La Thailandia in piena crisi: il punto su una quasi-guerra civile

Sedici morti in oltre tre mesi di un conflitto tra due grandi schieramenti che cela in realtà radici ben più profonde. Uno sguardo sulla crisi infinita nello Stato del Sud-est asiatico.

thailand-map by scem.info on flickrDa più di sette anni il Paese è polarizzato tra due schieramenti, che si distinguono per il colore del loro abbigliamento simbolico: le camicie rosse e le camicie gialle. Le prime rappresentano i sostenitori di Thaksin Shinawatra, miliardario divenuto primo ministro nel 2001 grazie al sostegno, paradossalmente, di quelle masse rurali e urbane del nord-est che è riuscito ad attirare dalla sua parte promettendo e poi concedendo realmente prestiti agevolati ai contadini e un accesso generalizzato ai servizi sanitari. Destituito al secondo anno del secondo mandato, nel 2006, da un golpe militare, da allora è in esilio volontario a Dubai (Emirati Arabi). Le camicie gialle rappresentano invece le élite della capitale Bangkok vicine all’entourage del re della Thailandia, peraltro ottantaseienne e malato.

Connect Asia-Pacific 2013 Summit by itupictures on flickrDopo vari anni di crisi e sconvolgimenti politici che hanno visto salire al potere entrambe le fazioni, nel 2011 le elezioni vedono il grande successo del partito dei “rossi” Pheu Thai (“Per i Thailandesi”) e la formazione di un governo guidato da Yingluck Shinawatra (foto), sorella del magnate esule Thaksin, nel frattempo condannato in contumacia per corruzione e reati legati al conflitto d’interessi.

Da tre mesi la situazione politica è nuovamente in crisi, dopo che un progetto di legge governativo destinato a concedere l’amnistia ai detenuti per reati politici, prevalentemente legati alle camicie rosse, viene contestato il 31 ottobre da migliaia di oppositori “gialli” per le strade di Bangkok. Seguono mesi di violenti scontri politici, istituzionali e di piazza, anche dopo il ritiro del progetto di legge, evidentemente un pretesto dietro il quale si nasconde una frattura politica e sociale ben più ampia. Centinaia di migliaia di persone in strada nella megalopoli capitale, violenze reciproche tra i due schieramenti contendenti (ben collocati geograficamente in questa carta di Le Monde) e tra essi e le forze dell’ordine, perfino assassinii hanno primeggiato nelle pagine di cronaca thailandesi.

Neanche lo scioglimento del Parlamento con elezioni anticipate, tenutesi il 2 febbraio in un clima di tensione con forti disordini e molti seggi che non sono stati fatti aprire (una parte dello scrutinio è stata invalidata e verrà ripetuta ad aprile), ha placato gli animi. Da un lato i manifestanti continuano a tenere a ferro e fuoco Bangkok (che conta 12 milioni di abitanti), con barricate, assedio ai palazzi dell’esecutivo e occupazione di diversi quartieri; dall’altro, il governo Shinawatra ha deciso di intensificare la repressione per gestire la crisi politica, il che ha portato a quattro morti (1 tra i poliziotti, 2 tra i manifestanti, l’ultimo non identificato) nella sola giornata di scontri del 18 febbraio. Una cronologia degli ultimi mesi di crisi e proteste ce la offre il quotidiano d’oltralpe Le Monde.

Gli scontri del 18 febbraio nelle immagini dell’AFP

Gli ultimi aggiornamenti riguardano l’ordine all’esecutivo, da parte del Tribunale civile di Bangkok, di non usare la forza per distruggere i siti delle «manifestazioni pacifiche» abusando dei poteri conferiti alle forze dell’ordine dallo stato d’urgenza decretato nella capitale. Il 27 febbraio prossimo, poi, la premier Yingluck Shinawatra è attesa davanti alla commissione speciale anti-corruzione, in un’udienza relativa alle sue misure legislative pro-risicoltori che potrebbe costargli la carica politica.

In un Paese lacerato socialmente e geograficamente da questa polarizzazione “gialli”-”rossi”, con in più un esercito storicamente potente, e con un clientelismo e delle strutture piramidali di potere ormai endemiche, la confusione permane. Dalle colonne de L’Humanité che intervista Bernard Formoso, etnologo che ha concentrato i suoi studi sulle comunità rurali thailandesi, capiamo che il Paese è stretto in una peculiare lotta di potere che ha radici antiche. Il problema di fondo è che la Thailandia, che inoltre vanta il primato di non essere mai stata colonizzata dagli occidentali, è in cerca ormai da decenni di un proprio “modello autoctono di democrazia”, a quanto pare ancora lontano a venire.

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