La Bosnia ed una «primavera» eternamente incompiuta

La stampa, soprattutto internazionale, già parla di una vera e propria “primavera bosniaca”, ed è certamente assai significativo il fatto che, giunta fin dentro i confini europei, la mobilitazione popolare e giovanile che da alcuni anni a questa parte sta scuotendo il Mediterraneo, sia adesso, proprio in questo anno simbolico e cruciale del 2014, giunta sino in Bosnia Erzegovina e a Sarajevo.

È certo difficile rappresentare questa mobilitazione all’insegna dei tratti indistinti di una specie di “primavera”: troppo diversi, alle diverse latitudini e nei diversi momenti della sua articolazione, gli attori e le ragioni di tali movimenti, e troppo variegata la gamma dei bisogni e degli interessi che vi si vengono rappresentando, per poter attribuire a tale “insorgenza” alcun profilo univoco o unitario.

Pensiamo solo ai più clamorosi tra i venti di protesta che stanno battendo or l’una or l’altra tra le capitali europee: la rivolta di piazza a Kiev, in Ucraina, lacera un Paese già diviso e, spesso fomentata dall’esterno da forze euro-atlantiche, in primo luogo la Germania e la Polonia, vede perfino tra i suoi membri, in una posizione di primo piano, forze che esprimono la più cupa destra conservatrice, nazionalista e, in alcuni casi, neo-fascista, dichiaratamente razzista ed antisemita.

 

Molto diverso ciò che invece sta accadendo nel corso delle ultime settimane in Bosnia. Dal 5 Febbraio, alcune migliaia di manifestanti sono scesi in piazza a Tuzla, per protestare per migliori condizioni di vita e di reddito, per il lavoro e contro la disoccupazione. Com’è stato giustamente fatto notare, in un Paese tra i più poveri dell’intera regione, alle prese con il rompicapo burocratico di un’amministrazione a base etnica ed assai poco funzionale ed in cui la situazione economico-sociale è, a dir poco, esplosiva, la mobilitazione può innescare una vera e propria ondata di rivolta. Non a caso la protesta si è presto diffusa a macchia di leopardo a Sarajevo, Zenica, Bihac e Prijedor.

Forse è sbagliato sorprendersi di questa parte di “primavera” in terra di Bosnia. Da tempo, l’amministrazione non è più “funzionale”, il crisma etnico sancito a Dayton si sta rivelando sempre più foriero di contraddizioni, la pletorica organizzazione federale su base etnica e la complessa ripartizione delle competenze tra la federazione croata e musulmana, da una parte, e la Repubblica Serba, dall’altra, se per un verso rendono spesso la vita quotidiana un autentico rompicapo, per altro alimentano spinte segregative e rivendicative, secessioniste e indipendentiste, da un lato e dall’altro.

Anche la bebolucija della scorsa primavera aveva rappresentato plasticamente questo malessere sociale diffuso, quando, dopo un provvedimento di legge del governo in merito alla identificazione dei cittadini attraverso un numero di riconoscimento personale, provvedimento decaduto dopo un intervento della Corte Costituzionale, i cittadini erano già, a più riprese, scesi in strada, contro una burocrazia che, di fatto, impediva ai bambini nati in quella specie di “interregno legislativo” di avere un numero di identità e quindi di essere registrati all’anagrafe e di accedere ai servizi di base.

Questa volta,  radunati sull’onda di una “chiamata” alla mobilitazione attraverso il gruppo facebook 50.000 cittadini in strada per un futuro migliore, i manifestanti promettono di non sgomberare, decisi a proseguire ad oltranza in tutto il Paese, per il lavoro, il salario, e contro la disoccupazione.

È difficile prevedere se questa mobilitazione, dopo quella, di fatto fallita, del 2013, avrà un respiro più lungo ed una capacità di trascinamento più ampia. Fatto sta che, in anno cruciale e simbolico come il 2014, alla vigilia di un “Evento di Pace” in occasione del centenario della Grande Guerra (Sarajevo 2014) che già minaccia di alimentare polemiche e lacerazioni tra bosniaci musulmani e serbi bosniaci, il Paese si trova, per l’ennesima volta, di fronte a sé stesso, come su un precipizio.

Gianmarco Pisa

Osservatorio "La terra dell'inaccessibile". Un punto di vista alternativo, e di prima mano, su aspetti, vicende e contraddizioni dell’Europa del Sud-est, i Balcani appunto, per etimologia, “terra dell’inaccessibile”, eppure così vicini e determinanti anche per le storie di casa nostra e le vicende dell’integrazione e del senso stesso dell’Europa.
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