L’acqua sottratta, presidio alla Regione Lazio e contro Acea

Sulla questione dell’acqua si rialza l’allerta a Roma: tema bistrattato, diritto lentamente sottratto, sembra che per l’applicazione del risultato del referendum del 2011 ci sia da lottare giorno per giorno, in ogni città, in ogni regione, in ogni Ambito Territoriale Ottimale (Ato).

Il Coordinamento romano acqua pubblica ha così organizzato una tre giorni di presidio permanente “Per l’acqua pubblica e i beni comuni” che, a partire da domani 29 gennaio, si stabilirà sotto la sede della Regione Lazio. Per il 30 gennaio è inoltre previsto un picchetto di fronte alla sede di Acea a Piazzale Ostiense, mentre il 31 è prevista un’assemblea pubblica sulla difesa dei territori.

Palazzo AceaIl comitato accusa la società idrica di attuare una speculazione eccessiva su un bene che, in quanto vitale, dovrebbe rimanere alla portata di tutti: negli ultimi mesi sarebbe in atto una serie di distacchi idrici per morosità, nonché proprio in questi giorni la richiesta di Acea ai Sindaci di Roma e Provincia di un aumento tariffario. Eppure secondo i militanti non ci sarebbero mai stati gli investimenti promessi negli anni passati per migliorare la rete idrica, o per fronteggiare emergenze come l’inquinamento da arsenico che colpisce gravemente diverse zone della Regione. E ciò nonostante i soci della S.P.A. si siano spartiti ben 64 milioni di euro di profitti nel solo 2012. Gli attivi permanenti, che il bilancio dell’azienda vanta, sarebbero poi favoriti da una certa accondiscendenza da parte delle amministrazioni locali. Ad esempio nella Regione Lazio dallo scorso 25 marzo è in sospeso una richiesta di legge di iniziativa popolare, attivata attraverso il meccanismo del referendum propositivo e sostenuta da 40 mila firme e dal voto di 40 Consigli Comunali. La proposta fu consegnata al Governo regionale in quella data, in occasione del suo insediamento, ma da allora sembra rimasta in un cassetto e il prossimo 25 marzo, a distanza di un anno, scadrà il tempo a disposizione per la sua traduzione in legge.

Una volta sotto la sede di Acea il Coordinamento ha intenzione di consegnare ai suoi vertici delle simboliche “lettere di licenziamento” nonché una serie di richieste. Tra queste, oltre ad affrontare la questione locale dei distacchi per morosità incolpevole, delle quote di profitto e della trasparenza sulle aziende appaltanti, gli attivisti si propongono di discutere anche dei rapporti economici che la società sta attivando con la israeliana Mekorot. Ad opporsi a questa controversa partnership, partita il 2 dicembre scorso durante il Vertice Italia- Israele, è nato appositamente il “Comitato No Accordo Acea – Mekorot”, che ha creato on line una petizione pubblica allo scopo di capillarizzare la protesta contro la S.P.A. italiana.

a2La Mekorot è infatti la società idrica nazionale israeliana, accusata dall’organizzazione Who Profits di essere il braccio del Governo e del suo tentativo di produrre una diaspora delle popolazioni palestinesi dai territori a loro assegnati. L’azienda è infatti stata accusata in un rapporto dell’organizzazione per i diritti umani Al Haq di sottrarre illegalmente acqua dalle falde palestinesi per poi rivenderla alle colonie israeliane in Cisgiordania e Gerusalemme est, innescando una vera e propria “apartheid dell’acqua”. A partire dal 1982 il Governo cedette all’azienda, per il valore simbolico di uno shekel, ossia circa 0,20 euro, l’intero sistema di infrastrutture idriche palestinesi. Dopodichè è iniziata una politica di discriminazione nei confronti di questa popolazione che si è vista ridurre fino al 50% le proprie risorse idriche. Sia Amnesty International che Human Rights Watch vedono in questo controllo dell’acqua uno strumento di espulsione delle popolazioni arabe, a sostegno dell’occupazione militare esercitata dal Governo. Il Comitato romano chiede allora una retrocessione da parte di Acea da tale collaborazione, seguendo il recente esempio della società idrica olandese Vitens. A dimostrazione di come le lotte per l’accesso all’acqua uniscano tutti i popoli e siano la nuova frontiera del capitalismo più rapace.

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