La guerra in Siria, il petrolio di Kirkuk e le relazioni con la Turchia: intervista ad un parlamentare curdo iracheno

Lorenzo Giroffi

A due settimane dalle elezioni per il Parlamento della regione autonoma curda irachena, mi muovo lungo i confini di Iraq, Turchia e Siria, per spulciare nelle ipotesi di una confederazione, di una gestione di potere diversa e di terre del Kurdistan che in questo periodo storico stanno divenendo determinanti: la Siria che scappa; l’Iraq che ridisegna il proprio potere istituzionale; la Turchia che intavola negoziati sempre più complicati. Ritorno ad Erbil ed incontro un parlamentare che ha confermato il proprio mandato nella regione curda.

Aso Kareem è esponente del primo partito confermatosi nel Kurdistan iracheno, quello del leader e presidente indiscusso, Masoud Barzani, il PDK (Partiya Demokrata Kurdistan ). L’intervista si svolge in una caffetteria che si affaccia di fronte un mega sito di cemento in costruzione (un nuovo residence appaltato da una ditta italiana), che s’incastra in una serie di palazzoni che si susseguono per perseguire il bizzarro progetto di rendere Erbil la Dubai del Kurdistan. Con Aso Kareem voglio capire alcune dinamiche del Kurdistan ed in particolare quello iracheno, visto che ha trovato una sua soddisfazione politica,  che è un sogno per tutti i curdi repressi nell’era di Saddam e che ora possono invece guardare le bandiere curde ovunque, parlare nella propria lingua, studiarla e difendersi come popolo, nonostante all’interno di confini arabi del grande Iraq. Questa regione è nevralgica per gli aiuti ai siriani che scappano, in questa stessa regione ci sono i monti Qandil, quelli dove la guerriglia del PKK (partito curdo dei lavoratori che da più di trenta anni si scontra con l’esercito turco) si svolge e dove i guerriglieri hanno tutte le loro postazioni, nonostante questo stesso parlamento curdo faccia affari commerciali con il governo turco guidato da Recyp Erdogan. Tra quest’ultimo e Barzani corrono ottimi rapporti. Il castello degli equilibri nelle relazioni internazionali di questa regione è cosa interessante, in un territorio che vive una buona e costante crescita economica, grazie ai tanti giacimenti petroliferi.

Come si può legare una crescita economica ad un’instabilità in termini di sicurezza. A parte gli attentati che colpiscono per lo più le città di Kirkuk e Baghdad, questo è un territorio decisivo anche per i negoziati tra il Pkk e la Turchia. Il Pkk è comunque su territorio iracheno, ma voi come Parlamento curdo autonomo avete rapporti commerciali con il governo turco: come si gestisce questa situazione?

<<Tengo a precisare che noi con il Pkk non abbiamo alcun legame. Sosteniamo i diritti dei curdi in generale, ma privilegiamo sempre la soluzione pacifica e diplomatica. Noi abbiamo relazioni commerciali con tutti, esportiamo il nostro petrolio a Paesi europei, agli Stati Uniti ed anche alla Turchia, che ha una posizione privilegiata vista la vicinanza geografica. Dopo aver scoperto sul nostro territorio giacimenti anche di gas stiamo pensando alla realizzazione di tunnel di 200 km che ci collegheranno direttamente alla Turchia. Di recente il nostro ministro del petrolio ha dichiarato che fino al 2015 il Kurdistan iracheno esporterà all’estero 50 milioni di barili al giorno>>.

L’autonomia politica è stata sufficiente per i curdi in Iraq? Economicamente i beni del territorio sono usati direttamente? Tutto ciò alla luce del fatto che in ambito alimentare la regione importa ancora tantissimo, le città di Mosul e Kirkuk, le più ricche di petrolio, pur essendo in territorio curdo, sono amministrate dal governo centrale di Baghdad…

<<I soldi del petrolio vanno dritti nella cassaforte dell’Iraq, questo è vero e Baghdad non rispetta gli accordi che ci sono tra il Paramento centrale e quello locale. A noi del Kurdistan dovrebbe spettare il 17% dei ricavi sulla vendita dei barili, ma ogni volta si accampano scuse e questa percentuale non viene mai rispettata. Ci viene riservato sempre molto di meno. Noi non siamo ancora un Paese, ma siamo qualcosa che somiglia ad esso, più che come un Paese europeo siamo simili a realtà quali Hong Kong o Taiwan>>.

Come si spiega gli attentati nell’area curda e questa tensione crescente con la popolazione araba che invece è sempre stata miscelata in questa zona? Per un cittadino iracheno, ma arabo, entrare nella regione curda vuol dire premunirsi di un visto particolare, perché si è arrivati a questo scenario? Le rivendicazioni sulle città di Kirkuk e Mosul restano un obiettivo per il Parlamento di Erbil?

<< Noi come auto-governo siamo pericolosi per molti, perché siamo stati in grado di crescere e sfruttare le nostre risorse. L’attentato ad Erbil delle scorse settimane ne è una testimonianza, vogliono destabilizzarci, perché temono il nostro successo.  Per quanto riguarda le due città curde amministrate da Baghdad, c’è una legge specifica che noi vogliamo rispettare. Lì ci sono molti problemi di sicurezza, ma stiamo parlando di due città, le cui province poi sono invece sotto il controllo della nostra regione autonoma. Kirkuk e Mosul però sono legate al Governo centrale. Sono preoccupato della nova leva di politici, anche all’interno del mio stesso partito, che vorrebbe puntare ad una frizione con Baghdad, affinché vengano cedute le due nostre città. Lì abitano curdi, arabi ed il petrolio è un affare troppo grande. Io penso invece che non bisogna alzare lo scontro col Governo centrale e rispettare i patti: gestiscano pure quelle due città, ma rispettino i ricavi sul petrolio che spettano alla regione curda>>.

Il Consiglio tra le diverse forze curde presenti in Iraq, Siria, Turchia ed Iran è stato più volte rimandato, come si pone la regione curda irachena rispetto a tutto quello che sta succedendo nel Rojava? Una regione curda siriana federata potrebbe essere una soluzione per una fetta della guerra civile in Siria?

<<Quello che è successo alla nostra regione dopo la seconda guerra del Golfo non può essere un esempio per loro, perché sono situazioni diverse. Sicuramente col tempo la regione curda siriana chiederà un autogoverno e forse si potrà arrivare un giorno nel quale le frontiere tra le varie regioni curde non esisteranno più, ma è ancora tutto molto ipotetico. Al momento credo che un intervento NATO sarebbe un errore, la diplomazia deve fare il suo corso. Noi consigliamo a tutte le parti in campo, compresi i curdi, che in Siria sono una buona parte, di mettersi tutti assieme e trovare soluzioni affinché possano essere tutelate tutte le differenze>>.

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