La guerra ad al-Shabaab dopo il Westgate

Si sono susseguite, nei giorni scorsi, vari lanci di agenzia dalla Somalia sui numerosi attacchi, congiunti, che i miliziani di al-Shabaab, legati al gruppo islamista al-Qaeda, hanno subito nel territorio somalo e non solo: dopo che gli stessi hanno alzato il tiro (prendendo di mira il Westgate) ora le potenze occidentali stanno cercando di metter mano, nella stessa maniera di prima, ad una guerra a variabile intensità che perdura da molto tempo.

Numerose sono le riflessioni che si sono susseguite dopo l’attacco al centro commerciale di Nairobi (dove ci sono state più di sessanta vittime), in Kenya, rivendicato dai miliziani di al-Shabaab. Sicuramente si è evidenziato come la crisi che vive il Corno d’Africa non si sia risolta con la liberazione della capitale della Somalia, Mogadiscio, avvenuta due anni fa ad opera dei caschi verdi dell’Unione Africana, che operano nelle regioni della Repubblica Federale Somala. Ma soprattutto, il cambiamento di strategia adottata dagli stessi miliziani: si è andati a colpire un altro stato confinante e molto impegnato nella guerra in Somalia con la presenza di truppe (peraltro che non fanno proprio parte del contingente della missione dell’Unione Africana, AMISOM). Il Kenya è strategicamente molto rilevante, sia per esser confinante ma anche per esser rifugio di molti somali (tante volte non graditi, come testimoniano scontri e rivolte nei quartieri a maggioranza somala a Nairobi), nel conflitto, che già dall’anno scorso, dopo che i militanti di al-Shabaab si sono ritirati nel sud, ha qualche volta oltrepassato il confine (qualche scontro a fuoco, qualche successivo spostamento di eserciti, ma niente di più).

Dall’altra parte i paesi che dicono di contrastare i militanti di al-Shabaab hanno mosso qualche iniziativa eclatante, tant’è che anche oggi si legge nelle maggiori agenzie internazionali di un nuovo attacco contro un leader del movimento islamista. Un esponente di spicco della milizia somala, infatti, è rimasto ucciso in un bombardamento di un drone americano secondo quanto ha riferito il ministro dell’Interno somalo Abdikarin Hussein Guled, chi sarebbe rimasto assassinato sarebbe conosciuto con il nome di Anta-Anta, Ibrahim Ali Abdi. Emblematico, anche in questa operazione, come l’operazione sia stata guidata dagli Stati Uniti (come si rende noto ora in varie agenzie che citano fonti ufficiali di Washington). Stati Uniti che erano tornati attivi nel territorio somalo proprio ultimamente con un attacco (contemporaneamente ne era stato mosso uno, molto criticato, in Libia, tanto per capire anche la somiglianza tra la situazione dei due stati) in un villaggio sulla costa somala di Baraawe (lo stesso luogo dell’operazione di oggi, svoltasi appunto tra il villaggio in questione e quello di  Jilib) dove le forze speciali hanno cercato invano un comandante di al-Shabaab nella sua residenza.

L’agilità e la velocità dell’azione sono la testimonianza di come sia massiccia ancora la presenza nel territorio di basi statunitensi: “piste di atterraggio, basi per droni o truppe speciali esistono a Manda Bay (Kenya), Entebbe (Uganda), Nzara (Sud Sudan), Arba Minch (Etiopia), Camp Lemonnier (Gibuti), Victoria (Seychelles). Nell’Oceano Indiano è stanziata almeno una trentina di navi da guerra americane, molte di queste di classe Lewis e Clark, spesso usate come Afloat Forward Staging Bases: rampe di lancio per commando come quello che sabato ha fatto incursione in Somalia, ospedali di primo soccorso e siti di detenzione degli obiettivi. Senza contare i mercenari e le spie gestite dalla Cia operanti a Mogadiscio” come riporta la rivista di geopolitica Limes.

La folta presenza degli Stati Uniti e questi raid sembrano però non esser la soluzione al conflitto. In un primo momento per debellare il movimento legato ad al-Qaeda si è costituito il contingente dell’AMISOM: forze africane che insieme combattono dal 2007 in Somalia, ma con tutte le difficoltà del caso (provenendo da stati diversi i contingenti hanno avuto notevoli problematiche) che hanno combattuto solo militarmente il nemico, attirando talvolta (soprattutto nelle zone rurali) l’ostilità della popolazione in quanto venivano visti come invasori e ciò è accaduto soprattutto ai contingenti del Kenya.

Come scrive Matteo Guglielmo sempre su Limes: “per cercare di mettere ordine nel caotico operato delle agenzie di aiuto internazionale per la ricostruzione e impostare una strategia coordinata di sviluppo in Somalia, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, attraverso la risoluzione 2102/2013, ha approvato il dispiegamento della missione Unsom (United Nations Assistance Mission in Somalia). Unsom ha ufficialmente sostituito Unpos (United Nation Political Office in Somalia), il cui mandato era nella sostanza cessato con la fine della transizione politica, culminata nell’agosto del 2012 con la nomina di un nuovo parlamento federale e l’elezione, da parte di quest’ultimo, del presidente Hassan Sheikh Mohamud. Forse è ancora presto per giudicare il lavoro della nuova missione Onu guidata dal britannico Nicholas Key. Fino a quando non saranno ripristinate le condizioni per un pieno ritorno delle agenzie dell’Onu in Somalia, sul cui potenziale impatto economico e sociale – oltre che politico – ancora si dibatte, i margini di manovra sembrano molto ristretti”.

Opzioni militari che hanno solo scalfito quindi il movimento islamista, che, nonostante abbia subito numerose sconfitte da un punto di vista militare e un relativo riassetto organizzativo ha avuto la possibilità di rilanciare attacchi mortali e non solo a Mogadiscio appunto. Droni che l’amministrazione Obama ha utilizzato come nuovo metodo di lotta al “terrorismo” non solo in Somalia (vi consigliamo la lettura di una lettera inviata dal Pakistan al New York Timesil drone che uccise mio nipote“) ma che sono solo il segno di una violazione della sovranità di un altro stato. Modi di vedere il conflitto ideologici, come ci spiegava Matteo Guglielmo qui: “il rifiuto di riconoscere gli attori internazionali non c’è solo da parte di Al-Shabaab ma anche da parte della Comunità Internazionale che rifiutano di dialogare con queste realtà. Sono ben diverse dai gruppi militari o paramilitari che conosciamo però gruppi con cui volendo si può dialogare e tutto questo non c’è e tutto questo rende le cose molto più difficili: perché se non c’è una soluzione politica in Somalia ci sarà solo una calma apparente, ma mai una stabilizzazione effettiva con radici solide”.

Qui, un bel reportage fotografico realizzato per il Time dal fotografo Dominic Nahr sulla Somalia nel periodo di transizione.

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