La guerra in Siria: facciamo il punto con Gabriele Del Grande

Andrea Leoni

Dalla Siria arrivano sempre bollettini di guerra a dir poco spaventosi, le ultime news (confuse) dicono che forse Assad abbia utilizzato armi chimiche. In tutto questo clima di caos, le riletture italiane del conflitto di certo non aiutano a fare chiarezza: chi prende posizione da una parte, chi dall’altra e chi fa l’intellettuale da una comoda scrivania.

Per capire un po’ meglio tutte le dinamiche che sono in gioco, abbiamo chiesto ad un autorevole giornalista (che c’è stato) di spiegarci il conflitto. Lui si chiama Gabriele Del Grande, è uno che di cose ne ha fatte pure troppe (tra le quali questo bel blog) e che, come molti giornalisti italiani, per pubblicare si è dovuto rivolgere all’estero: succede così che il suo “Inside Aleppo: Why a Pacifist Teacher Keeps Going to School” finisce nientepopodimeno che sul Time. Gabriele, come ci racconta, è stato due volte in Siria:

“due settimane entrambe le volte, nelle zone di Aleppo e Idlib: entrando dal nord, dalla Turchia. Due volte sono entrato regolarmente, altre in maniera clandestina, comunque sia in zone controllate dall’Esercito Libero. Buona parte delle campagne del nord è in mano alle forze dell’Esercito Libero: metà della città di Aleppo e quasi tutta la sua provincia, le provincie di Idlib, Raqqa, le zone dei curdi che sono sotto controllo di fazioni legate al Pkk. Si combatte in tutte le grandi città: Homs, Hama, compresa anche Damasco e che in realtà negli ultimi due mesi è teatro dei più forti scontri che ultimamente ci sono in Siria”.

Ma qual è ora la situazione di questa Siria?

Il contesto è quello di un Paese dove due anni fa è iniziato tutto, da una protesta di piazza, trasversale, quindi che vedeva in piazza anche le minoranze: tutti insieme contro il regime. Inizialmente per chiedere delle riforme, ma dopo i primi morti a Daraa, Damasco e nelle altre città, come ad Homs, uccisi dagli spari della polizia nelle manifestazioni, si è iniziato a chiedere la caduta del regime. Da lì nell’estate del 2011 sono passati alla lotta armata con un gruppo di ufficiali disertori dell’Esercito Siriano, che hanno messo su, insieme all’aiuto di alcune potenze della regione, questo “Esercito Libero” costituito da ragazzi, volontari di 19 anni per liberare il Paese.

Ci sono interessi internazionali che sono entrati in Siria, cioè non c’è più questa dimensione di una guerra di liberazione, di un popolo contro un regime. Chiaramente ci sono interessi da fuori in entrambe le fazioni: da un lato c’è il Qatar, l’Arabia Saudita e la Turchia che sta appoggiando l’Esercito Libero a sua volta sostenuta da Stati Uniti, Francia e Inghilterra che si sono mossi per l’idea di far fuori il nemico perché Bashar al-Assad è considerato un nemico, una potenza nemica in quella regione lì. E ciò, per indebolire l’asse tra gli Hezbollah, la Siria e l’Iran e per mettervi un governo amico, in particolare un governo dei Fratelli Musulmani: questa è la logica schietta che però in questo momento sostiene la volontà popolare di cambiamento. Dall’altra parte c’è un regime forte dell’appoggio della Russia e dell’Iran, che a loro volta si sono mobilitati contro gli Stati Uniti da un lato e contro il Qatar e l’Arabia Saudita dall’altro. All’interno di questo gioco di interessi internazionali si sta consumando il dramma all’interno della Siria, per i siriani perché poi sono loro le vittime di una guerra. Guerra che non tutta l’opposizione ha appoggiato: ancora oggi ci sono molti siriani che sono contro questo regime, ma anche contro questa guerra. Hanno paura che questa Rivoluzione sia un po’ sequestrata e sporcata da tutti questi interessi internazionali e in particolare da un aumento del discorso radicale, estremista, visibile soprattutto da alcune forze dell’Esercito Libero.

Abbiamo parlato di altri Stati, difficile non parlare del confinante Israele, che ultimamente ha mobilitato l’esercito nel Golan. Quali sono le mosse di Israele?

Israele sta soltanto alzando la guardia, c’è la zona del Golan occupato e c’è la paura da parte di Israele che il conflitto possa varcare il confine. Anche perché, anche se per il 95 per cento i combattenti dell’Esercito Libero sono siriani interessati soltanto a far cadere la dittatura, c’è anche un 5 per cento di combattenti stranieri che sono arrivati in Siria da altri Paesi: dalla Libia, dalla Cecenia, dalla Tunisia, dall’Iraq, ci sono anche formazioni che sono vicine ad al-Qaeda. Queste non hanno appunto interesse soltanto a far cadere Bashar (Assad, ndr), ma probabilmente hanno le armi giuste anche per continuare un’altra guerra: liberare il Golan per esempio. Questo è il motivo per cui Israele ha paura, è il motivo per cui Israele sta facendo pressioni, sugli americani in particolare, affinché non vengano mandate in Siria armi troppo pesanti. Perché le armi pesanti rischierebbero di finire nelle mani sbagliate, in mano a formazioni appunto estremiste che potrebbero tranquillamente continuare la guerra sulla via per Tel Aviv.

E quindi da chi è composto questo Esercito Libero Siriano? 

I vertici sono ex ufficiali dell’Esercito Siriano che hanno disertato e son passati dall’altra parte, a livello di base sono siriani per la stragrande maggioranza, sono quasi tutti arabi sunniti, c’è qualche altra componente come quella curda. Si stimano siano 60-70 mila i combattenti, poi ovviamente anche su questo i numeri sono molto indicativi, per la maggior parte sono gente comune, molto spesso dalle campagne, sia operai, contadini ma anche gente dell’università: ho conosciuto studenti e anche molti attivisti. Tanti di quelli che incontri con le armi, ti raccontano come un anno prima erano in piazza a fare le manifestazioni. È stata una scelta quasi obbligata nei racconti di tanti di loro che ti dicono “non potevamo continuare a farci sparare addosso e a raccogliere i morti per strada”. Anche se poi ovviamente, a livello politico, la scelta di armarsi è stata dettata dall’appoggio esterno. Appoggio esterno sul quale ci sarebbe da ridire: è vero che sono arrivate molte armi da fuori, soprattutto grazie ai Paesi prima menzionati (il Qatar, la Turchia e l’Arabia Saudita); è vero anche che in Giordania c’è una base di addestramento per alcuni dell’Esercito Libero ma poi, una volta che sei dentro, ti rendi conto della scarsità delle armi che hanno in dotazione e della scarsità del sostegno: ho conosciuto molta gente che ha dovuto comprarsi di tasca propria le armi e i proiettili. Ultimamente, negli ultimi quattro mesi, hanno cambiato strategia preferendo alla guerriglia urbana l’attacco di caserme di modo che, nei depositi delle stesse, si possa fare razzia delle armi e delle munizioni. Hanno sicuramente armi migliori, rispetto all’antiaerea, si vedono spesso su facebook e su youtube video di aerei dell’Esercito Siriano abbattuti dal fuoco dell’Esercito Libero. La componente degli stranieri c’è, ma è veramente minoritaria: c’è una formazione di internazionalisti, di jihadisti che comunque vanno in Siria a combattere a fianco dei siriani e che comunque in tutta la Siria non saranno più di cinquemila persone (numeri che mi hanno dato i vertici dell’Esercito Libero ad Aleppo). Sono soprattutto libici, tunisini e poi in maniera minore anche ceceni, e anche europei: ci sono francesi, inglesi.

Europeo era anche il giovane, di origini libiche ma che viveva da molto in Irlanda, che è morto durante il conflitto e che combatteva a fianco dell’Esercito Libero.

Si, ci sono questi europei, alcuni sono veterani di guerra, dalla Cecenia specialmente.

La maggioranza sono giovani di 18 o 20 anni che, senza una esperienza militare, vanno via a combattere per una causa, per un’idea in cui credono. E questa idea è la solidarietà fra musulmani che va al di là delle frontiere, e quindi se i musulmani siriani sono oppressi da una forte repressione, che ormai da più di due anni ha causato più di 70 mila morti, sotto bombardamenti aerei, la risposta è quella di andare a combattere e difendere la comunità musulmana siriana, e questo è quello che ti dicono. Molti di loro arrivano senza alcuna esperienza militare alle spalle: quasi ingenuamente. Questo poi porrà grandi problemi, secondo me, alla Siria di domani, dopo che cadrà il regime, perché comunque poi si costruisce un’idea radicale, e anche nei Paesi in cui torneranno questi ragazzi. Se tre o quattrocento tunisini che sono andati a combattere tornano a Tunisi, dopo un’esperienza di lotta armata e una idea così radicale, non so cosa saranno nei Paesi in questione. Questo è il frutto di: innanzitutto di una guerra voluta del regime, dimostrazione è stata quella di come hanno affrontato le manifestazioni con le armi (non sapendo come gestire una piazza di milioni di persone ma sapendo invece come muovere una guerra) e poi il fatto che i siriani siano stati completamente abbandonati dalla comunità internazionale. Ciò ha fatto sì che forze come queste siano potute entrare indisturbate nel territorio, con il rischio che poi sporchino una guerra che già è sporca di per sé.

Quali speranze vedi sul futuro della Siria?

Sicuramente il regime cadrà, e questa è una questione solo di tempo. In tutto il Paese si combatte con un discreto avanzamento di giorno in giorno dell’Esercito Libero, cosa succederà dopo non si sa. Sicuramente i problemi non finiscono con la caduta del regime, c’è un Paese dilaniato dalla guerra e dove si è creata una frattura settaria: il regime è identificato con la minoranza degli alawiti, vuoi perché è il clan al quale appartengono Bashar al-Assad (ma anche buona parte dei vertici dell’esercito regolare) e per questo ci sarà quasi sicuramente anche una resa dei conti. Una vendetta collettiva, ed è molto probabile che si perda il controllo, che qualche fazione, per esempio, dell’Esercito Libero, una volta caduto il regime vada a fare qualche massacro nella zona degli alawiti. Questo è quello che si può immaginare, già da adesso, e che io mi auguro che l’Esercito Libero riesca quantomeno a limitare. Certo, la maggior parte dei cittadini e dei combattenti fanno un ragionamento razionale, dicono che “gli alawiti sono nostri fratelli”, che “la Siria è un Paese di cultura e di civiltà e non lasceremo che la vendetta marchi questa storia di convivenza”, ma c’è anche una minoranza che invece vuole una vendetta e che gli alawiti paghino per tutti i civili morti. La soluzione sarebbe stata possibile prima, ora è impossibile trovare un accordo politico: il regime da una parte non vuole rinunciare al potere, la comunità internazionale è in stallo, nessuno vuole intervenire militarmente perché provocherebbe la reazione di Russia e Iran, il conflitto non rimarrebbe così solo relegato a quelle zone, ma soprattutto non ci sono interessi tali da far compiere determinate scelte. Nessuno vuol prendere un impegno a lungo termine sulla Siria.

Quindi il teatro siriano rimarrà fermo su una sua guerra permanente?

Ci sono tanti scenari probabili: c’è chi dice che la guerra continuerà  per anni, c’è chi sostiene che si dovrà formare uno stato alawita sul quale relegare Assad e la sua minoranza, c’è chi dice invece che tra poco il regime cadrà e l’opposizione sarà in grado di gestire la transizione. Secondo me non ci sono elementi per fare previsioni sul lungo termine, quello che mi sembra sicuro è che il regime cadrà: settantamila morti non sono pochi, c’è un Paese distrutto, intere città cancellate, bombardate ripetutamente, un milione di rifugiati, centinaia di migliaia di feriti e di mutilati, c’è un intero popolo che ha un conto in sospeso con quella famiglia lì. La maggioranza della gente non ne può più del regime: pur avendo paura di quello che verrà dopo, non sono più disposti a voler tornare al regime.

Un’ultima domanda, hai fatto cenno prima alla componente curda, qual è il suo peso effettivo e la sua partecipazione nel conflitto?

Nelle manifestazioni i curdi c’erano, erano in piazza, al momento ora, a livello militare il Pkk ha siglato una sorta di accordo con il regime, nel senso che Assad ha ritirato le forze militari dalle zone a nord-est e quelle zone sono controllate dalle milizie del Pkk che non stanno combattendo contro le truppe del regime. Invece hanno combattuto contro l’Esercito Libero nel nord, dove ci sono state anche decine di morti. Poi, è stato trovato un accordo anche con l’Esercito Libero, ma in linea di massima c’è una situazione di neutralità, sicuramente i curdi sono contro il regime, in quanto oppressi, però preferiscono una situazione di non belligeranza nelle zone curde. C’è poi un’altra parte di curdi che non ha niente a che fare con il Pkk e sono circa tremila combattenti che combattono con l’Esercito Libero, poi ci sono i civili che si impegnano: un esempio è l’equipe di medici che ad Aleppo stanno dando una enorme mano.

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