici rispetto gli enormi possedimenti petroliferi che l’area dispone e che potrebbe arricchire molto di più i curdi. Secondo una legge stanziata dal nuovo Iraq post-Saddam la regione autonoma del Kurdistan dovrebbe percepire il 17% dei proventi dell’estrazione di oro nero, ma al momento la cifra concessa dal governo guidato dal primo ministro, Nouri Kamil Mohammed Hasan al-Maliki, è ferma al 13%.

«Il Governo centrale afferma che non possono dare tutto quello che ci spetta perché sul bilancio gravano spese inerenti ai servizi sanitari ed alla sicurezza, ma a noi non arriva nulla di tutto questo».

 

Il giorno post-elezioni mi reco anche nella sede del Kurdistan Democratic Solution Party (PCDK), partito politico che non è per nulla felice di come è gestita l’autonomia politica del Kurdistan iracheno e denuncia i partiti di maggioranza di essere divenuti il simbolo della cattiva politica, della corruzione e della prepotenza. Il PCDK già nel 2009 provò a concorrere alle elezioni regionali, ma non fu permessa l’iscrizione alle liste elettorali, perché, come denunciano i militanti, il KDP di Barzani è troppo dipendente dalle relazioni con la Turchia. L’equazione è risolta col fatto che il PCDK è sostenitore della lotta armata del PKK (partito dei lavoratori del Kurdistan in lotta contro il Governo turco, che ha visto sfumare il cessate il fuoco proclamato maggio scorso) e s’ispira in toto alla filosofia di Abdullah Öcalan. Questa volta è stata resa possibile la loro iscrizione alle liste elettorali, ma i risultati, insufficienti per sedere il parlamento, non convincono i presenti in sede. A loro dire le preferenze che hanno ottenuto sono state boicottate dal partito di maggioranza. Per tutto ciò chiederanno il riconteggio dei voti.

Il leader del PCDK, Diyar Garib, è ben felice di vivere in una regione autonoma, gestita dai curdi, ma critica aspramente i metodi politichesi adoperati da KDP e PUK, sicuro del fatto che anche Gorran sarà pronto a seguire i privilegi della classe politica lontana dal proprio popolo. Il sogno del popolo curdo unito nei vari Stati in cui risiede, con possibili autonomie, resta intatto, ma la concretezza dei problemi in Siria e Turchia anche da queste parti fa allontanare ulteriormente il desiderio, alimentando lo spettro degli interessi particolari, come in Iraq, sulla causa generale. La difesa del popolo curdo è però sempre nelle priorità anche del PCDK, che si sente di solidarizzare con gli agenti che hanno perso la vita nell’attentato. Anche qui individuano nell’Islamic State of Iraq and Sham, cellula di lotta armata islamica presente in Iraq e Siria, composta da sunniti salafiti in opposizione agli sciiti, come i responsabili dell’attentato. Gesto avvenuto ad Erbil dopo sette anni di pausa dall’odore di sangue mischiato alla polvere delle micce di esplosivo.

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