La Colombia in lotta contro il potere centrale

Anche la scorsa settimana, come già a fine maggio Papa Francesco ha ricordato al mondo come la realtà si veda più facilmente dalle periferie rispetto che dal centro. Sembrerebbe un’ovvietà visti gli ultimi tumulti che rimbalzano dal parco Gezi di Istanbul a piazza Tahrir a Il Cairo, fino a lambire il Brasile e le sue proteste intorno agli sprechi del mondo calcistico, con la eco profonda della Confederation Cup.

Per la prima volta abbiamo assistito non a delle sassaiole tra tifosi, anzi, eppure molti media hanno descritto i particolari con estrema semplicità definendo da una parte i “disordini”, stigmatizzando le “cariche della polizia contro i violenti”, in un’ideologia di scontri appunto tra sostenitori di opposte fazioni.

Senza entrare nel dettaglio, vorrei allargare gli orizzonti delle proteste anche alla Colombia, citando un articolo del quotidiano Semana; qui si parla di persone in lotta contro il potere centrale:

“Viviamo guardandoci l’ombelico. I problemi sono solo problemi se arrivano a Bogotà. Qualsiasi soluzione intelligente per una crisi deve passare attraverso Bogotà. Non bisogna negoziare con gli agricoltori nella loro patria, invitarli “da persone civili”, e a calmarsi un po’ a Bogotà. Credo che nulla è veramente importante se non avviene in questo centro di potere caotico ma indispensabile chiamato Bogotà. Quanto siamo lontani da quello che merita sicuramente la nostra attenzione! Sapete, per esempio, che a Pereira, un solo uomo, che si chiama Alvaro Lopez, è in grado di bloccare l’integrazione del sistema di trasporto di massa, mentre, in qualità di titolare del Deportivo Pereira, illude i cittadini con il calcio? Sapevate che nessuno fa niente per fermarlo e che la gente di Pereira è stanca di chiedere l’intervento del governo nazionale? Avete sentito che a Santander, il governatore ha distribuito contratti pubblicitari milionari a piccole imprese di comunicazione inesperte come denuncia coraggiosamente un giovane di nome Manolo Azuero?

Quanto ancora resisteranno i “paperos”[operai della cartiera] di Boyacá, gli indigeni in Nariño e Cauca e i coltivatori di caffè a Risaralda, Caldas e Quindio San Andrés, i pescatori e gli agricoltori di Catatumbo nel Nord de Santander, con un governo che promette solo sussidi (finché il libretto degli assegni lo permette), ma evita di impegnarsi per finanziare soluzioni? La risposta è la Colombia? No. La risposta è Bogotà. Questo è quello che pensano goffamente i nostri dirigenti, gli imprenditori e i media, imbevuti in questo centralismo che ci fotte. Chissà, un giorno potremmo pensare a questo paese come a un insieme di periferie?”

di Filippo Cambise

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