La città con un futuro da ricostruire

Pare che in Italia ci sia un luogo in cui i diritti dell’uomo, posti alla base di una società che possa definirsi “civile”, sembrano al contrario calpestabili e sottoposti a continua minaccia.

E’ciò che accade nella città di Taranto nella quale è in atto un’emergenza sanitaria e ambientale comprovata e corroborata da analisi e dati scientifici elaborati da alcuni dei più eminenti esperti del settore a livello italiano ed europeo.

L’origine del male risiede nelle scelte scellerate e incoscienti effettuate dai governi nazionali di concerto con le istituzioni locali degli anni ’60 che diedero il via e il benestare alla creazione di un cocktail micidiale di industrie pesanti sul territorio jonico come il siderurgico, cementifici e raffinerie, spinti e accecati dall’idea di promuovere a tutti i costi un benessere economico e dal bisogno di raggiungere una crescita dell’economia territoriale che nei fatti si registrò negli anni a seguire.

Il benessere economico di cui parliamo ha funto per moltissimi anni da paciere per tutti i cittadini che nel tempo si sono convinti che il futuro del territorio fosse la grande industria, convinzione che nei giorni nostri si sta sbriciolando nella mente del popolo tarantino come un crackers stretto nel pugno di una mano.

La monocultura del siderurgico (e più in generale delle grandi industrie stabilitesi in loco) che si è andata instaurandosi nel tempo, ha provocato l’appiattimento delle ambizioni dei tarantini che ai tempi del boom economico si sono accontentati di divenire semplicemente la manovalanza per il profitto altrui lasciando quindi inesaudite e impraticate le proprie possibilità di creare lavoro e ricchezza (da qui la quasi inesistenza di un tessuto economico della città indipendente fondato su settori alternativi).

All’attenzione posta allo sviluppo del settore industriale e all’incremento dei fatturati e della produzione però non è andata di pari passo la cura e l’esigenza di garantire ai cittadini un ambiente vivibile e realizzare così il tanto discusso “sviluppo sostenibile”.

Per anni, così come accade oggi, l’unico interesse della grande industria è stato quello di generare profitto abbattendo i costi, ed è sconcertante come talune aziende considerino gli investimenti necessari per l’abbattimento di emissioni inquinanti e dalla messa in sicurezza dei propri impianti come costi suscettibili di abbattimento. E non c’è nessuna campagna pubblicitaria che tenga, nessuna promessa da marinaio, nei cieli di Taranto viene sprigionato più del 90% delle diossine emesse in Europa e sostanze inquinanti come pcb, benzo(a)pirene e policiclici aromatici (ipa) dannosi per la salute dell’uomo e degli esseri viventi in genere.

Senza dubbio, l’agglomerato industriale che presenta più problemi e incompatibilità con la salute dei cittadini è l’ILVA. Basta camminare per le strade del rione Tamburi (a pochi passi dal più grande siderurgico d’Europa) per rendersi conto che l’aria è malsana e abbassando la testa si nota subito una polverina rossa stratificata sul manto stradale proveniente dagli altiforni, dalle cookerie e dai parchi minerali che sono all’aperto e quindi sottoposti all’intemperie dei venti e degli agenti atmosferici. Il cielo tarantino, specialmente nelle ore notturne, è intriso di fumi e odori nauseabondi che tingono il cielo di un colore rosso rame.

Basta poco per rendersi conto e convincersi che il “mostro ILVA” non potrà mai essere ecocompatibile in quanto è troppo esteso e troppo vicino alla città (pensate che il rione Tamburi e l’ILVA sono divisi solo da delle collinette artificiali che presentano oramai una vegetazione rinsecchita di colore rossiccio).

La vicinanza di tale industria al centro abitato è senza dubbio la causa dell’incremento smisurato delle malattie tumorali, delle malattie cardiovascolari e delle malattie respiratorie specie nei bambini (ogni famiglia tarantina annovera almeno una persona deceduta straziata in giovane età dal cancro).

La situazione ambientale è così peggiorata che la Magistratura ha deciso di promuovere un’azione giudiziaria volta all’accertamento delle responsabilità in capo ai vertici ILVA e disposto con fermezza il sequestro degli impianti inquinanti (in realtà mai divenuto esecutivo) tanto che si teme la chiusura dello stabilimento.

L’ILVA, che non ha mai effettivamente presentato un progetto di risanamento ambientale e degli impianti (o se lo ha fatto ha creduto di farlo con pochi spiccioli), punta sul ricatto occupazionale dei suoi operai tanto che, per creare pressioni alla Magistratura, abbiamo assistito a scioperi di operai trattati alla stregua dei burattini con l’azienda che sovvenziona e incentiva lo sciopero distribuendo kit gratuitamente di trombette e fischietti, pagando comunque la giornata di lavoro all’operaio scioperante.

Quello che mi lascia esterrefatto è notare come i tg nazionali (ad esclusione di pochissime testate) e la stampa, tentino di minimizzare il problema concentrando la questione esclusivamente sul mantenimento dei posti di lavoro. Il popolo tarantino non è più disposto a barattare un posto di lavoro con la salute e vuole chiarezza sui programmi che il Governo e la dirigenza ILVA intendono adottare per il risanamento dell’ambiente e di conseguenza il mantenimento dei posti di lavoro. Dunque il diritto al lavoro, ma anche alla salute, innanzitutto.

In molti nella città bimare, me compreso, cominciano a pensare e forse a sognare una città post-industriale: ciò sarebbe realizzabile, come è accaduto in Germania nell’area della Ruhr, in Francia a Brest, negli Stati Uniti con Pittsburgh e tanti altri esempi, solo con l’ausilio dei governi locali e nazionali che dovrebbero incentivare economie parallele calamitando investimenti sul territorio dato che Taranto ha potenzialità indiscusse ed enormi.

Dobbiamo lottare per una Taranto migliore, le coscienze dei tarantini sono oramai smosse… il futuro della nostra amata città è ancora da scrivere…

di Cosimo La Gioia

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