La Cia e la Nato ringraziano l’Italia, “per grazia ricevuta”

Napolitano ha concesso tre giorni fa la grazia al colonnello statunitense Joseph L. Romano III, condannato per il sequestro Abu Omar. Il gesto è stato accettato con nonchalance, ma costituisce un grave avallo a palesi violazioni dei diritti umani. Che a quanto pare, per l’Italia, valgono meno dell’«amicizia» con gli Usa.

Romano (che ha ricevuto la “grazia” come Benedetto nel film di Nino Manfredi, vedi foto) attualmente in servizio presso il Pentagono, era stato condannato dai giudici italiani a sette anni di reclusione, pena confermata fino all’ultimo grado di giudizio, la Corte di Cassazione,  il 19 settembre 2012, per aver facilitato il sequestro illegale da parte della Cia di Abu Omar. Imam egiziano di una moschea di Milano come tanti sospettato di terrorismo, Abu Omar (il nome con cui era conosciuto Hassan Mustafa Osama Nasr) fu nel febbraio 2003 abusivamente rapito, portato nella base Nato friulana di Aviano e successivamente condotto in aereo prima in Germania e poi in Egitto, dove ha raccontato di aver subito torture all’interno di un carcere, con il beneplacito dell’ex raìs Hosni Mubarak. La responsabilità del colonnello Usa, al tempo capo della sicurezza ad Aviano, secondo la sentenza della magistratura italiana è consistita nell’acconsentire all’ingresso nella base degli agenti segreti della Cia, i sequestratori, insieme al sequestrato Abu Omar, di fatto agevolando l’operazione di extraordinary rendition dell’intelligence.

Una pratica, questa, divenuta una vera e propria routine dal 2001 (ma già in precedenza utilizzata in alcuni casi, come durante l’amministrazione Clinton) con l’abilissima giustificazione della “lotta al terrorismo” di George W. Bush a seguito degli attentati dell’11 settembre. Ma anche una pratica per la quale la Central Intelligence Agency americana è stata condannata dalla Corte Europea dei Diritti Umani in una sentenza storica lo scorso 15 dicembre 2012 (siamo stati tra i pochi a parlarne in questo articolo) relativamente al caso Al-Masri in Macedonia, per i pesantissimi reati di «sparizione forzata, detenzione illegale, estradizione straordinaria extragiudiziale e trattamento inumano e degradante».

In barba a tale giurisprudenza sovranazionale e alle diverse norme presenti in ambito internazionale (riconosciute invece dai giudici di Milano, che si sono espressi negativamente rispetto alla richiesta di grazia) il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non ha trovato nulla di meglio da fare, peraltro in un periodo di rilevante crisi economica, politica e istituzionale dell’Italia, che chiudere in bellezza il settennato con questo atto ufficiale di palese sottomissione alle volontà di Washington. Che vive da ormai dieci anni non pochi imbarazzi per il coinvolgimento di un suo alto ufficiale dell’esercito nella vicenda (l’unico militare tra 22 agenti segreti della Cia e 2 del Sismi italiano).

Nel comunicato stampa il Quirinale fa sapere che la decisione è stata presa «tenuto conto del fatto che il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, subito dopo la sua elezione, ha posto fine a un approccio alle sfide della sicurezza nazionale, legato ad un preciso e tragico momento storico e concretatosi in pratiche ritenute dall’Italia e dalla Unione Europea non compatibili con i principi fondamentali di uno Stato di diritto» e che il presidente Napolitano «ha inteso dare soluzione a una vicenda considerata dagli Stati Uniti senza precedenti per l’aspetto della condanna di un militare statunitense della NATO per fatti commessi sul territorio italiano, ritenuti legittimi in base ai provvedimenti adottati dopo gli attentati alle Torri Gemelle di New York dall’allora Presidente e dal Congresso americani. L’esercizio del potere di clemenza – prosegue il comunicatoha così ovviato a una situazione di evidente delicatezza sotto il profilo delle relazioni bilaterali con un Paese amico, con il quale intercorrono rapporti di alleanza e dunque di stretta cooperazione in funzione dei comuni obiettivi di promozione della democrazia e di tutela della sicurezza».

Apprendiamo poi dallo stesso documento che il d.P.R. (decreto del Presidente della Repubblica, ndr) 11 marzo 2013, n. 27 ha recentemente consentito al Ministero di Grazia e Giustizia di rinunciare alla giurisdizione italiana sui reati commessi da militari NATO in ogni stato e grado del giudizio.

Le tre motivazioni ci sembrano tutte inopportune, infondate e scandalose.

Innanzitutto va ancora dimostrato l’abbandono da parte di Obama di una politica di sicurezza aggressiva (si pensi alle truppe ancora presenti in Afghanistan e Iraq e in altre parti del mondo, nonché alle condizioni dei detenuti a Guantanamo etc.), e quindi tale gesto rappresenta ancora una volta un agire sulla fiducia, come per il premio Nobel “preventivo” per la Pace assegnato a Barack Obama prima che muovesse un dito in direzione contraria alle politiche di guerra statunitensi.

In secondo luogo, motivi di interesse strategico come il consolidamento dei rapporti Usa-Italia, ammantati della missione di “promozione della democrazia e della sicurezza”, hanno totalmente oscurato che il condannato ha collaborato ad atti totalmente contrari alla dignità umana come la tortura, il sequestro e la detenzione illegale (che tra l’altro ancora fatica a trovar posto tra i reati del codice penale italiano), nonché della stessa sovranità nazionale dell’Italia tanto sbandierata (gli agenti segreti, così come Romano, hanno contravvenuto alle leggi italiane, in territorio italiano).

Inoltre, il nuovo decreto emanato dallo stesso presidente della Repubblica a marzo (che sembra, soprattutto in virtù della vicinanza temporale, alquanto pretestuoso e creato ad hoc) rappresenta l’ennesima manifestazione di asservimento dell’Italia alla bandiera a stelle e strisce (non bastassero le basi Nato, i legami Italia-Usa dal dopoguerra, gli aerei da guerra F35 che ci fanno acquistare, sottomarini a propulsione nucleare etc.).

Infine, prove delle pressioni esercitate dagli Usa sullo Stato italiano (che, in scadenza di settennato, lascia al suo successore la patata bollente della richiesta di grazia pendente anche per gli agenti Cia coinvolti nel caso) per farla passare liscia al colonnello Romano sono state rintracciate dal settimanale tedesco Der Spiegel (rispetto al governo Berlusconi nel 2010) e da Il Fatto Quotidiano (relativamente alla recente visita di Obama a Napolitano).

 

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