Le proteste di ieri in Egitto e come continueranno

Le persone che ieri hanno affollato tutte le piazze dell’Egitto sono state veramente molte, secondo la BBC questo sarebbe la più grande manifestazione proprio come quelle della rivoluzione iniziata (e non terminata) 2011.

Ovviamente oltre alle massive proteste in cui si è rivista una Cairo che tutti e tutte hanno descritto come pacifica e piena di colori, il movimento di opposizione ha lanciato un ultimatum: se Morsi non si dimetterà (e ha già detto al The Guardian che non lo farà) e non garantirà a breve delle nuove elezioni, entro martedì ore 5 del pomeriggio, si darà inizio ad una campagna di disobbedienza civile. Le violenze che avevano interessato molto anche la stampa estera, sono state presenti anche in questa giornata di lotta, e molto gravi, cinque (o più) vittime al Cairo quando un attacco è stato mosso contro la sede dei Fratelli Musulmani e ben quattro nella centralissima provincia di Assiut, nelle città di Alessandria, Kafr al-Sheikh, Gharbiya, Fayoum e Beni Suef per un totale di quattordici.

E’ il movimento Tamarud (ovvero “ribelle”) che ha lanciato la nuova campagna di disubbidienza civile, quello che è nato per raccogliere delle firme anti-Morsi, e che ha fatto sapere di averne raccolte ben 22 milioni. In piazza si è tornati per chiedere la democrazia, la gente è stanca dei soprusi che deve ancora soffrire, dei problemi economici ma soprattutto delle violenze della polizia, delle torture e delle uccisioni. E’ Mahmoud Badr proprio uno dei rappresentati del movimento Tamarud a spiegare come una disobbedienza civile di massa sia pronta per essere attuata in tutte le zone dell’Egitto (noi ne siamo stati testimoni di quella portata avanti – e riuscita – a Port Said), stavolta però come già fatto in altre località la gente che ne parteciperebbe sarebbe veramente molta: istituzioni statali, esercito e magistratura compresi.

In un comunicato gli attivisti e le attiviste dei “compagni del Cairo” facendo un collegamento con le altre mobilitazioni che stanno avvenendo in Brasile e in Turchia, spiegano come il “30 giugno rinnova urlo della Rivoluzione: “Il popolo vuole la caduta del sistema”. Cerchiamo un futuro governato né dalla autoritarismo meschino e dal capitalismo clientelare della Fratellanza (Fratelli Musulmani, ndr), né un apparato militare che mantiene una stretta mortale sulla vita politica ed economica, né un ritorno alle vecchie strutture dell’era Mubarak” e ancora: “Ci opponiamo allo stato-nazione come strumento centralizzato di repressione, che consente una élite locale di succhiare la vita fuori di noi e le potenze mondiali per conservare il loro dominio sulla nostra vita quotidiana.”

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