La fatica prima del lavoro in Israele

Andrea Leoni

Per passare dall’altra parte del confine, per arrivare a Gerusalemme un enorme numero di controlli del check point limita l’accesso a tutti. Palestinesi specialmente. Per chi, come molti, devono proporsi per lavorare al caporale la sveglia suona prima.

Sono appena le cinque di mattina, dalle moschee è appena terminata la preghiera del mattino, il sole deve ancora sorgere e già una lunghissima fila che si allunga sempre di più affolla l’entrata dell’appena aperto check point. Sono i lavoratori palestinesi che si recano in Israele con la speranza di andare a trovare lavoro per la giornata. Dove vadano non si sà, una volta superato l’ostacolo del check point, ci sono i pullman che li porteranno in altre destinazioni: chi dice che vadano a Gerusalemme, non pochi sono quelli che sostengono come siano in molti a doversi recare, per fame, a lavorare nelle colonie israeliane: costruirsi la gabbia con le proprie mani.

La situazione lavorativa in Palestina è a dir poco in emergenza, cosicché le istituzioni tengono sotto scacco i cittadini palestinesi: l’Autorità Nazionale Palestinese offre molto di quel lavoro al di fuori di ogni necessità. Ci sono impiegati ovunque, anche se la paga arriva molto in ritardo. Il malcontento così cresce solo per i ritardi delle paghe ed è facile tenere ciò sotto controllo: arriva Obama e arriva pure la paga a casa. Difficile quindi ribellarsi all’Autorità Nazionale Palestinese, dà lavoro. Poi c’è Israele che è una ricca fonte di lavoro: ma che tipo di lavoro. E non in ultimo le ONG con tutti i loro mille progetti di non violenza forzata, che appunto limitano la libertà di azione dei palestinesi: un tranquillante.

La lunghissima fila per l’accesso sembra composta, un breve passaggio a delle bancarelle illuminate da una lampadina per prendere il cibo della giornata: perlopiù solo pane arabo o al massimo un ristoro con una tazzina di caffè o di thè. L’apparenza però viene subito smentita quando la calca monta sempre di più e varie sono le spinte che ti schiacciano, impossibili da reggere per un claustrofobico: sono praticamente la prassi. Passate le prime centinaia di metri vedendosi oltrepassare da qualche giovane che scavalca, si devono oltrepassare tornelli ed un primo controllo del passaporto. Dopodiché un altro percorso, reso più scorrevole dai tornelli, in cui in molti corrono mentre altri si fermano per pregare. 

Poi i controlli stile aeroporto: si passa sotto il metal detector mentre tutte gli oggetti metallici vengono controllati dai soldati, solitamente sono solo le scarpe da lavoro. Ancora una volta il controllo del passaporto: stavolta i palestinesi devono mettere il dito sopra una specie di rilevatore meccanico.

In tutto questo ci sono i soliti arroganti e solitamente adolescenti militari, che, con il fucile al collo possono permettersi qualsiasi controllo specifico, rallentamento o provocazione simile. Sono soliti commentare in israeliano tra di loro quando un palestinese non passa un controllo e indicare da un microfono dentro una gabbia cosa il lavoratore di turno debba fare o debba non fare. Un’umiliazione finale che ancora in molti devono reggere fisicamente anche se sul volto è chiara la loro rassegnazione. Al di fuori, si accendono dei piccoli falò per riscaldarsi in attesa di andare a lavoro, poi, spalle ad Israele e si prega.

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