La Turchia non è un Paese per giornalisti

La citano come esempio di democrazia in Medio Oriente, nazione all’avanguardia che coniuga islam e democrazia liberale, la Turchia. Facciamo fatica a crederci, soprattutto stando a vedere il comportamento delle autorità di Ankara relativamente alla libertà di stampa. Sono almeno 49 i giornalisti ora nelle carceri turche a quanto riporta il CPJ, Comitato internazionale per la Protezione dei Giornalisti. Un’emergenza legata a doppio filo con la questione delle minoranze. La Turchia di Erdoğan ha così il triste primato di essere al 1° dicembre la nazione che più arresta e imprigiona i giornalisti nella particolare classifica del CPJ (consultabile qui). Seguono a poca distanza l’Iran di Ahmadinejad, con 45 cronisti dietro le sbarre, e la Cina, con 32: altre due nazioni non propriamente campionesse di democrazia e libertà. La lista continua con tante altri Stati poco democratici come Eritrea, Arabia Saudita, Siria e tanti altri, per un otale di 232 giornalisti detenuti nel mondo, record storico. In Europa a distinguersi è l’Italia, unica ad avere un giornalista in carcere, Sallusti, e col rischio di averne anche altri: il Parlamento  per salvare il direttore del Giornale stava infatti per peggiorare ulteriormente una legge anacronistica e liberticida.

Dalle parti di Istanbul la situazione è davvero molto seria, e non da poco. Già nel 2005 se ne è cominciato a parlare nei media internazionali, a causa del vergognoso processo contro Hrant Dink, giornalista turco-armeno accusato di offendere la «turchità» in base ad un articolo del codice penale. Dink è stato poi assassinato nel 2007 da un gruppo di nazionalisti, e nel 2012 una sentenza ha inoltre assolto 17 dei 19 imputati per l’omicidio. A fine 2011 giornalisti curdi e filo-curdi del quotidiano Özgür Gündem e di altre testate hanno subito in una sola notte una retata che ha portato a 40 arresti. Nel 2012 sono continuate le persecuzioni, gli arresti e le detenzioni. Tutto ciò è possibile grazie alla legge speciale anti-terrorismo presente nello Stato turco. Dove “terrorismo” ha una definizione-fisarmonica, molto vaga e quasi onnicomprensiva, che si lascia alle interpretazioni più estese. Anche parlare di politica, soprattutto se si citano le questioni legate all’autonomia delle minoranze presenti nel Paese, può voler dire essere terroristi e passibili di essere arrestati e incarcerati.

Nello specifico, la maggior parte dei giornalisti (come è accaduto a fine 2011) vengono arrestati all’interno dell’«operazione KCK», che le autorità portano avanti contro il Koma Civakên Kurdistan (Unione delle Comunità del Kurdistan), branca cittadina del PKK (Partiya Karkerên Kurdistan – Partito dei lavoratori del Kurdistan), entrambe considerate organizzazioni terroristiche. Le voci dissidenti e fastidiose con questa brillante scusa vengono così messe a tacere, in barba alla libertà di espressione. A livello internazionale gli attivisti e le organizzazioni per i diritti umani come Human Rights Watch, nel denunciare le violenze e le discriminazioni contro i curdi e gli armeni, non mancano di condannare da molto tempo la Turchia anche per queste pesanti violazioni della libertà di stampa.

 

Per approfondire:

La pagina di Reporter Senza Frontiere dedicata alla Turchia

L’articolo del giornale turco Taraf tradotto in inglese dal portale Al-Monitor

L’interessante analisi di Alberto Tetta sul sito dell’Osservatorio Balcani e Caucaso (gennaio 2012)

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