La «ministra degli esteri» europea Ashton: un’etichetta per i prodotti delle colonie israeliane

L’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri dell’Unione Europea Catherine Ashton ha recentemente proposto una particolare etichettatura per rendere riconoscibili i prodotti provenienti dagli insediamenti illegali israeliani in Palestina. Una scelta, motivata con la necessità di informare il consumatore per un acquisto consapevole, cui plaudono anche 13 ministri degli esteri dell’Unione.

Fino ad ora i prodotti provenienti dagli insediamenti di coloni che lo Stato d’Israele spinge a costituire all’interno dei territori palestinesi si possono trovare nei punti vendita europei con la dicitura “Prodotto in Israele” o “Prodotto in Cisgiordania”: un evidente falso dal momento che tali colonie sono illegali e non riconosciute, non facendo parte né ufficialmente dello Stato israeliano, né dei territori palestinesi amministrati dall’Autorità Nazionale Palestinese. Ora però qualcosa potrebbe cambiare, sulla spinta del “capo della diplomazia europea” (che è sì una figura di rappresentanza ma che in qualche modo è a capo di qualcosa che per il momento è ancora etereo, ossia una politica estera realmente comune), l’inglese Catherine Ashton.

La Ashton ha infatti proposto di differenziare con nuove regole la dicitura per le etichette dei prodotti importati dalle colonie israeliane, per fornire una corretta informazione e consentire ai consumatori di scegliere in libertà se sostenere o no l’economia di questi insediamenti. Ricordiamo che l’Unione Europea è il principale partner commerciale dei coloni israeliani, che contano molto sulla vendita dei prodotti all’estero per sostenersi. A loro volta il problema è che sono proprio queste colonie a rendere sempre più difficile una risoluzione dell’annosa questione palestinese che comporti la creazione di due Stati. I colloqui di pace sono in stallo dal 2010, mentre Tel Aviv attraverso i coloni occupa sempre maggiori fette di territorio palestinese, cacciandone gli abitanti e attuando politiche di discriminazione e apartheid nell’indifferenza complice del resto del mondo.

Un primo passo avanti quello proposto da Ashton, che però ancora deve tradursi in realtà e che non si sa ancora come effettivamente verrà attuato: al momento non è stato stabilito nulla rispetto al tipo di etichetta, ai prodotti interessati, alle sanzioni per chi non rispetta la nuova normativa etc. Un piccolo passo, comunque, in attesa di decisioni più forti (e che potrebbero essere portate avanti anche dalla maggioranza degli Stati) come ad esempio il blocco totale dell’importazione dalle colonie, dalle quali i Paesi dell’Unione importano una quantità di prodotti ben 15 volte superiore a quella proveniente dalla Cisgiordania palestinese.

Va detto che la Ashton e molti ministri degli esteri dell’Unione non sono nuovi a pronunciarsi contro lo scandalo delle colonie. L’Unione Europa, tra l’altro, considera ufficialmente illegali gli insediamenti israeliani in Cisgiordania e nelle Alture del Golan che sono in piedi e si moltiplicano dal conflitto del 1967. Tale proposta di chiarezza, che può consentire più facilmente il boicottaggio dell’economia di apartheid israeliana, risulta perciò in linea con i precedenti impegni e le scelte politiche europee sulla questione colonie: a sottolinearlo è anche una lettera di sostegno alla Ashton giunta da 13 ministri degli esteri. I Paesi firmatari e favorevoli alle nuove regole per l’etichettatura sono: Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Gran Bretagna, Irlanda, Lussemburgo, Malta, Olanda, Portogallo, Slovenia e  Spagna,

L’Italia è ovviamente assente, poiché sempre schierata su posizioni filoamericane, filoatlantiste e, conseguentemente, filoisraeliane. Questo se si eccettuano le scelte in direzione opposta compiute da singoli enti locali, come  ad esempio, per citare un avvenimento di due giorni fa, il Comune di Napoli, il quale ha conferito la cittadinanza onoraria al presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas (conosciuto come Abu Mazen) in rappresentanza di tutta la popolazione della Palestina che chiede l’autodeterminazione.

Il nuovo governo italiano dal canto suo non lascia prevedere alcuna apertura in questo senso: il dicastero degli Esteri è stato affidato da Enrico Letta alla radicale Emma Bonino, ben nota per le sue posizioni vicine a Tel Aviv (ha proposto non molto tempo fa addirittura l’ingresso di Israele nell’Unione Europea) e che in molti non esitano a definire filosioniste.

Eppure proprio in Italia il porto di Vado Ligure (Savona) è utilizzato dalla Agrexco Ltd., la principale azienda esportatrice di prodotti agricoli dalle colonie, come snodo di distribuzione principale per il commercio in tutto il continente. Per questo le associazioni italiane della campagna nonviolenta BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) ha lanciato l’iniziativa di boicottaggio Stop Agrexco Italia (maggiori informazioni sul sito BDS Italia).

Va segnalato che già lo scorso novembre 2012 un gruppo di 22 organizzazioni non governative europee aveva chiesto alle autorità europee di bandire i prodotti delle colonie mentre nel 2009 la Gran Bretagna, in cui i gruppi di boicottaggio sono molto attivi (abbiamo già raccontato su queste pagine come siano riusciti a non far concludere un accordo tra la multinazionale Veolia, che sostiene l’economia israeliana, e un municipio londinese) adotta autonomamente al suo interno regole di etichettatura per i prodotti degli insediamenti. Si tratta della storia di una lotta di successo, raccontata in questo articolo della rivista francese Altermondes, anche perché oltre a nuove regole per le etichette è riuscita a ottenere la fine dei rapporti commerciali con gli insediamenti da parte di molte catene di supermercati britanniche, come la Co-operative (una delle principali). Anche l’Olanda ha annunciato di volersi orientare in tal senso.

Sempre in tema Palestina e colonie illegali, il “Gruppo di eminenti personalità europee sul processo di pace in Medio Oriente” ha anch’esso inviato una missiva alla Ashton, chiedendo una politica estera dell’Unione che sia più univoca e più incisiva sulla regione. Preoccupa la situazione dei diritti umani sempre più grave nei territori occupati, e il gruppo domanda a gran voce l’esplicito riconoscimento del popolo palestinese come popolo sotto occupazione, la necessità di fermare subito l’espansione coloniale per avviare nuovi negoziati e la riconsiderazione delle modalità di finanziamento dell’Anp (al momento troppo dipendente dall’aiuto esterno). Riporta la notizia il sito NENANews.

 

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