La Rete Energia e Rifiuti in presidio alla Regione Lazio, vedute inconciliabili

Rifiuti, sempre al limite dell’emergenza la situazione a Roma: in totale impasse nella gestione, la Regione Lazio sembra non sapere come reagire

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Rifiuti: è scontro tra Amministrazione della Regione Lazio e i comitati

Tra l’arresto dell’imprenditore Manlio Cerroni, che in teoria impedirebbe l’utilizzo dei suoi impianti, la ormai datata chiusura della discarica di Malagrotta, la recente chiusura di quella di Guidonia, l’esaurimento del settimo invaso di Roncigliano e il cattivo rendimento degli impianti di Trattamento Meccanico Biologico di tutta la provincia non si sa proprio dove mandare l’immondizia raccolta nella capitale. E il nuovo Piano Rifiuti si mantiene dipendente da discariche e impianti a caldo, peggiorando ancora di più la situazione. La rete dei comitati laziali Energia e Rifiuti si è presentata l’11 aprile sotto la sede della Regione Lazio in via Raimondi Garibaldi per un confronto con i dirigenti. Ma non è andata bene. I comitati che fanno parte della rete sono il Coordinamento contro l’inceneritore di Albano Laziale, il comitato No Discarica di Cupinoro, e quelli di Cerveteri, Gennazzano Calligano, e Guidonia. L’intenzione era quella di incontrarsi con il Presidente Nicola Zingaretti e con l’assessore alle politiche del territorio, alla mobilità e ai rifiuti Michele Civita, ma entrambi erano assenti proprio a causa dell’emergenza romana: in altra sede infatti si teneva una riunione d’urgenza con il Ministro dell’ambiente Gian Luca Galletti e il sindaco di Roma Ignazio Marino: come già raccontato in precedenza, due recenti diffide giudiziarie impedirebbero l’utilizzo degli impianti delle imprese Pontina Ambiente e Colari, di proprietà di Manlio Cerroni. Infatti per legge le amministrazioni non possono fare affari con aziende sospettate di infiltrazioni mafiose come queste due, ma chiudere oggi gli impianti di TMB di Malagrotta e Roncigliano e la stessa discarica di Roncigliano non lascerebbe alternative ai comuni di Roma e del bacino dei Castelli Romani: i rifiuti rimarrebbero nelle strade e il caos regnerebbe sovrano. E quindi si sono prodotte due ordinanze emergenziali che prolungano di 90 giorni i rapporti con le imprese interdette, in attesa che qualche soluzione esca dal cappello a cilindro di un passante prestigiatore.

Per questo motivo i comitati alla sede della Regione hanno parlato con il segretario dell’assessore all’ambiente Fabio Lazzara, che si è presentato come sostituto di Civita, e con il nuovo dirigente che ha preso il posto di Raniero De Filippis, sotto inchiesta nell’inchiesta Cerroni, Bruno Placidi del dipartimento Territorio e Ambiente. I comitati si sono presentati per contestare i contenuti del Piano Rifiuti della Regione Lazio: un piano che le istituzioni non hanno mai ufficializzato, ma che è stato presentato informalmente e con il loro beneplacito dalle imprese di settore lo scorso 13 dicembre, nel corso di un convegno nella sede della Regione. Ad organizzare l’incontro infatti non era l’amministrazione, silenziosamente presente all’evento, ma la Confservizi ovvero l’insieme delle aziende che si occupano della gestione rifiuti, apparentemente delegate in tali scelte progettuali, tanto determinanti per i territori in cui vengono calate.

Il dicembre scorso i contenuti del Piano Rifiuti hanno velocemente messo in allarme i comitati della Regione: sarebbe prevista infatti la realizzazione di una nuova megadiscarica, probabile sostituta di Malagrotta, la cui localizzazione rimane ancora un mistero. É poi prevista una larga diffusione di impianti a biogas da rifiuto su tutto il territorio regionale di cui uno, probabilmente il più grande, nello stesso comune di Roma (ma ancora non se ne conosce la precisa collocazione). Infine la notizia più demoralizzante: la proroga al 2020 dell’obiettivo del 65% per la raccolta differenziata, un chiaro segnale della poca importanza data, e quindi dei pochi finanziamenti investiti, in quella che per i comitati cittadini sembra essere l’unica vera soluzione all’inquinamento prodotto dai rifiuti.

large Come se ciò non bastasse all’incontro di venerdì scorso con i comitati che contestavano i progetti del Piano Rifiuti, i dirigenti presenti, paradossalmente sperando di rassicurare i cittadini, hanno aggiunto nuovi inquietanti particolari al panorama già descritto. La dipendenza dalle discariche sembrerebbe per l’amministrazione un dato di fatto poco discutibile. L’unico modo perché tale dipendenza venga a cessare sarebbe, secondo il dirigente Lazzara, il progressivo aumento della raccolta differenziata, che però lo stesso piano allontana sempre di più dall’orizzonte del possibile. Di fatto il futuro per la Regione è negli impianti TMB, che lasceranno in uscita due sottoprodotti: una frazione secca CSS (Combustibile Solido Secondario) da direzionare verso inceneritori e cementifici, e una umida contaminata che andrà negli impianti di trattamento anaerobici, oggi chiamate centrali a biogas.

Un progetto dannoso sotto diversi punti di vista: sebbene l’impianto di incenerimento di Albano Laziale sia scomparso dalle mappe regionali, quelli già esistenti di Colleferro, San Vittore e Malagrotta (dove è anche prevista una nuova linea) saranno mandati a regime. Si tratta di impianti estremamente inquinanti, soggetti a facili incidenti e di breve vita, quindi poco convenienti anche da un punto di vista economico. Forse proprio per questo entrano in ballo anche i cementifici: a partire dal decreto del 13 febbraio 2013 dell’ex Ministro dell’Ambiente Corrado Clini i CSS possono essere utilizzati come combustibile al loro interno. Ed è quasi una certezza che le ceneri finali possano essere mescolate al cemento prodotto, rendendolo pericoloso sia per i lavoratori edili che per chi se lo troverà nelle pareti della propria casa. Infine la spinosa questione del biogas. Gli stessi comitati presentatisi alla sede della Regione hanno protestato contro la brutta abitudine dell’amministrazione di spacciarli come “impianti di compostaggio”, una definizione adeguata solo per gli impianti aerobici, proposti invece dai cittadini. Gli impianti a biogas della Regione prevedono invece un trattamento a caldo: l’umido “sporco” proveniente dai rifiuti indifferenziati verrà trattato a 60° per circa un mese, per produrre in uscita “biogas” (per lo più metano) ed un rifiuto speciale pericoloso, spesso erroneamente fatto passare per compost. Un errore che potrebbe rivelarsi fatale per l’intera filiera dell’agricoltura: solo per realizzare la quadratura del cerchio si rischia di mettere sul mercato un concime contenente non solo gli elementi chimici dello “sporco” residuo dei rifiuti (per lo più plastiche varie) ma anche l’insieme di colture batteriche, di spore e funghi che si auto-producono o che vengono appositamente inserite nell’umido trattato allo scopo di accelerarne la decomposizione. Intere colture potrebbero essere infettate: già in nord Italia si è registrata una infestazione di botulino. Ma per il biogas, osannato da tutte le amministrazioni italiane e approvato da Legambiente, i finanziamenti pubblici sono garantiti e rappresentano già la nuova gallina dalle uova d’oro del settore, come prima lo erano quelli per gli inceneritori.

riLo stesso dirigente Lazzara, nel corso dell’incontro con i comitati, ha anticipato un nuovo motivo di preoccupazione: se come previsto entro il 2020 gli impianti di Tmb saranno diventati superflui la Regione sta prendendo in considerazione l’idea di trasformarli in impianti a biogas, così che tale tecnologia infesterà l’intero territorio in maniera puntiforme. Il quadro dipinto dai dirigenti ha rappresentato allora un ulteriore peggioramento dell’inquietante scenario sul domani che già il Piano Rifiuti disegnava. I comitati presenti, amareggiati dalla cecità politica dimostrata ancora oggi nonostante gli scandali scoppiati negli ultimi mesi, hanno abbandonato il colloquio promettendo all’amministrazione un’opposizione totale sui territori. Perché un Piano Rifiuti come questo non è conciliabile col benessere dei territori.

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