La Siria che si ripara nel Kurdistan iracheno

Lorenzo Giroffi dalla Regione Autonoma del Kurdistan – Iraq

 

La Siria che scappa è anche in Iraq, dove ci sono dodici campi, ospitanti rifugiati di ogni estrazione sociale, con la confidenza differente della guerra civile, ma la condivisione delle sofferenze causate da una guerra infinita. I rifugiati siriani in Iraq sono assistiti in campi riforniti dalle Nazioni Unite. Tutta questa non è una notizia, visto che in scenari di emergenza umanitaria, con le difficoltà e le retoriche del caso, l’Onu è sempre presente, l’evento da segnalare è rappresentato però dall’accoglienza organizzata in maniera autonoma dalla regione del Kurdistan iracheno. La solidarietà delle istituzioni locali deve tuttavia fare i conti con il cinismo di un sistema all’interno del quale l’Iraq federale non può fare a meno di rispettare i diktat del Governo centrale di Baghdad, che è l’unico ad avere la possibilità di elargire i documenti per i richiedenti asilo.

 

Il disastro della Siria ha i numeri che possono leggersi nelle liste dei campi profughi: duecentocinquantamila i siriani in Iraq, tutti in fuga, tutti senza avere certezze del tempo, alcuni dei quali nati o morti in questi posti impersonali, fatti di tende ed assistenza alternata. L’UNHCR nel Kurdistan iracheno, poco distante da Duhok, ha il più grosso campo di siriani, Domiz, dove ormai son quasi centomila gli ospiti, ma a Bardarash, nella provincia di Mosul, sempre nella regione curda dell’Iraq, le Nazioni Unite avevano costituito una zona per riporre materiali di supporto. Da circa un mese però questo spazio si è trasformato in un ulteriore campo di accoglienza. I rappresentanti del Governo curdo iracheno presenti a Bardarash mostrano cosa voglia dire fornire assistenza oltre i fondi internazionali. Vaccini, istruzione e supporto alimentare. Sono circa ottomila le persone riparatesi in questo campo, riunitesi qui da un mese e mezzo. Chi si è rifugiato arriva per lo più da Qamishli, città curda siriana. I profughi denunciano la guerra, ma anche la paura di una discriminazione etnica divenuta insopportabile. Il miraggio della federazione curda, con i risultati ottenuti dalla parte irachena, è un pensiero che culla gli uomini e le donne che con dignità mi si avvicinano mentre costeggio le loro tende.

 

Un camion contenente fusti con cubi di ghiaccio entra dal cancello trincerato e sorvegliato dai militari. Si apre lo sportello superiore ed una coda infinita di vesti stracciate, soprabiti eleganti, denti ingialliti, ferite cutanee ed umorali si schiacciano sotto il camion. È inutile fotografare, riprendere o descrivere la disperazione umana di chi ha perso tutto e soprattutto ha buchi pesanti, al momento incolmabili, per il proprio futuro. Tutti in fila per prendere il proprio blocco di ghiaccio, utilizzarlo per bere, rinfrescarsi, allentare i dolori di una donna incinta svenuta e liberarsi dai 40 gradi del deserto. I bambini possono giocare anche qui, gli adulti costruirsi una quotidianità, ma non può essere comunque accettata la sciagura di una guerra che poi è nei volti di questi profughi, più che nelle cronache degli scoppi di mine.

 

Qui si tengono lezioni scolastiche per i più piccoli, con classi di centoventi alunni, inoltre c’è un ospedale rifornito dal governo del Kurdistan iracheno, assistito in parte dall’UNHCR. Il problema riguarda lo status di rifugiati per motivi umanitari, che non dipende da Erbil (governo regionale), bensì dal governo centrale di Baghdad. Un dipendente del Ministero degli Interni della regione autonoma curda irachena denuncia la comunità internazionale, Onu, USA ed Europa per il fatto di non aiutare i campi presenti qui, aiutando economicamente ad esempio quelli in Giordania. Il funzionario pensa che ciò derivi dal fatto che gli organi sovranazionali facciano completamente affidamento sulle risorse economiche delle istituzioni locali in quest’area. D’altra parte però anche i curdi siriani, che avevano visto l’Iraq federale come un’accoglienza immediata, hanno qualcosa da denunciare, ovvero il loro limbo. Si sentono quasi traditi, perché molti ancora privi dei documenti formali.

 

Due ragazzi che a Damasco studiavano per diventare avvocati mi dicono di essere felici di vedere la loro famiglia al sicuro in questi campi, ma di non sopportare l’apatia di questo tempo. Ben presto vorrebbero ritornare in Siria, perché una federazione autonoma curda resta un’ambizione, ma l’Iraq può essere un Paese amico, non la terra del loro esilio.

La fila per ricevere il ghiaccio inizia a scemare, con bambini che sfidano il peso di massi ibernati più grandi di loro, trascinandoli verso il calore delle proprie abitazioni picchettate, donne ed uomini che iniziano a pensare a come poter usare con parsimonia il bene ricevuto. Questo è Bardarash, un campo che in meno di due mesi ha già accolto i respiri di ottomila siriani, forse al sicuro, ma spogliati dell’intera propria esistenza.  

 

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